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La Guerra dei Sei Giorni: vittoria, esodo e memoria

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra battaglie, conquista di Gerusalemme, esodo palestinese e memoria: fotografie, canzoni e letteratura.

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La Guerra dei Sei Giorni: vittoria, esodo e memoria
Immagine generata con l'AI

Nel giugno 1967 Israele conquistò nuovi territori e raggiunse la Città Vecchia di Gerusalemme. Le immagini della vittoria raccontarono solo una parte di ciò che stava accadendo. Tre paracadutisti israeliani davanti al Muro Occidentale di Gerusalemme. È il 7 giugno 1967 e David Rubinger scatta la fotografia che diventerà una delle più conosciute della Guerra dei Sei Giorni. Il luogo, le uniformi, i volti dei soldati: c’è già abbastanza per capire perché quell’immagine abbia avuto tanta fortuna. Per molti israeliani, arrivare lì significava ritrovare un pezzo della propria storia.

La guerra, però, non era finita. Sarebbe durata fino al 10 giugno e avrebbe lasciato conseguenze ben oltre quella settimana. Mentre i paracadutisti raggiungevano il Muro, altre persone combattevano, fuggivano o cercavano notizie dei familiari. La fotografia non poteva contenere tutto questo. Vale la pena tenerlo presente, perché il ricordo del 1967 si è costruito anche attraverso ciò che le immagini mostravano e ciò che lasciavano fuori.

Guerra: prima del 5 giugno

Nel 1967 le conseguenze del 1948 erano ancora presenti. La nascita di Israele era stata accompagnata da una guerra che aveva lasciato centinaia di migliaia di palestinesi senza casa. Per loro era stata la Nakba, la catastrofe. Gli armistizi del 1949 avevano fermato gli eserciti, ma le contese restavano aperte. La Cisgiordania era controllata dalla Giordania, Gaza amministrata dall’Egitto. Gerusalemme era divisa.

Dal Cairo, Gamal Abdel Nasser prometteva indipendenza dalle potenze europee e unità araba. La nazionalizzazione del canale e la crisi di Suez del 1956 gli avevano dato prestigio. Alla radio parlava a un pubblico che superava i confini egiziani.

La situazione precipitò nella primavera del 1967. Gli scontri fra Israele e Siria si intensificarono; a maggio i sovietici segnalarono truppe israeliane concentrate contro la Siria. Quel concentramento non c’era, ma la notizia contribuì all’escalation. Nasser mandò soldati nel Sinai e chiese il ritiro della forza delle Nazioni Unite presente sul territorio egiziano dopo Suez.

Il 22 maggio annunciò la chiusura degli stretti di Tiran alle navi israeliane. Per Israele significava minacciare l’accesso a Eilat: il blocco era inaccettabile. Intanto erano stati richiamati i riservisti. Levi Eshkol cercava sostegno all’estero, mentre i vertici militari premevano per intervenire.

Gli americani, però, valutavano diversamente il pericolo. Il 25 e 26 maggio dissero al ministro israeliano Abba Eban che la loro intelligence non vedeva un attacco arabo imminente e considerava Israele militarmente favorito. È la prospettiva che emerge dalle carte diplomatiche: una valutazione basata sulle informazioni di allora, utile a capire la distanza fra Washington e il governo israeliano.

Gli aerei a terra, gli eserciti in movimento

Il 5 giugno Israele colpì per primo gli aeroporti egiziani. Molti aerei furono distrutti a terra, prima di poter decollare. In poche ore gran parte dell’aviazione egiziana era fuori combattimento. Le colonne israeliane potevano avanzare con meno rischi dall’alto; quelle egiziane restavano esposte ai bombardamenti.

Nel Sinai l’offensiva superò le difese e raggiunse il canale di Suez. Contava anche il coordinamento sul terreno: ad Abu Ageila, fra il 5 e il 6 giugno, Ariel Sharon impiegò insieme carri armati, fanteria, artiglieria e paracadutisti per sfondare le posizioni egiziane.

La Giordania intervenne quello stesso 5 giugno, bombardando obiettivi israeliani. Hussein aveva appena firmato un patto di difesa con Nasser, il 30 maggio, accettando il comando egiziano sulle proprie forze. Il patto legava una monarchia vicina all’Occidente al leader del nazionalismo arabo, dopo anni di diffidenza.

Eshkol aveva fatto sapere al re che Israele avrebbe evitato operazioni contro la Giordania se questa non avesse attaccato. L’intervento giordano aprì invece il fronte di Gerusalemme e della Cisgiordania. Gli israeliani colpirono l’aviazione giordana e accerchiarono la Città Vecchia. I paracadutisti vi entrarono il 7 giugno, il giorno della fotografia di Rubinger.

Sul Golan l’attacco terrestre cominciò il 9 giugno. Al cessate il fuoco del 10, Israele controllava Sinai, Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est e parte delle alture siriane.

Alla radio arrivava un altro racconto. Il 6 giugno Radio Cairo accusò Stati Uniti e Gran Bretagna di aver aiutato militarmente Israele. Secondo i documenti americani, il ministro egiziano Mahmoud Riad riconobbe poi che l’accusa era infondata. Mentre gli eserciti arretravano, si cercava una spiegazione della sconfitta da offrire al pubblico.

