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Il venerdì si accorcia e il lavoro cambia volto

La vera sfida non sarà allora stabilire se il futuro del lavoro avrà quattro o cinque giorni. Sarà capire quanto tempo serve davvero per produrre lo stesso valore.

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Il venerdì si accorcia e il lavoro cambia volto

Il modello Lavazza conquista le aziende italiane

Smart working, venerdì breve e settimana corta: non è più soltanto una richiesta dei lavoratori. È diventata una delle nuove frontiere delle politiche aziendali. E mentre Lavazza costruisce il suo modello di flessibilità, altre grandi imprese italiane sperimentano formule diverse per ridurre il tempo trascorso in ufficio senza rinunciare alla produttività. Il venerdì alle 14 il computer si spegne, la scrivania resta vuota e il fine settimana comincia prima. Non è più soltanto un desiderio espresso dai lavoratori nei sondaggi: in alcune grandi aziende italiane è diventato parte dell’organizzazione del lavoro. Tra le realtà che hanno scelto di muoversi in questa direzione c’è Lavazza. Il gruppo torinese ha costruito negli ultimi anni un sistema che mette insieme smart working e riduzione dell’orario in alcuni periodi dell’anno. Per i dipendenti del quartier generale e del centro direzionale è previsto lo smart working fino a dieci giorni al mese, anche consecutivi, mentre il «venerdì breve» consente l’uscita anticipata nei mesi compresi tra maggio e settembre. Non si tratta, però, della classica settimana corta da quattro giorni. Ed è proprio questa distinzione a raccontare quanto il mondo del lavoro stia cambiando.

Lavazza: il venerdì comincia prima

Il modello Lavazza nasce da un accordo sindacale e punta soprattutto sulla conciliazione tra vita privata e lavoro. La formula non cancella il quinto giorno lavorativo: lo accorcia. La sperimentazione è stata successivamente estesa anche allo stabilimento di Gattinara. Qui il meccanismo è diverso e lega la riduzione dell’orario alle esigenze produttive: a fronte di maggiori prestazioni, anche il sabato, vengono maturate ore di recupero che possono trasformarsi in venerdì lavorativi ridotti a quattro ore. L’accordo 2024-2026 riguarda quasi 400 lavoratori dello stabilimento ed è stato approvato con il 97% dei voti. È un modello particolarmente interessante perché cerca di mettere insieme due esigenze apparentemente opposte: la necessità dell’impresa di mantenere la flessibilità produttiva e quella dei lavoratori di recuperare tempo.  il tema non riguarda soltanto l’orario. Nel pacchetto Lavazza rientrano anche strumenti di caregiving, congedi aggiuntivi per i genitori e permessi per le cure veterinarie degli animali domestici. Una filosofia di welfare che ha contribuito al riconoscimento dell’azienda come una delle realtà più apprezzate dai lavoratori nella classifica Best Employers 2026.

Ma la settimana corta è un’altra cosa

Il caso Lavazza va confrontato con aziende che hanno fatto un passo ulteriore: non accorciare semplicemente il venerdì, ma ridurre i giorni effettivi di lavoro. È il caso di Intesa Sanpaolo, che dal 2023 ha introdotto la possibilità, su base volontaria, di lavorare quattro giorni alla settimana per nove ore al giorno, mantenendo invariata la retribuzione. La cosiddetta formula «4×9» si affianca a un sistema di lavoro flessibile che può arrivare a 120 giornate da remoto all’anno, estendibili a 140 in particolari situazioni. Qui il concetto cambia: non si lavora meno ore nella settimana, ma si concentrano le ore in quattro giornate. Ancora più radicale è stata la sperimentazione di EssilorLuxottica. Il progetto «Time4You» ha consentito a migliaia di lavoratori di usufruire di 20 giornate aggiuntive di riposo nell’arco dell’anno, prevalentemente il venerdì. Una parte viene coperta attraverso permessi individuali e la quota maggiore dall’azienda. La sperimentazione ha riguardato anche il mondo produttivo, dove lo smart working non è naturalmente applicabile come negli uffici.

