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Giampiero De Concilio: senza riparo – INTERVISTA

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Giampiero De Concilio

Ha cominciato a quindici anni, quasi per gioco, e da allora non si è più fermato: teatro ogni anno, fiction, cinema. Giampiero De Concilio è un napoletano ibrido, che da ragazzo divideva le giornate tra la Napoli borghese e quella popolare del Rione Sanità. Nella boxe ha imparato a distribuire le forze, sul palco a tenere il centro del ring. In attesa di Je so’ pazzo, il film di Nicola Prosatore su Pino Daniele in uscita il 15 ottobre in cui interpreta il manager Claudio Poggi, Giampiero si mostra per quello che è: un attore che si interroga continuamente, studia ogni personaggio e che ha imparato a buttarsi senza riparo.

Quando hai capito che volevi fare l’attore? 

Per certi versi ho cominciato presto, a quindici anni, ma solo perché mi divertiva. Non è che a un certo punto dicevo a tutti: “Ecco, sono un attore”. Non c’è stato un giorno preciso. Probabilmente l’ho capito quando ormai era troppo tardi per scegliere altro, o forse, più semplicemente, quando ho deciso io che non si tornava più indietro. Quando ho capito che non volevo fare nient’altro. O, al contrario, che volevo fare tutto senza dovermi legare a niente: e l’attore è proprio questo, un mestiere che ti permette di fare tutti i mestieri e che puoi anche lasciare quando ne hai avuto abbastanza. Infatti, è l’unica fissazione che non mi è mai passata.

E se non avessi fatto l’attore?

Ho frequentato il Liceo Scientifico. Forse avrei fatto medicina, o l’atleta di qualche tipo, come il pugile. Il pugilato è uno sport bellissimo e, per tanti versi, mi ha salvato, dal punto di vista personale ed emotivo. Ho anche giocato a tennis per tanto tempo, ma il pugilato è quello che mi ha appassionato di più, tanto che ho fatto anche degli incontri. Il calcio, invece, non lo amo particolarmente: lo guardavo solo perché erano i pomeriggi in famiglia, e poi qui a Napoli è una tradizione. Il pugilato l’ho scoperto paradossalmente tardi, quattro anni fa. Se l’avessi conosciuto prima, chissà.

In che senso ti ha salvato?

Perché ti insegna la gestione non tanto della rabbia, come si dice di solito, ma delle forze. Ed è una cosa importante oggi, perché spesso, dopo un’ora di giornata, siamo già terribilmente affaticati, anche mentalmente. La boxe ti insegna a distribuire quelle forze. Ad alcuni pazienti con il Parkinson, per esempio, insegnano una versione ridotta della tecnica del pugilato. Ed è anche un insegnamento su come stare sul palco: devi tenere il centro del ring. Non che fare l’attore significhi prendersi l’attenzione di tutti facendo il narcisista dichiarato. Significa, invece, gestire la forza in scena, distribuire le cose nei tempi giusti, senza stancare e senza disperdere, conservarsi per arrivare nei momenti giusti. È una questione di ritmo.

Come hai iniziato, nel concreto, il tuo percorso?

Ho cominciato alla Sanità, al Nuovo Teatro Sanità, a sedici anni, con Mario Gelardi, Milena Cozzolino, Riccardo Ciccarelli, Carlo Geltrude e tutto l’entourage. Dopo un anno e mezzo di studio, ho iniziato la tournée teatrale con La paranza dei bambini di Roberto Saviano. Ed è lì che è cominciato tutto. Non so nemmeno io cosa sia successo. Ricordo solo che, appena uscivo da scuola, dovevo correre a teatro per le prove. Hai presente i ragazzi che al liceo sono già atleti e, subito dopo la scuola, devono andare ad allenarsi? Era quella roba lì.

Poi, otto anni dopo, è arrivata la serie TV Noi del Rione Sanità. Ho letto le prime due o tre scene e ho pensato: “Aspetta, ma questa storia la conosco”. Non ne facevo parte direttamente: io sono arrivato dopo alla Sanità, nella parte comoda, quando le cose non erano del tutto risolte, ma la maggior del lavoro era già stato fatto.

Come conciliavi la scuola con le prove?

A me piaceva tantissimo studiare e in classe ascoltavo molto. Ero uno di quelli che, appena tornato a casa, ripeteva subito le prime due o tre ore, combattendo contro il sonno del dopo pranzo, così il resto della giornata era mio, potevo dedicarmi alla recitazione.

