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Redditi e IRPEF: otto milioni di contribuenti sostengono quasi due terzi del gettito

Redditi, IRPEF ed evasione fiscale in Italia: i dati mostrano chi sostiene il gettito, quanto manca al Fisco e dove si concentra il tax gap.

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Redditi e IRPEF: otto milioni di contribuenti sostengono quasi due terzi del gettito

Otto milioni di contribuenti sostengono quasi due terzi dell’IRPEF. Sono le persone che dichiarano almeno 35 mila euro l’anno: meno di un quinto della platea fiscale italiana. Il dato emerge dall’Osservatorio di Itinerari Previdenziali, presentato il 24 settembre 2026 al CNEL e dedicato ai redditi del 2024, dichiarati nel 2025.

Gli autori vi leggono uno squilibrio nel finanziamento del welfare e sollevano interrogativi sulle politiche assistenziali. Per capire quanto sia concentrato il carico fiscale, però, al numero delle persone va affiancato quello dei loro redditi. Quel gruppo dichiara quasi la metà del totale nazionale.

È da questo rapporto che conviene partire. Le dichiarazioni mostrano come si distribuisce l’imposta sui redditi conosciuti dal Fisco. Per capire quanto denaro gli sfugga bisogna cercare anche ciò che nelle dichiarazioni manca. Le stime disponibili per il 2023 portano il conto oltre i cento miliardi di euro, includendo i contributi non versati.

Sopra i 35 mila euro, situazioni molto diverse

Le tabelle del Dipartimento delle Finanze mettono in fila tre percentuali: i contribuenti nelle fasce dai 35 mila euro in su sono il 18,78% del totale, dichiarano il 46,27% dei redditi e il 65,12% dell’IRPEF netta, escluse le addizionali.

Parliamo di circa 8,04 milioni di persone e di 498 miliardi di euro di reddito complessivo. Una parte consistente della concentrazione del gettito si spiega dunque con la distribuzione dei redditi. Poi intervengono le regole dell’IRPEF: aliquote più alte sulle quote superiori e detrazioni che modificano quanto ciascuno deve effettivamente pagare.

La soglia dei 35 mila euro riunisce, peraltro, condizioni economiche molto lontane. La fascia tra 35 e 70 mila euro rappresenta da sola il 32,1% dell’IRPEF netta nazionale; quella oltre i 300 mila euro il 6,6%. Il peso del primo gruppo aiuta a comprendere quanto il finanziamento dell’imposta dipenda anche da redditi distanti dai vertici della distribuzione.

C’è infine una differenza nei conteggi delle fonti. Il Ministero registra 197,4 miliardi di IRPEF netta dichiarata. Itinerari arriva a 216,24 miliardi perché include le addizionali regionali e comunali e sottrae il trattamento integrativo. Il 65% citato dall’Osservatorio si riferisce a questo secondo importo.

Più redditi dichiarati, ma la media racconta poco

Nel 2024 il reddito complessivo dichiarato ha raggiunto 1.076,3 miliardi di euro: 48,6 miliardi in più rispetto al 2023, con una crescita del 4,7%. I contribuenti censiti dalle statistiche ministeriali sono 42,84 milioni.

La media è di 25.820 euro annui. Viene calcolata sui 41,69 milioni di soggetti con reddito complessivo diverso da zero, una platea leggermente più ristretta. Soprattutto, non descrive il guadagno della maggioranza: nello stesso valore confluiscono redditi molto bassi e somme assai elevate.

Anche il perimetro conta. I redditi delle attività in regime forfetario e la quasi totalità di quelli da capitale seguono una tassazione sostitutiva e restano fuori dal reddito complessivo IRPEF. Il forfetario, da solo, nel 2024 interessava circa due milioni di contribuenti.

Per questo un reddito IRPEF modesto può accompagnarsi ad altre entrate, regolarmente tassate. Le dichiarazioni offrono informazioni preziose, ma per ricostruire le disponibilità economiche di una persona occorre conoscere anche queste somme.

Stipendi e pensioni al centro, territori distanti

Il lavoro dipendente produce il 54,4% del reddito complessivo dichiarato; le pensioni un altro 30,2%. Insieme raggiungono l’84,6%. Si capisce così perché ogni discussione sull’IRPEF finisca per coinvolgere anzitutto buste paga e assegni previdenziali.

Queste quote riguardano i redditi, non l’imposta pagata dalle due categorie. Il prelievo dipende anche dalla loro distribuzione, dalle aliquote e dalle detrazioni.

La distanza fra territori è altrettanto evidente. In Lombardia il reddito medio dichiarato arriva a 30.200 euro, in Calabria si ferma a 19.020: oltre 11 mila euro di differenza all’anno. Dentro questo divario vanno cercati il peso dell’occupazione, i livelli delle retribuzioni e la struttura delle economie locali. La sola media delle dichiarazioni non consente di stabilire quanto dipenda da redditi nascosti.

Quando l’imposta si azzera

Oltre 8,7 milioni di contribuenti dichiarano un’IRPEF netta pari a zero. Le ragioni indicate dal Dipartimento delle Finanze sono diverse: redditi nelle fasce di esonero, detrazioni sufficienti ad annullare il prelievo oppure entrate soggette esclusivamente a imposte sostitutive.

Considerando anche il trattamento integrativo e il bonus tredicesima, le persone con IRPEF nulla o interamente compensata superano gli 11,3 milioni.

Sono situazioni previste dalle regole fiscali. Una dichiarazione senza imposta da pagare non dimostra, da sola, che qualcuno abbia nascosto redditi. E quel contribuente può comunque versare IVA quando acquista beni e servizi, pagare accise, tributi locali o imposte sostitutive.

