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Giovanna I e Giovanna II: potere e memoria nella Napoli angioina

Giovanna I e Giovanna II segnarono il Regno di Napoli nel medioevo, tra conflitti dinastici, crisi politiche e questioni di legittimità.

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Giovanna I e Giovanna II: potere e memoria nella Napoli angioina

Napoli non distingue nettamente tra storia e leggenda: nel racconto pubblico le due dimensioni si intrecciano fino a sovrapporsi, generando una memoria stratificata. Tra le figure che meglio incarnano questa stratificazione ci sono due sovrane che condividono lo stesso nome: Giovanna. Separate da quasi settant’anni, governarono in contesti diversi ma affrontarono una difficoltà comune: esercitare l’autorità in un sistema politico che considerava il potere una prerogativa maschile.

Tra XIV e XV secolo Napoli non era una realtà marginale, bensì una delle principali capitali europee. Porto strategico e centro amministrativo di primo piano, costituiva un punto di equilibrio tra Mediterraneo e Europa centrale. Il controllo del Regno interessava il Papato, la monarchia francese, l’Ungheria e la Corona d’Aragona. In questo quadro si collocano le vicende delle due Giovanne.

Giovanna I d’Angiò: governo e conflitti internazionali

Nel 1343, alla morte di Roberto d’Angiò, il trono passò alla nipote ventitreenne. La sua ascesa avvenne in un momento delicato per l’equilibrio europeo. Formata in una corte tra le più raffinate del continente, Giovanna I ereditò non solo un Regno vasto e strategico, ma anche una rete complessa di alleanze dinastiche che legavano Napoli alla Francia, all’Ungheria e al Papato. La legittimità della giovane sovrana, pur formalmente riconosciuta, restava esposta alle pressioni delle grandi potenze e alle ambizioni dei baroni locali.

Il matrimonio con Andrea d’Ungheria, voluto per consolidare i rapporti con il ramo ungherese della dinastia angioina, avrebbe dovuto rafforzare la posizione della corona. In realtà, la convivenza tra i due rami familiari si rivelò instabile e attraversata da diffidenze reciproche. L’assassinio di Andrea nel 1345, avvenuto ad Aversa in circostanze mai del tutto chiarite, trasformò una tensione dinastica in crisi internazionale. Sebbene le responsabilità non siano state accertate, l’episodio fornì al re d’Ungheria Luigi I un pretesto politico per rivendicare il controllo sul Regno di Napoli.

Le campagne militari del 1348 e del 1350, aggravate dall’arrivo della peste nera, provocarono devastazioni economiche e demografiche, compromettendo la stabilità del Mezzogiorno e mettendo a dura prova l’autorità della sovrana.

Ricostruzione del potere e crisi dello Scisma

Costretta a lasciare temporaneamente Napoli, la regina cercò sostegno nei territori provenzali e riuscì a rientrare alcuni anni dopo. Il suo governo si concentrò sul recupero dell’autorità centrale: riorganizzazione finanziaria, contenimento delle autonomie baronali, tutela del ruolo culturale della corte. Cercò inoltre di ristabilire un equilibrio tra corona e aristocrazia, consapevole che la stabilità del Regno dipendeva dalla capacità di contenere le spinte centrifughe dei grandi feudatari. Fu una monarchia saldamente accentrata, orientata alla stabilità.

Il passaggio più delicato del suo regno coincise con lo Scisma d’Occidente, apertosi nel 1378. La divisione tra il papa romano Urbano VI e l’antipapa Clemente VII impose una scelta che aveva evidenti implicazioni politiche. Napoli, formalmente feudo pontificio, non poteva sottrarsi alle conseguenze di tale decisione. Il sostegno a Clemente VII determinò la scomunica della sovrana, con effetti diretti sulla sua legittimità e sugli equilibri interni.

Quando Carlo di Durazzo si schierò con Urbano VI, la rottura divenne definitiva. La guerra che seguì portò alla sua deposizione e alla prigionia. Nel 1382 Giovanna I fu uccisa a Muro Lucano. La sua morte segnò la fine di una stagione angioina segnata da ambizioni europee e aprì una fase di conflitti che avrebbero ridefinito gli equilibri del Mezzogiorno.

Giovanna II d’Angiò: governo e conflitti interni

Se per Giovanna I il problema fu la pressione delle potenze europee, per Giovanna II la sfida si giocò soprattutto all’interno del Regno. Nel 1414, alla morte di Ladislao, il trono passò alla sorella Giovanna II. Il quadro politico era mutato: il potere angioino appariva indebolito, le finanze compromesse e la pressione delle grandi monarchie europee sempre più evidente. Senza eredi e priva di un consorte in grado di rappresentarla politicamente, la regina governò in un equilibrio precario con l’aristocrazia feudale. L’uso di collaboratori fidati — i cosiddetti favoriti — rientrava nelle pratiche di governo del tempo, ma i contemporanei lo interpretarono come segno di instabilità o di eccessiva dipendenza personale.