Hai detto di aver studiato al Nuovo Teatro Sanità, e poi ti sei buttato subito nel lavoro. È con l’esperienza che sei cresciuto sempre di più?

Ci sono due modi per affrontare questo mestiere: o fai il percorso accademico, e poi comunque continui a studiare, oppure studi da autodidatta, cercando di incontrare le persone giuste. Per me è stata la seconda, ma in modo del tutto naturale. Certo, a volte mi è stato detto: “Ma fatti un’accademia”. Però ho avuto la fortuna di lavorare sempre e ho preso un po’ ovunque. È una strada rischiosa, un’arma a doppio taglio: impari mentre lavori, vorresti essere perfetto e a volte ti frustri pensando “Cacchio, questa cosa non la so fare”. Per questo, se non hai alle spalle un’accademia, ti serve tantissima disciplina su te stesso. Devi imparare a gestire l’autocritica: criticarti sì, ma senza farti travolgere, altrimenti è un macello.

Nei tuoi ruoli ho percepito tanta verità. Come fai, da attore napoletano, a non cadere nello stereotipo, nella macchietta, ed entrarci solo quando te lo chiedono?

Noi attori napoletani siamo sempre a rischio. Capita che i registi ti dicano: “Eh, ma fai questa battuta un po’ più napoletana” oppure “Non troppo napoletana”, e tu non sai mai bene come. Siamo sempre sotto tiro, a causa del pregiudizio degli altri. Io sono sempre stato un napoletano ibrido, di natura. Una parte della mia famiglia viene da via Garibaldi, un’altra dalla zona di Chiaia: sono sempre stato sangue misto. Di giorno ero a Chiaia e di pomeriggio al Rione Sanità. Ho vissuto entrambe le realtà, borghese e popolare, e non ho mai guardato male né l’una né l’altra. Anche se a volte devo stare attento, perché ci sono colleghi severi che hanno da ridire: “Questo era poco napoletano”, oppure “questo era troppo”. Noi napoletani, sia come pubblico sia come colleghi, siamo molto critici, forse un po’ troppo.

Lucio, Antonio, Marco, Antonello, Giovanni, Andrea, Claudio: sono solo alcuni dei personaggi che hai attraversato. Qual è quello che ti è rimasto più addosso?

Spesso scopriamo di noi cose che non sapevamo prima di interpretare quel personaggio. Poi magari ti accorgi che quella cosa era già tua, ma che in realtà era sepolta dentro di te. Ti posso dire Antonello Mazzeo, il migliore amico di Franco Califano, che ho interpretato nella fiction Rai Califano. Era un ruolo contenuto, per niente esplosivo, anzi molto in ascolto. Antonello è una persona che sa ascoltare, che sa prodigarsi per l’altro. Mi ha lasciato un pallino quasi di cristianità. La sto ancora lavorando. Credo che dobbiamo lavorarci tutti, ogni giorno, perché ascoltare non è facile: siamo troppo concentrati sulle nostre vite. Io, per primo, dovrei aprirmi un po’ di più. Ti fa dire: “Guarda come si dovrebbe essere, come sarebbe bello potersi prodigare per un altro”. Empatia, ascolto totale.

E poi c’era il tema del lasciarsi per tanto tempo e poi ritrovarsi. Antonello era un personaggio complesso, perché la sua storia attraversava due decenni, dagli anni Settanta ai Novanta. Forse è l’unico personaggio che ho fatto con un arco temporale così vasto. Ti chiedi: “Che vuol dire essere invecchiato di vent’anni?”. Al di là della voce e del corpo, come cambi emotivamente, caratterialmente?

Guardando Califano ho percepito una grande unione. Era così anche sul set?

Sì, con tutti, e con Leo Gassmann in primis, ancora oggi. In tanti ci dicono che ci somigliamo moltissimo: una volta eravamo a Londra e ce l’hanno detto proprio lì. È rimasta una forte amicizia, oltre a una grande stima professionale. La sera si usciva, si stava insieme, quindi in scena dovevamo fare poco sul piano relazionale. L’ambiente era stupendo, anche con gli altri.

