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Lavoro e povertà: perché uno stipendio può non bastare

Il lavoro non sempre protegge dalla povertà: stipendi bassi, poche ore e contratti a termine mettono in difficoltà le famiglie.

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Lavoro e povertà: perché uno stipendio può non bastare
Immagine generata dall'IA

Una paga bassa, poche ore o un contratto in scadenza possono lasciare una famiglia in difficoltà anche quando il lavoro c’è. I dati aiutano a capire dove si inceppa la promessa di sicurezza. La busta paga arriva. Una parte se ne va subito per l’affitto, un’altra per le bollette. Poi ci sono la spesa e i soldi necessari per raggiungere il lavoro. Se rimane qualcosa, conviene tenerlo da parte: una riparazione dell’auto può bastare a far saltare i conti. Avere un impiego regolare aiuta, certo. Per molte famiglie è la risorsa decisiva. Ma tra ricevere uno stipendio e riuscire a vivere senza l’ansia della prossima scadenza può esserci una distanza considerevole.

Un occupato su dieci è a rischio

Il Rapporto SDGs 2026 dell’ISTAT dà una misura del problema: nel 2025 il rischio di povertà riguardava il 10,2% degli occupati dai diciotto anni in su. Circa uno su dieci. Persone che lavorano e che, pur avendo un reddito, vivono in famiglie con risorse limitate rispetto alla soglia utilizzata nelle statistiche.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché quella percentuale viene facilmente fraintesa. Il calcolo considera il reddito disponibile dell’intera famiglia, dopo i trasferimenti sociali, e lo adatta al numero e alle caratteristiche dei suoi componenti. La soglia è il 60% della mediana nazionale, cioè il valore che separa la distribuzione dei redditi in due metà. Nell’indicatore europeo, inoltre, è occupato chi ha lavorato per oltre metà dell’anno di riferimento. I redditi osservati possono riferirsi all’anno precedente alla rilevazione.

Dunque il dato non dice che un lavoratore su dieci abbia necessariamente una paga oraria troppo bassa. Conta anche chi vive con lui e quali altre entrate ci siano in casa. Uno stipendio modesto può essere affiancato da un secondo reddito; una retribuzione maggiore può dover mantenere più persone da sola.

C’è poi un’altra distinzione da conservare. La povertà assoluta, nelle statistiche italiane, viene misurata attraverso una spesa per consumi insufficiente ad acquistare beni e servizi essenziali. È diversa dal rischio di povertà basato sui redditi. Le due misure aiutano a leggere il problema da prospettive differenti e non possono essere usate come sinonimi.

L’occupazione cresce. Che cosa cambia nelle famiglie?

Sul lavoro arrivano anche notizie positive. Secondo le stime provvisorie dell’ISTAT, ad agosto 2026 gli occupati erano 24 milioni e 352 mila: circa 291 mila in più rispetto ad agosto 2025. Sono aumentati, nel confronto annuale, i dipendenti permanenti e gli autonomi, mentre sono diminuiti i dipendenti a termine. Rispetto a luglio il totale degli occupati è rimasto stabile e la disoccupazione è salita al 6,2%.

La crescita conta: trovare un impiego può cambiare le condizioni di una famiglia. Il numero degli occupati, però, lascia aperta la questione di quanto ciascuno guadagni. Per capirlo bisogna guardare dentro i rapporti di lavoro.

Due contratti della stessa durata possono produrre entrate molto diverse. Cambiano le ore pagate, la qualifica, il settore e le componenti aggiuntive della retribuzione. Anche un posto permanente può offrire un reddito insufficiente per le esigenze di chi lo occupa. La stabilità rende più prevedibili le entrate; il loro ammontare determina quante spese permettono di affrontare.

C’è anche il conto dell’intero anno. Una retribuzione mensile discreta, percepita soltanto per alcuni mesi, può lasciare un reddito annuo modesto. Le spese fisse, intanto, continuano. Guardare unicamente alla paga del mese in cui si lavora rischia di lasciare fuori proprio quei vuoti tra un contratto e il successivo che una famiglia deve coprire con le risorse rimaste a sua disposizione.

Chi vorrebbe lavorare di più

Il part-time può essere una scelta utile. Può anche essere l’unica offerta disponibile per chi cerca un tempo pieno. In questo secondo caso si parla di part-time involontario. Un’analisi pubblicata dall’ISTAT nel 2026 indica che riguarda l’8% degli occupati italiani, contro il 3% della media europea. Nel 70% dei casi coinvolge donne.

Il problema si vede alla fine del mese: meno ore significano, a parità di compenso orario, meno reddito. Un aumento della paga migliora la situazione, ma potrebbe lasciare irrisolta la scarsità di lavoro disponibile.

Trovare un secondo impiego è una possibilità, quando gli orari lo consentono. Bisogna poterli incastrare, raggiungere entrambi i posti e sostenere le spese degli spostamenti. Se i turni cambiano spesso, l’organizzazione si complica. Per chi vorrebbe lavorare di più, quindi, la domanda è molto pratica: quante ore retribuite si possono ottenere davvero?

La scadenza del contratto pesa sul lavoro

L’incertezza emerge anche nei passaggi da un’occupazione all’altra. Nel focus pubblicato il 2 ottobre 2026, l’ISTAT osserva che il 13,6% dei dipendenti a termine del 2024 aveva un contratto a tempo indeterminato un anno dopo. Nel periodo precedente la quota era del 18%. Il passaggio a un posto permanente è diventato meno frequente.

