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1947-1949: la nascita di Israele, la guerra e la Nakba palestinese

La nascita di Israele nel 1948, dalla spartizione ONU alla guerra arabo-israeliana: il sionismo, la Nakba palestinese e gli armistizi del 1949.

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1947-1949: la nascita di Israele, la guerra e la Nakba palestinese

Nel pomeriggio del 14 maggio 1948, David Ben-Gurion lesse a Tel Aviv la dichiarazione d’indipendenza di Israele. La cerimonia si svolse nell’ex casa di Meir Dizengoff, allora sede del museo cittadino. Il Mandato britannico sulla Palestina sarebbe terminato poche ore dopo, alla mezzanotte tra il 14 e il 15 maggio. Da quel momento le autorità provvisorie del nuovo Stato avrebbero assunto formalmente i loro poteri. In Palestina si combatteva già da mesi.

La dichiarazione richiamava il legame storico degli ebrei con quella terra, il sionismo, la Shoah e la risoluzione delle Nazioni Unite sulla spartizione. Annunciava uno Stato aperto all’immigrazione ebraica e prometteva uguaglianza di diritti ai cittadini, senza distinzioni di religione, razza o sesso. Agli abitanti arabi chiedeva di partecipare alla costruzione del Paese.

I confini, però, non erano indicati. A determinare l’estensione del controllo israeliano avrebbero contribuito le operazioni militari e gli accordi che seguirono. Gli Stati Uniti riconobbero subito il governo provvisorio come autorità de facto del nuovo Stato.

Il sionismo e la Palestina sotto il dominio britannico

Il progetto di una patria nazionale ebraica aveva preso forma nell’Europa di fine Ottocento, segnata dai nazionalismi, dall’antisemitismo e dalle persecuzioni. Il sionismo moderno trovò il proprio centro nella Palestina, legata alla storia e alla tradizione religiosa degli ebrei.

Quel territorio apparteneva all’Impero ottomano. Vi abitava una popolazione in larga maggioranza araba, musulmana e cristiana, accanto a comunità ebraiche di antico insediamento e ai nuovi immigrati. Fu la Prima guerra mondiale ad aprire la strada al controllo britannico.

Il 2 novembre 1917, il ministro degli Esteri Arthur Balfour dichiarò il sostegno di Londra alla creazione in Palestina di un «focolare nazionale per il popolo ebraico». Precisò che il progetto non avrebbe dovuto pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche.

Il testo riconosceva dunque un’aspirazione nazionale agli ebrei. Per la maggioranza araba parlava di diritti civili e religiosi, senza riconoscerne esplicitamente le aspirazioni nazionali. Questa differenza avrebbe pesato sull’intera esperienza del Mandato, approvato dalla Società delle Nazioni nel 1922.

Israele: le istituzioni ebraiche e la rivolta araba

Durante il Mandato aumentò l’immigrazione ebraica. Lo Yishuv, la comunità ebraica della Palestina, consolidò istituzioni politiche, scuole, organizzazioni economiche e sindacali. L’Haganah, la sua principale organizzazione militare, acquistò uomini, esperienza e capacità operative. Prima ancora del 1948 esistevano quindi strutture sulle quali costruire un governo e un esercito.

Fra gli arabi palestinesi cresceva l’opposizione al progetto sionista, percepito come una minaccia all’indipendenza del Paese. La rivolta del 1936-1939 colpì il dominio britannico e l’espansione sionista.

La repressione di Londra fu durissima. Arresti, esili e perdite militari indebolirono la dirigenza e le organizzazioni palestinesi, già attraversate da divisioni interne. Quando si arrivò alla crisi del 1947-1948, lo Yishuv disponeva di istituzioni relativamente solide; i palestinesi affrontavano il conflitto con una direzione politica più frammentata e forze meno organizzate.

I sopravvissuti alla Shoah e la crisi del Mandato

La Shoah rese drammatica l’urgenza di trovare un rifugio. Alla fine del 1946, secondo lo United States Holocaust Memorial Museum, gli sfollati ebrei in Germania, Austria e Italia erano circa 250.000. Molti volevano raggiungere la Palestina, ma le restrizioni britanniche all’immigrazione ne ostacolavano l’ingresso.

Nel 1947 il caso dell’Exodus attirò l’attenzione internazionale: oltre 4.500 passeggeri furono intercettati dai britannici e riportati in Europa. La vicenda mostrava quanto fosse difficile trovare una destinazione per chi era sopravvissuto alle persecuzioni.