Ci tengo a dirlo: ho sempre avuto la fortuna di avere colleghi meravigliosi, anche su Noi del Rione Sanità o sull’ultima serie, Erica. Incontriamo tantissima gente, ma io sono sempre riuscito a legare, e ancora oggi con alcuni ci sentiamo. È bellissimo.

Anche Nicolino Ruscica, il fotoreporter che interpreti ne L’Ora – Inchiostro contro piombo, si ispira a figure reali. Dove passa il confine tra lo studio documentale e quello che ci metti di tuo?

Il mio Nicolino Ruscica era un misto tra due fotoreporter palermitani realmente esistiti, Gigi Petyx e Letizia Battaglia, una specie di mélange. Lì c’era tanto di me, perché era un personaggio povero, che ha fame. E mi trovai a fare proprio dei parallelismi: anch’io ho tanta fame, voglio l’opportunità di fare personaggi sempre più complessi. Era un set molto ambizioso, con tantissimi attori. Da una parte c’è tutto il lavoro documentato: l’epoca, com’erano le persone, la povertà, il giornalismo, che in quel caso era una trincea. Dall’altra mi sono chiesto come mi sentivo realmente, un po’ come Nicolino: un attore giovane, come lo sono tuttora, in mezzo a dei mostri come Maurizio Lombardi, Francesco Colella, Claudio Santamaria, Lino Musella. Quindi lavori anche su quella timidezza e su quella voglia di fare.

Il 15 ottobre uscirà nelle sale Je so’ pazzo di Nicola Prosatore, su Pino Daniele. Per noi a Napoli Pino è un grande: come ti sei sentito quando hai saputo che avresti fatto parte del biopic?

È stato fighissimo. Mi sono detto: “Me lo devo studiare”, perché di Pino, a parte le canzoni, non sapevo quasi niente. Il film affronta tematiche trasversali, non racconta solo la carriera e l’ascesa. Parla anche di Napoli e soprattutto del suo inizio: non di quando era già esploso, ma di tutto il conflitto che vive un artista per arrivare. Massimiliano Caiazzo come Pino, secondo me, è bravissimo e fa un bellissimo lavoro: sono convinto che troverà parecchi consensi. Le riprese sono state rapide, un mese e mezzo, perché le cose belle sono rapide.

Per restare sull’onda dei personaggi realmente esistiti. Come ti sei avvicinato al personaggio di Claudio Poggi?

Al provino ho portato abbastanza me stesso. Poi il regista, Nicola Prosatore, che adoro, mi ha detto: “Senti questa intervista radio di Claudio Poggi, ascolta un po’ la voce”. Così ho ascoltato i suoi audio, ho guardato le sue foto, ho provato a mettermelo nel corpo. Forse l’ho anche caratterizzato un po’ di più, perché non è un documentario: non sono tenuto alla mimesi precisa, e il film non è una ricostruzione storica documentata. Ho portato un mio Claudio Poggi, una mia essenza di Claudio Poggi. Ho lavorato sulla voce, sul corpo e su un’energia da procuratore e critico musicale. Qualcuno potrebbe dire che gli ho dato un’accezione negativa. Invece no: ho interpretato semplicemente un uomo interessato agli affari, oltre che all’affetto. Sono sicuro che Claudio Poggi abbia provato tanto affetto per il suo artista, poi le strade si dividono. Per raccontare davvero lui, bisognerebbe fare uno spin-off.

So che Claudio Poggi ha espresso delle perplessità su alcune battute presenti nel trailer. Non ci siamo mai confrontati, ma credo sia importante chiarire che quando una persona fa parte di una storia così importante, un film di finzione inevitabilmente la interpreta. Non è un documentario, c’è un arco narrativo da seguire e, soprattutto, il film non parla di lui, ma di Pino: io sono semplicemente un personaggio al servizio. Anzi, a Claudio va il grande merito di averlo scoperto. Nella vita si litiga, le strade si dividono, ma questo non rende nessuno cattivo o buono.

Se domani sparissero tutte le canzoni di Pino, quale salveresti?

Terra mia. È quella che mi commuove sempre, quando sono lontano e mi viene la nostalgia. Mi mette anche un po’ di tristezza, perché mi fa pensare a Napoli come a un paradiso abitato da diavoli, una città che a volte si condanna da sola, che si fa male. La melodia e le parole mi riportano proprio lì. La amiamo, ma non la amiamo abbastanza. O forse la amiamo troppo, a modo nostro: un amore tossico, strano. Non siamo consapevoli di quello che abbiamo a portata di mano. E me ne colpevolizzo io per primo.