Da SACE a SIAE: il lavoro diventa più flessibile

Anche SACE ha scelto di sperimentare la settimana di quattro giorni. E qui arriva uno degli elementi più interessanti del dibattito: secondo i dati presentati dall’amministratrice delegata Alessandra Ricci, la produttività del gruppo sarebbe cresciuta del 26% nel 2024 e di un ulteriore 17% nel primo trimestre del 2025. Il modello è stato accompagnato da orari flessibili, smart working e una maggiore responsabilizzazione dei dipendenti.  Anche SIAE ha sperimentato nel 2025 la propria «smart week». Per circa 600 dipendenti, su base volontaria, il calendario alternava settimane di quattro giorni, soprattutto nei mesi estivi e a dicembre, a settimane tradizionali di cinque giorni. Lo smart working, anziché essere sostituito, è stato mantenuto come parte integrante del modello.  È proprio questa combinazione a rappresentare una delle tendenze più interessanti: non esiste più necessariamente un’unica modalità di lavoro. Ufficio, remoto, orario flessibile e settimana ridotta possono convivere.

Il vero salto: passare dalla presenza al risultato

La questione, alla fine, non è soltanto quanti giorni si trascorrono davanti al computer. È il passaggio da una cultura fondata sulla presenza a una cultura fondata sul risultato. Lo smart working, per definizione, è una modalità di esecuzione del lavoro subordinato che può essere organizzata per obiettivi e senza un vincolo rigido di luogo e orario, nel rispetto dei limiti massimi dell’orario di lavoro. La settimana corta aggiunge un’altra domanda: è davvero necessario lavorare cinque giorni per ottenere gli stessi risultati? Le esperienze delle grandi aziende italiane non danno ancora una risposta universale. I modelli cambiano molto a seconda del settore, dell’organizzazione e del tipo di mansione. Un impiegato può lavorare da casa; un operaio davanti a una linea produttiva no. Una banca può concentrare l’orario in quattro giornate; una fabbrica deve garantire continuità degli impianti. Ed è per questo che il «venerdì breve» di Lavazza è forse più significativo di quanto sembri. Non propone una rivoluzione uguale per tutti, ma cerca una soluzione compatibile con le diverse esigenze dell’impresa.

Dal benefit alla strategia per trattenere i talenti

C’è poi un altro aspetto, meno visibile ma decisivo: la competizione per attrarre e trattenere le persone. Dopo la pandemia, smart working e flessibilità sono diventati elementi sempre più importanti nella scelta di un posto di lavoro. Le aziende si trovano così a competere non soltanto sugli stipendi, ma anche sul tempo. Un venerdì che finisce prima significa meno pendolarismo, più tempo con i figli, la possibilità di fare una visita medica senza prendere un giorno di ferie, dedicarsi alla famiglia o semplicemente avere qualche ora in più per sé. Per le imprese, invece, il vantaggio può essere quello di costruire un rapporto diverso con i dipendenti, aumentando autonomia e responsabilizzazione e rendendosi più attrattive sul mercato del lavoro. Il punto, però, è non confondere una formula di welfare con una vera riduzione dell’orario. Il «venerdì breve» di Lavazza, la settimana 4×9 di Intesa Sanpaolo, le giornate aggiuntive di EssilorLuxottica e la smart week di SIAE sono modelli differenti. Hanno però una stessa origine: l’idea che il lavoro non debba necessariamente coincidere con la permanenza fisica in azienda per cinque giorni alla settimana. E così, mentre il dibattito politico sulla settimana corta continua, alcune imprese stanno già facendo il loro esperimento sul campo. La vera sfida non sarà allora stabilire se il futuro del lavoro avrà quattro o cinque giorni. Sarà capire quanto tempo serve davvero per produrre lo stesso valore. Perché forse la domanda che sta cambiando non è più «da dove lavori?», ma «che cosa riesci a produrre con il tempo che hai?».