Gerusalemme cambia, cambia una canzone

La notizia della conquista della Città Vecchia passò attraverso la radio, poi le cronache e le fotografie. Per molti ebrei il ritorno al Muro Occidentale aveva un significato religioso e storico. Durante il controllo giordano, quel luogo era rimasto inaccessibile dal settore israeliano della città.

C’era già una canzone a esprimere quel desiderio. Naomi Shemer aveva composto “Yerushalayim shel zahav”, “Gerusalemme d’oro”, prima della guerra. Presentata poche settimane prima dei combattimenti, parlava dei luoghi dai quali gli israeliani erano separati. Dopo la conquista, Shemer aggiunse una strofa. Le parole dovevano seguire ciò che era successo.

La fotografia di Rubinger fissava un momento; la canzone permetteva di tornarci, di cantarlo insieme. Entrambe contribuirono a fare di Gerusalemme il centro del ricordo israeliano della vittoria.

Nelle case dei palestinesi della parte orientale, quella conquista aveva un altro significato. Gli abitanti si ritrovavano sotto un nuovo potere militare. “Riunificazione”, la parola usata nel racconto israeliano, non poteva esprimere ciò che per loro era un’occupazione.

A fine giugno Israele estese legge e amministrazione a Gerusalemme Est. Le Nazioni Unite contestarono le misure che cambiavano unilateralmente lo status della città. Il ritorno al Muro aveva suscitato emozioni profonde; restava da decidere come governare Gerusalemme e quali diritti avrebbero avuto le persone che ci abitavano.

Guerra: dopo la sconfitta, un’altra partenza

Nel mondo arabo il giugno 1967 venne chiamato Naksa, la battuta d’arresto. Il nome era diverso da Nakba, ma nella vita di molte famiglie palestinesi le due date si erano sovrapposte. Chi aveva perso la casa nel 1948 poteva dover ripartire ancora.

Il rapporto UNRWA del 1967 stimava che, fra giugno e agosto, circa duecentomila persone avessero attraversato il Giordano da ovest a est. Almeno centomila erano rifugiati già registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per l’assistenza ai rifugiati palestinesi. Sono le cifre di quel movimento, in quei mesi: non il totale di tutti i palestinesi sfollati durante la guerra.

Si partiva per i combattimenti e per la paura, ma ci furono anche espulsioni e demolizioni. Nella regione di Gerico si svuotarono campi che avevano accolto profughi del 1948. Chi riusciva trovava posto da parenti; altri si sistemavano nelle scuole, negli edifici pubblici o nei nuovi accampamenti. Il cessate il fuoco non bastava a riportarli a casa.

Nasser dovette spiegare il disastro. Il 9 giugno annunciò le dimissioni. Le manifestazioni che gli chiedevano di restare lo spinsero a ritirarle: il sostegno personale resisteva, mentre la promessa di una riscossa araba usciva duramente colpita dalla guerra.

La discussione arrivò nella poesia. Il siriano Nizar Qabbani accusò i governi arabi di autoritarismo, immobilismo e retorica. Si era parlato molto, si erano promesse vittorie. Adesso bisognava fare i conti con la sconfitta e con un linguaggio politico che l’aveva resa ancora più difficile da accettare.

Tornare alla fotografia

Ghassan Kanafani raccontò il legame fra il 1948 e il 1967 attraverso una vicenda familiare. In “Ritorno a Haifa”, Said e Safiyya tornano dopo la guerra nella casa lasciata durante la Nakba. La trovano abitata da una famiglia ebrea e devono affrontare il destino del figlio dal quale erano stati separati.

Rivedere la casa non rimette le cose a posto. Il passato è ancora lì, ma nel frattempo altre persone hanno vissuto in quelle stanze. Kanafani costringe i suoi personaggi a misurarsi con responsabilità, appartenenza e patria. Letto accanto alla canzone di Shemer, il racconto fa sentire quanto potesse essere diversa, nel 1967, l’esperienza di un ritorno.

La diplomazia cercava una soluzione. Il 22 novembre la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza collegò il ritiro israeliano dai territori occupati al riconoscimento e alla sicurezza degli Stati. Dei palestinesi affrontava il problema dei rifugiati, chiedendone una giusta soluzione; non riconosceva esplicitamente il loro diritto a uno Stato.

Il Sinai sarebbe tornato all’Egitto attraverso il percorso aperto dal trattato di pace del 1979. In Cisgiordania e a Gaza, l’occupazione e la questione nazionale palestinese avrebbero continuato a segnare il dopoguerra.

Nella fotografia di Rubinger rimangono tre soldati davanti al Muro. Si capisce perché quel momento abbia significato tanto per chi lo visse come un ritorno. Fuori ci sono le famiglie dirette verso il Giordano, i campi di Gerico, gli abitanti di Gerusalemme Est. Fra loro c’era chi una casa l’aveva già perduta nel 1948. Stavolta ne lasciava un’altra, senza sapere se avrebbe potuto rivederla.