Con Je so’ pazzo, ma anche con Califano, sei dovuto tornare indietro nel tempo. Com’è stato vivere anni che non hai vissuto, come la Napoli degli anni Settanta e Ottanta?

È figo. Ho fatto molte domande ai miei genitori, perché mi parlavano di quel periodo come di un’epoca bollente, attivissima. Volevo capire come ci si sentiva: tra la fine dei Settanta e gli anni Ottanta erano tutt’altro che addormentati. Mi sono documentato con loro, ma anche con gli zii, per capire cosa bolliva in pentola. Mi hanno raccontato una Napoli particolare, sì, ma anche in modo positivo, con un rapporto forte tra le persone. Quella sensazione di rinascimento napoletano, l’onda del Neapolitan Power.

Su Califano ho fatto lo stesso lavoro, ma avevo un referente diretto: Antonello in persona. Ci siamo confrontato con lui io e Leo, parlavamo sempre di quegli anni. Mi ricordo che, nella zona di Roma dove abita, oggi molto popolata, mi disse: “Guarda che qua prima non c’era niente”, e anche solo fare tre chilometri per arrivare in un localino dove c’era gente, per loro, era un viaggio.

Dal 2017 non hai mai smesso di fare teatro, almeno uno spettacolo all’anno, e intanto cinema e TV. A quale delle tre dimensioni sei più legato? Se dovessi dividerle in percentuali?

Sono dimensioni diverse, soprattutto a livello corporeo. Per usare una metafora sportiva, sono tre sistemi energetici diversi: uno è più aerobico, un altro no. Cambia proprio il fiato. A teatro c’è una dimensione quasi atletica, e anche uno sforzo mnemonico diverso. C’è chi al cinema fa tutta la memoria prima, ma a teatro c’è un grande lavoro nel pre e poi un lasciarsi andare nelle prove che, secondo me, è un’altra cosa. Poi è un casino: a teatro mi dicevano che ero troppo cinematografico, al cinema che ero troppo teatrale. Non ci ho mai capito niente. Sto lì con il misurino, con il cucchiaino, a chiedermi quanto devo metterne. È un lavoro di misura complicato.

A teatro, dopo tutta la preparazione atletica, mnemonica e di cuore, a un certo punto lavori tre ore al giorno: la convocazione e vai in scena. Il set, invece, ha una pesantezza diversa: attacchi, magari la memoria la fai durante, scopri le cose, rimetti tutto in discussione ogni giorno e stai lì l’intera giornata. Anche le sveglie sono diverse: a teatro le prove non iniziano prima delle dieci, sul set ti svegli pure alle quattro del mattino.

Quindi ti dico 33,3 a testa, una fetta tripartita.

Tra cinema, serie e teatro, quali sono i lavori a cui sei più legato?

Per il cinema Un giorno all’improvviso. Invece, per le serie Decameron e L’Ora – Inchiostro contro piombo. Mentre, per il teatro Figli di Mario Perrotta.

Un giorno all’improvviso è del regista Ciro D’Emilio, con cui hai girato molte volte. Si dice che ogni regista abbia il suo attore: tu sei l’attore di Ciro?

Guarda, te lo faccio intervistare e te lo fai dire da lui! Ci vogliamo un bene dell’anima. Ormai ci capiamo al volo. Su Erica è nata questa gag: lui arrivava, faceva degli strani vocalizzi e io lo capivo subito. Un altro magari direbbe: “Ma che stai dicendo?”. Infatti Francesco Scianna ci chiedeva come facessimo a parlarci così. Dopo quattro progetti insieme, è un’intesa.

Siete tanti giovani nel settore. Hai mai percepito sulla tua pelle una competizione tossica?

Hai ragione, siamo tanti. Però secondo me è una falsa competizione, un tranello. Non c’è bisogno di competere, e non lo dico per fare il pacifista: siamo automaticamente tutti diversi. Prendi dieci di noi per lo stesso ruolo, anche esteticamente uguali, e falli recitare nella stessa scena sapendo solo le battute: già lì siamo diversi. E molto spesso a un provino non vince il talento o la preparazione. Vince il ragazzo giusto.