È un passaggio essenziale nel dibattito su chi contribuisce alle spese comuni: l’IRPEF è una voce importante delle entrate pubbliche, ma il conto dei versamenti dei cittadini comprende anche altro.

Redditi: l’evasione supera i cento miliardi

Per misurare le entrate mancanti si usa il cosiddetto tax gap: la differenza fra quanto dovrebbe essere pagato rispettando gli obblighi fiscali e quanto viene effettivamente versato.

Queste stime richiedono tempi più lunghi rispetto alle statistiche sulle dichiarazioni. L’aggiornamento della Relazione sull’evasione trasmesso alla Camera il 18 dicembre 2025 riguarda il 2023, mentre l’Osservatorio di Itinerari esamina i redditi del 2024.

Per il 2023, il mancato gettito dei tributi considerati nella Relazione è stimato fra 97,9 e 99,2 miliardi di euro. Con i contributi non versati, si arriva a una somma compresa fra 107,1 e 111,9 miliardi.

L’aumento complessivo rispetto al 2022 è di circa il 9%. Ma la crescita degli importi va letta insieme al loro peso sulle entrate attese. Per le sole imposte, la quota mancante passa dal 16,9–17,1% al 17,0–17,2%: un peggioramento molto più contenuto.

In sostanza, nei tributi esaminati continuano a mancare circa 17 euro ogni 100 dovuti. Le somme perse aumentano, mentre la loro incidenza resta vicina a quella dell’anno precedente.

Dipendenti e autonomi, la differenza comincia dalle trattenute

Per un dipendente regolarmente assunto, l’IRPEF viene generalmente trattenuta dal datore di lavoro prima che lo stipendio arrivi sul conto. Per un pensionato provvede l’ente previdenziale. Il Fisco riceve quindi le informazioni sul reddito da un soggetto diverso da chi lo percepisce.

Nelle attività autonome e d’impresa diventano centrali la registrazione di ricavi, compensi e costi e la possibilità di verificarne la completezza. Questa differenza nei meccanismi di prelievo aiuta a leggere uno dei divari più ampi della Relazione.

Nel 2023 la quota di IRPEF mancante sul lavoro dipendente, legata alla componente irregolare, è stimata fra l’1,6 e il 2,3% dell’imposta potenzialmente dovuta. Per l’IRPEF da lavoro autonomo e d’impresa raggiunge il 60,6%.

Il secondo dato significa che mancano circa 61 euro ogni 100 di imposta attesa in quella componente. Non dice che sei autonomi su dieci evadano, né comprende tutte le imposte sulle attività economiche.

Il mancato gettito ammonta a circa 39,8 miliardi di euro. Di questi, 36,8 derivano da imposte non dichiarate; quasi 3 miliardi da somme dichiarate ma non versate. Occorre quindi sia far emergere i redditi nascosti sia riscuotere debiti che l’amministrazione già conosce.

Le cifre restano soggette a revisione. In particolare, per i mancati versamenti degli ultimi due anni esaminati la Relazione utilizza stime ricavate dalle informazioni disponibili.

Il conto dell’IVA: 33 miliardi mancanti

Anche l’IVA pesa molto sulle entrate perdute: nel 2023 il suo divario di gettito è stimato in 33,1 miliardi di euro. Per l’IRES, l’imposta sui redditi delle società, la cifra è di circa 10,3 miliardi.

Sommando IVA e IRPEF da lavoro autonomo e d’impresa si arriva a quasi 73 miliardi, circa tre quarti del mancato gettito tributario considerato nella Relazione. Bastano queste due voci a spiegare gran parte del conto.

L’andamento dell’IVA offre anche una prospettiva meno immediata. Nel 2023 manca il 19,7% dell’imposta potenzialmente dovuta, contro il 18,4% del 2022. Il risultato peggiora nel confronto annuale, ma resta migliore rispetto al 2019, quando la quota era del 22,3%.

La battuta d’arresto del 2023 si inserisce dunque in un percorso di riduzione rispetto al periodo precedente la pandemia. Valutare il contrasto all’evasione richiede di tenere insieme entrambi gli andamenti.

Redditi: quanto torna nelle casse pubbliche

Nel 2025 Agenzia delle Entrate e Agenzia delle Entrate-Riscossione hanno recuperato complessivamente 36,2 miliardi di euro. Di questi, 29 miliardi sono attribuiti al contrasto dell’evasione e 7,2 ai recuperi effettuati per conto di altri enti.

Esaminando il Documento di finanza pubblica, la Corte dei conti evidenzia che 26,1 miliardi dei recuperi erariali provengono dalle attività ordinarie. La voce maggiore, pari a 15,9 miliardi, è costituita dai versamenti successivi agli atti dell’Agenzia delle Entrate.

Quegli incassi possono riguardare debiti e irregolarità di anni precedenti. Sottrarli all’evasione stimata per il 2023 produrrebbe perciò un risultato fuorviante: le somme si riferiscono a periodi e ambiti differenti.

Per chi paga regolarmente, le conseguenze sono concrete. Le imposte che mancano riducono le risorse disponibili per la collettività; nelle attività economiche, possono inoltre dare a chi non le versa un vantaggio sui concorrenti in regola.

L’efficacia del Fisco si misura così su due risultati: recuperare i debiti accumulati e ridurre le somme che ogni anno continuano a sfuggire. Il secondo è decisivo per evitare che, al prossimo bilancio, il conto si ripresenti.