La distinzione tra sfera privata e decisione politica, già fragile nel Medioevo, divenne oggetto di critica e propaganda. Il matrimonio con Giacomo di Borbone-La Marche si rivelò conflittuale e non rafforzò la posizione della corona.

Equilibri di corte e concentrazione del potere

Più duratura e incisiva fu l’influenza di Giovanni Caracciolo, detto Sergianni, esponente di una delle più importanti famiglie nobili napoletane. Divenuto il principale consigliere della regina, concentrò nelle proprie mani un potere considerevole, intervenendo nelle nomine amministrative, nella gestione delle finanze e negli equilibri tra corona e baroni. La sua vicinanza alla sovrana non fu soltanto politica: le fonti dell’epoca parlano apertamente di una relazione personale, elemento che alimentò malumori a corte e rafforzò l’opposizione nei suoi confronti.

Con il tempo l’ascesa di Caracciolo suscitò timori di un’eccessiva personalizzazione del potere. La sua posizione, percepita come dominante, entrò in conflitto con altri gruppi aristocratici e con la stessa autorità regia. Nel 1432 fu ucciso in una congiura maturata all’interno della corte, con il consenso della regina. L’eliminazione del favorito segnò un passaggio politico decisivo: Giovanna II riaffermò la centralità della corona e tentò di ristabilire un equilibrio compromesso dall’accumulo di potere nelle mani di un singolo uomo.

La nascita della leggenda nera di Giovanna II

È attorno a questa fase che si sviluppò la cosiddetta “leggenda nera”. Racconti di passaggi segreti ed esecuzioni occulte entrarono progressivamente nella tradizione orale. Tra le versioni più diffuse compare la storia di un coccodrillo nascosto nei sotterranei del Maschio Angioino, al quale sarebbero stati gettati gli amanti sgraditi. Secondo la leggenda l’animale, giunto dall’Egitto attraverso i traffici mediterranei, sarebbe stato utilizzato come strumento di morte segreta. Non esistono riscontri documentari che confermino l’episodio, ma il racconto è significativo sul piano simbolico: associa la sovrana a un’immagine esotica e predatoria, trasformando l’autorità politica in minaccia mostruosa.

In alcune varianti del racconto si parla anche di maledizioni: la regina, tradita o temuta, avrebbe lanciato anatemi contro i propri nemici, e la sua morte violenta sarebbe stata interpretata come segno di un destino carico di colpa. Sono elementi tipici della narrazione popolare, che tende a spiegare i conflitti politici attraverso categorie morali e soprannaturali.

Mito, memoria e costruzione simbolica

La figura della sovrana fu assimilata a modelli simbolici di lunga durata: la donna seduttrice e distruttrice, la regina che unisce attrazione e minaccia. Non si tratta di elementi specifici della sua biografia, ma di categorie culturali applicate a una donna che esercitava il potere senza mediazioni maschili. La trasformazione della governante in personaggio mostruoso rispondeva a una logica di delegittimazione. La trasmissione orale di queste storie non fu casuale. In una città segnata da continui cambi di dinastia, il racconto delle regine divenne anche uno strumento per interpretare il presente attraverso il passato. La leggenda non sostituiva la storia, ma la commentava.

Le due Giovanne e la difficile arte di governare

Le due Giovanne operarono in scenari differenti. La prima dovette fronteggiare conflitti dinastici internazionali e una frattura religiosa che investiva l’intera cristianità occidentale. La seconda si trovò a gestire il progressivo logoramento dell’autorità angioina e la competizione tra le grandi monarchie emergenti.

In entrambi i casi il problema centrale fu la legittimità. Governare significò assumere decisioni dure e affrontare un giudizio pubblico spesso segnato da stereotipi di genere. Le critiche rivolte alle due sovrane non riguardarono soltanto la politica, ma anche la loro condotta personale, trasformata in argomento polemico. Carlo di Durazzo ordinò l’uccisione di Giovanna I al culmine di un conflitto dinastico segnato dall’intreccio tra religione e potere. Giovanna II morì senza lasciare eredi diretti, aprendo la strada al passaggio del Regno sotto influenza aragonese.

La loro eredità non si esaurì con la fine del regno. La memoria collettiva le ha trasformate in figure emblematiche, sospese tra ricostruzione storica e rielaborazione simbolica. È in questa distanza tra documentazione e narrazione che continua a definirsi il loro posto nella storia politica e culturale di Napoli, e nel modo in cui la città interpreta il proprio passato.