Gli attriti ci sono sempre. A volte mi divertono, a volte mi fanno tenerezza. Qualsiasi cosa ci distragga dal fare una scena in modo autentico, libero e sereno è tempo perso. Anch’io, per carità, ho avuto periodi in cui ero demoralizzato guardando il curriculum di qualcun altro. Ma bisogna chiedersi in quanto tempo è stato costruito quel curriculum. Devi essere resiliente. DiCaprio diceva una cosa bellissima: questo mestiere è una maratona.

Io sono più critico e competitivo verso me stesso. A diciott’anni ho avuto un maestro che mi ha messo molto in crisi. Mi disse: “Stai attento che non ti piaccia più l’idea di fare l’attore che fare l’attore”. E aggiunse che ogni sei mesi dovevo chiedermi se recitavo meglio di sei mesi prima. Io lotto spesso con il mio fantasma di sei mesi fa. A volte mi dico che non sono migliorato, a volte sì. Dipende.

Vivi periodi di alti e bassi? Come tieni vivo l’interesse?

Sì. Ho avuto persino l’ardire di sbuffare su un set, magari dopo mesi di riprese, come su L’Ora. Oggi, che non entro su un set da gennaio, ci ripenso e mi dico: “Ma sei pazzo a sbuffare su un set?”. Il set dovrebbe essere il tuo sangue. La recitazione è un matrimonio: non può andare sempre bene, ma sai che la ami e quindi vai avanti. Ci sono stati momenti difficili, in cui le cose della vita si accumulano, cose terribili, e ti chiedi cosa ti stia capitando, fuori e dentro. E poi periodi in cui sembra che si siano messi tutti d’accordo per farti andare bene. Alla fine, chi la dura la vince. Psicologicamente bisogna essere un po’ matti, davvero. Infatti studio tanto le vite degli sportivi.

Chi in particolare?

Ce n’è uno, Alex Honnold, un climber che arrampica in solitaria senza corda: se cade, muore. C’è un documentario su di lui, Free Solo, che è proprio il nome di questa modalità. Doveva scalare El Capitan, una parete famosissima, e prima l’ha salita decine di volte con la corda. Poi aspettava, cercando di capire quale fosse il momento giusto. Una mattina comincia a salire e a un certo punto torna giù. Poi l’ha scalata davvero: quasi quattro ore di arrampicata nel vuoto, quando già cinquanta metri sarebbero bastati per morire. Ecco, mi affido un po’ a loro. Se hanno avuto ripensamenti e dubbi questi atleti, che hanno scalato montagne senza corda, e se li ha avuti persino Gesù Cristo sulla croce, “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, perché non posso avere anch’io dei momenti difficili? Fanno parte della vita, che è fatta di alti e bassi. Meisner diceva che la recitazione è un atto di fede. Ma non solo in scena, nella vita in generale.

Sei più tecnico o più emotivo?

Tutte e due. Secondo me l’emotività è una tecnica, e anche nella vita dobbiamo imparare a gestirla. Provare un’emozione non basta: bisogna saperla gestire e canalizzare. Pensa alla rabbia: va bene arrabbiarsi, ma se urli male l’altro non capisce nemmeno perché sei arrabbiato. Bisogna imparare anche a urlare.

Se potessi dare un solo consiglio al Giampiero che muoveva i primi passi in questo mestiere, cosa gli diresti?

Fai più cazzate possibili. Sbaglia, rompiti proprio le cosce se necessario. Sarà una deformazione del mio cervello, ma non conosco un altro modo per imparare se non sbattere contro il muro. Forse, se ne avessi fatte di più, oggi sarei ancora più bravo.

Io volevo essere perfetto, ma la perfezione è una minaccia. Cercare di essere perfetti è proprio un errore, oggi me ne rendo conto. Era la cosa che mi riempiva di paura, perché questo è il difetto di imparare mentre lavori. Ho visto tanti colleghi fare passi da gigante concedendosi di più l’errore. Oggi lo faccio anch’io.

A buttarmi, mi sono sempre buttato, ma sempre riparato. Invece, ad oggi, credo che i cazzotti li devi prendere, altrimenti non sai come schivarli. Mi buttavo fingendo di non essere fragile, mentre buttarsi con tutta la propria fragilità, senza riparo, ti premia in maniera notevole.

 

La redazione XXI Secolo e Flavia Sara De Simone ringraziano Giampiero De Concilio per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.