Londra, intanto, faticava a mantenere il controllo della Palestina. La Gran Bretagna usciva economicamente indebolita dalla guerra e sosteneva una presenza militare costosa, senza riuscire a conciliare le richieste dei due movimenti nazionali.

Aumentavano anche sabotaggi e attentati dell’insurrezione ebraica contro il Mandato. Vi partecipavano l’Irgun e il Lehi, organizzazioni armate del sionismo radicale distinte dall’Haganah. Nel luglio 1946 l’Irgun aveva colpito il King David Hotel di Gerusalemme, sede di uffici dell’amministrazione britannica. Il costo del controllo militare, la violenza e il fallimento dei tentativi di accordo spinsero il governo britannico a portare la questione alle Nazioni Unite nel 1947.

Il piano dell’ONU: due Stati e una Gerusalemme internazionale

Il Comitato speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, noto con la sigla inglese UNSCOP, esaminò le possibili soluzioni. Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale approvò la risoluzione 181: raccomandava la creazione di uno Stato ebraico e di uno arabo, legati da un’unione economica. Per Gerusalemme era prevista un’amministrazione internazionale.

Gli ebrei costituivano circa un terzo della popolazione. Al loro Stato il piano destinava circa il 56 per cento della Palestina mandataria a ovest del Giordano, comprendendo gran parte del Negev, in larga misura desertico.

Le due comunità, però, non vivevano in territori nettamente separati. Come mostravano le stime demografiche dell’UNSCOP, una consistente popolazione araba sarebbe rimasta all’interno dello Stato ebraico.

L’Agenzia ebraica accettò la spartizione come base per la nascita dello Stato. La dirigenza araba palestinese e gli Stati arabi la respinsero. Contestavano la distribuzione del territorio e la legittimità di una divisione decisa contro la volontà della maggioranza degli abitanti. Per i palestinesi era in gioco la possibilità di ottenere l’indipendenza in un Paese del quale costituivano la maggioranza.

Il piano rimase privo degli strumenti effettivi per attuare la transizione. Mentre i britannici preparavano il ritiro, gli scontri si estesero.

Israele: la guerra civile e il Piano Dalet

Dalla fine di novembre del 1947, città, villaggi e strade furono investiti da attacchi e rappresaglie fra organizzazioni armate ebraiche e palestinesi. Alle forze palestinesi si aggiunsero volontari provenienti dai Paesi arabi.

La strada fra la costa e Gerusalemme divenne uno dei fronti decisivi. Gli attacchi arabi ai convogli minacciavano i rifornimenti alla popolazione ebraica della città. Nella primavera del 1948 l’Haganah passò all’offensiva per riaprire i collegamenti e consolidare il controllo del territorio in vista della partenza britannica e del previsto intervento degli eserciti vicini.

A marzo era stato elaborato il Piano Dalet. Prevedeva il controllo delle aree del futuro Stato ebraico e la protezione degli insediamenti ebraici esterni ai suoi confini. Contemplava anche la distruzione di villaggi considerati difficili da controllare e, in caso di resistenza all’occupazione, l’espulsione della popolazione oltre i confini dello Stato. Nei villaggi che non avessero resistito erano previsti occupazione, disarmo e controllo militare.

Sul significato del piano esiste un dibattito storiografico. Ilan Pappé, in The Ethnic Cleansing of Palestine, lo considera lo strumento di un’espulsione pianificata. Benny Morris, in 1948: A History of the First Arab-Israeli War, ne sottolinea gli obiettivi militari e territoriali, pur riconoscendo le disposizioni sulle espulsioni e il potere lasciato ai comandanti di decidere la sorte dei villaggi.

Il dissenso riguarda la pianificazione generale e le intenzioni della dirigenza. Le espulsioni avvenute durante la guerra sono documentate anche negli studi di Morris.

Deir Yassin e l’esodo prima del 14 maggio

Il 9 aprile 1948, uomini dell’Irgun e del Lehi attaccarono Deir Yassin, vicino a Gerusalemme. Uccisero oltre cento palestinesi, fra cui donne e bambini. Le notizie del massacro si diffusero rapidamente e alimentarono la paura di altre stragi, contribuendo alla fuga da località minacciate dai combattimenti.