La stessa analisi rileva che il 67% delle persone entrate nell’occupazione tra il 2024 e il 2025 aveva un lavoro definito vulnerabile: a termine oppure con un part-time involontario. Vulnerabilità lavorativa e povertà restano condizioni diverse. Un contratto temporaneo non rende automaticamente poveri. Può però lasciare aperto il dubbio sulle entrate dei mesi successivi.

Quel dubbio accompagna decisioni ordinarie. Firmare un affitto, cambiare un elettrodomestico a rate, assumere una spesa che si ripeterà ogni mese richiede una previsione, almeno ragionevole, delle proprie risorse.

Si può arrivare alla fine del mese senza debiti e continuare a rimandare queste scelte. Oppure affrontarle grazie ai risparmi e all’aiuto dei parenti. È un sostegno prezioso, quando c’è, ma non tutte le famiglie possono offrirlo. E anche chi aiuta può attraversare una difficoltà economica, proprio quando quel contributo diventa più necessario.

La busta paga e quello che permette di comprare

Negli ultimi anni il recupero dei salari ha dovuto fare i conti con gli aumenti dei prezzi. Il Rapporto annuale ISTAT 2026 rileva che, alla fine del 2025, il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali era ancora inferiore dell’8,6% rispetto al 2019, nonostante il miglioramento del biennio 2024-2025.

La precisazione conta: si tratta delle retribuzioni previste dai contratti, non dello stipendio effettivo di ogni singola persona. Il dato descrive un andamento generale e non può essere trasferito tale e quale a tutte le buste paga.

Resta il problema del terreno da recuperare. Ricevere più euro rispetto all’anno precedente non significa necessariamente poter comprare quanto si comprava qualche anno prima. Dipende da quanto sono aumentati, nel frattempo, i prezzi. Un anno favorevole può ridurre la distanza senza cancellarla.

Le stime preliminari di settembre 2026 mostrano una nuova accelerazione dell’inflazione: il 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Secondo l’ISTAT pesano soprattutto l’energia e gli alimentari non lavorati. Sono valori provvisori e descrivono la variazione media dei prezzi. Ogni famiglia, poi, incontra rincari diversi in base ai propri acquisti.

Per chi ha pochi margini, anche un aumento contenuto può richiedere una rinuncia altrove. Alcune uscite restano difficili da ridurre: il viaggio verso il lavoro, le necessità dell’abitazione, gli acquisti essenziali. Prima degli arretrati possono arrivare i risparmi consumati, una scadenza spostata, un pagamento rimandato. Il bilancio continua a reggere, ma diventa più fragile.

Il costo di poter accettare un lavoro

In una famiglia con due redditi, la perdita di un’occupazione può essere almeno in parte compensata dall’altra entrata. Quando lavora una sola persona, invece, l’interruzione coinvolge tutti. Favorire l’accesso al lavoro degli altri componenti può rafforzare il bilancio. Bisogna però che quell’accesso sia possibile nella vita quotidiana.

Chi accompagna un bambino al nido? Chi assiste un familiare non autosufficiente durante il turno? Sono questioni che entrano nella valutazione di un’offerta insieme alla paga e agli orari.

Un servizio disponibile, vicino e accessibile può consentire di accettare un impiego. Se manca, occorre trovare un’altra soluzione e pagarla. Quando il costo della cura e degli spostamenti assorbe quasi tutta la nuova entrata, il beneficio economico si riduce. Per questo i servizi alle famiglie incidono anche sulle possibilità di lavorare e di mantenere un’occupazione.

Il Mezzogiorno e le differenze tra territori

Il Rapporto SDGs registra un divario ampio: nel 2025 il rischio di povertà o esclusione sociale riguardava il 38,4% della popolazione del Mezzogiorno e il 13,1% di quella del Nord.

Qui il riferimento è all’intera popolazione. L’indicatore comprende il rischio di povertà, la grave deprivazione materiale e sociale e la bassa intensità lavorativa. Non misura, quindi, la sola povertà degli occupati.

Aiuta comunque a capire perché le risposte debbano considerare le condizioni locali. Dove le opportunità sono poche, creare occupazione resta essenziale. Dove il lavoro c’è ma offre redditi bassi o discontinui, occorre intervenire su quelle caratteristiche. Anche una paga maggiore va confrontata con il costo della casa e dei trasporti: il guadagno aggiuntivo può ridursi quando aumentano le spese necessarie per raggiungere e mantenere il nuovo impiego.

Lavoro: da dove cominciare

Le risposte dipendono dalla difficoltà da affrontare. Rinnovi tempestivi, rispetto dei trattamenti previsti e controlli sulle ore effettivamente lavorate aiutano a tutelare le retribuzioni. Chi vorrebbe lavorare di più deve poter ottenere un numero maggiore di ore pagate. Quando i contratti si susseguono senza offrire certezze, la priorità è creare opportunità di lavoro più stabili.

La formazione può aprire altre opportunità se conduce a sbocchi riconoscibili ed è accessibile anche a chi già lavora. I sostegni alle famiglie rimangono necessari quando le entrate sono insufficienti. Devono però essere raggiungibili e arrivare in tempo: dopo l’accumulo degli arretrati, la difficoltà può essere già diventata molto più seria.

Per valutare i risultati occorre affiancare al numero degli occupati informazioni su paghe reali, ore disponibili, stabilità e risorse familiari. Il cambiamento si vede poi nelle scelte quotidiane: affrontare una spesa imprevista senza chiedere un prestito, assumere un impegno senza sperare nell’aiuto dei parenti. È lì che uno stipendio comincia a offrire sicurezza.