L’esodo palestinese era quindi già cominciato prima della proclamazione di Israele e dell’ingresso degli eserciti arabi. A spingere gli abitanti ad abbandonare le case furono attacchi, bombardamenti, timore dell’avanzata nemica e cedimento delle strutture locali. In altre località le forze ebraiche espulsero direttamente la popolazione.

Queste circostanze si combinarono in modi diversi. Nella primavera del 1948, mentre l’Haganah conquistava posizioni e centri abitati, un numero crescente di palestinesi perdeva la propria casa, il lavoro e i legami della comunità in cui era vissuto.

L’intervento degli eserciti arabi e la controffensiva israeliana

Dal 15 maggio, terminato il Mandato, intervennero gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria e Iraq. Anche il Libano partecipò alle operazioni, con un ruolo più limitato. Il conflitto assunse così una dimensione interstatale.

I governi arabi avevano obiettivi differenti. Re Abdullah di Transgiordania puntava a impadronirsi della parte araba della Palestina; altri governi temevano l’espansione del suo potere. Le rivalità ostacolavano il coordinamento militare. La Legione Araba transgiordana, fra le forze meglio organizzate, conquistò la Città Vecchia di Gerusalemme e mantenne Latrun, rendendo difficili i collegamenti israeliani con la città.

Israele rafforzò progressivamente il proprio esercito attraverso la mobilitazione e l’arrivo di armi dall’estero. La prima tregua, dall’11 giugno all’8 luglio, permise di addestrare reclute e riorganizzare i reparti. Furono importanti le forniture cecoslovacche di armi, munizioni e aerei. Alla ripresa dei combattimenti, le forze israeliane erano in condizioni migliori per passare all’offensiva.

Nel luglio 1948, durante l’Operazione Dani, conquistarono Lydda e Ramle, lungo l’asse fra Tel Aviv e Gerusalemme. Decine di migliaia di palestinesi furono espulsi dalle due città. Le offensive successive ampliarono il territorio controllato da Israele e provocarono altre fughe ed espulsioni. Una parte della popolazione araba rimase invece all’interno dello Stato.

Israele: perché i profughi non tornarono

La durata dell’esilio dipese anche dalle decisioni prese dopo la partenza. Il governo israeliano si oppose al ritorno generale dei profughi. In una lettera del 1° agosto 1948 al mediatore delle Nazioni Unite, spiegò il rifiuto della riammissione richiamando esigenze di sicurezza e le conseguenze militari, politiche ed economiche del rimpatrio.

L’11 dicembre, con la risoluzione 194, l’Assemblea generale dell’ONU affermò che i profughi desiderosi di tornare nelle proprie case e vivere in pace con i vicini avrebbero dovuto poterlo fare al più presto possibile. Previde risarcimenti per le proprietà di chi avesse scelto di non rientrare e per perdite o danni ai beni nei casi indicati dalla risoluzione.

Alla Commissione di conciliazione fu affidato il compito di favorire una soluzione. La fine dei combattimenti, tuttavia, non portò a un rimpatrio generale.

Nel 1949 la Missione economica delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, presieduta da Gordon Clapp, stimò in circa 726.000 i profughi provenienti dal territorio controllato da Israele e impossibilitati a rientrare. La cifra derivava dal confronto fra la popolazione araba precedente alla guerra e quella rimasta.

Gli armistizi del 1949 e le conseguenze della guerra

Tra febbraio e luglio del 1949, Israele firmò accordi di armistizio separati con Egitto, Libano, Transgiordania e Siria. Secondo la ricostruzione delle Nazioni Unite, controllava ormai circa il 77 per cento della Palestina mandataria a ovest del Giordano.

La Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, rimase sotto controllo transgiordano; Gaza sotto controllo egiziano. Lo Stato arabo palestinese previsto dalla spartizione non nacque.

Le linee di armistizio, conosciute come Linea Verde, segnavano la separazione militare fra le parti e non costituivano un accordo definitivo sui confini. Gerusalemme restò divisa. Nel maggio 1949 Israele entrò nelle Nazioni Unite, consolidando il proprio riconoscimento internazionale.

Per la memoria nazionale israeliana, il 1948 divenne l’anno dell’indipendenza e della difesa del nuovo Stato. Per i palestinesi fu la Nakba, la «catastrofe»: la perdita delle case, lo spopolamento di città e villaggi e la disgregazione di gran parte della società precedente alla guerra. Gli armistizi sancirono la sopravvivenza di Israele, lasciando irrisolti il futuro nazionale dei palestinesi e il destino dei rifugiati.