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Il Sud che si svuota: perché i giovani partono e che cosa serve per restare

Giovani e spopolamento nel Mezzogiorno: lavoro, università e servizi spiegano perché si parte e quali condizioni possono favorire il ritorno.

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Il Sud che si svuota: perché i giovani partono e che cosa serve per restare
Immagine generata dall'AI

Per molti giovani del Sud, l’idea di partire arriva prima di un’offerta di lavoro. Comincia mentre si confrontano i corsi universitari, oppure dopo mesi di candidature senza risposta. C’è anche chi lavora già, ma continua a vivere con i genitori perché lo stipendio non basta per mantenersi. Situazioni diverse, nelle quali andare via può sembrare, a un certo punto, la possibilità più concreta per costruirsi una vita.

Lo spopolamento del Mezzogiorno passa anche da qui. Tra il 2019 e il 2025, secondo l’ISTAT, il Sud ha registrato una perdita netta di circa 150 mila cittadini italiani laureati tra i 25 e i 34 anni: 122 mila negli scambi con il Centro-Nord e 28 mila in quelli con l’estero. Il saldo tiene conto anche di chi arriva e di chi torna. Le partenze, però, sono state di più.

Il dato riguarda i laureati, dunque solo una parte dei giovani che lasciano il territorio. Aiuta comunque a capire una difficoltà: dopo anni di studio, trovare vicino a casa un lavoro che permetta di usare le proprie competenze e diventare indipendenti.

Cercare lavoro, e intanto aspettare

Nel 2024 lavorava il 54% dei giovani di 20–34 anni usciti dai percorsi di istruzione e formazione nel Mezzogiorno. Nel Centro la quota arrivava al 74,9%, nel Nord all’81,4%. La distanza restava ampia anche considerando i laureati dello stesso gruppo: 70,7% di occupati al Sud, 88,7% al Nord.

Dietro ogni partenza ci sono ragioni personali che queste percentuali non possono spiegare. Le condizioni da cui comincia la ricerca di un impiego, però, sono molto diverse. Dove le occasioni scarseggiano, con il passare dei mesi si finisce per cercare sempre più lontano.

Nel frattempo la vita resta in attesa. Si rimanda una casa, si continua a chiedere aiuto alla famiglia, si accumulano mesi senza fare esperienza professionale. Per questo un’offerta fuori regione può pesare più di quanto dica lo stipendio: permette finalmente di cominciare.

Un impiego deve permettere ai giovani di fare progetti

Avere già un lavoro non esclude la possibilità di partire. Se il contratto dura poco o il reddito cambia da un mese all’altro, prendere un affitto e affrontare spese fisse rimane complicato. E poi c’è il lavoro in sé: quello che si fa, quanto si impara, le possibilità di migliorare la propria posizione.

Accettare mansioni lontane dagli studi può essere ragionevole all’inizio. È più difficile quando il tempo passa e non si vede un’alternativa. Si può essere occupati e avere comunque la sensazione di non riuscire a costruire una professione.

Per chi ha competenze specialistiche conta anche quante aziende, laboratori o organizzazioni siano presenti sul territorio. Una buona offerta può convincere a fermarsi; sapere che esistono altre occasioni aiuta a immaginare di restare più a lungo. Se quell’esperienza finisse, sarebbe possibile cercarne un’altra senza trasferirsi di nuovo?

È una domanda concreta, soprattutto per chi deve scegliere dove mettere radici. La prima assunzione conta molto, ma da sola non dà tutte le risposte.

Quanto resta dello stipendio

Trasferirsi costa. Un salario più alto può fare gola, ma bisogna vedere quanto ne rimane dopo l’affitto, i trasporti e le spese quotidiane. Il vantaggio economico può ridursi parecchio.

Vicino alla famiglia alcuni costi sono più facili da sostenere. Quell’aiuto, però, può diventare una necessità anche da adulti, quando il reddito è insufficiente o imprevedibile. Chi vorrebbe mantenersi da solo deve fare i conti anche con questo.

I dati sulle retribuzioni richiedono una precisazione. Le elaborazioni SVIMEZ su dati AlmaLaurea 2025 indicano, a tre anni dalla laurea magistrale, uno stipendio netto mensile medio di 1.579 euro per chi ha studiato negli atenei del Mezzogiorno e di 1.735 euro per chi proviene da quelli del Nord-Ovest. Il confronto riguarda la sede dell’università, non necessariamente il luogo di lavoro. Non dice, quindi, quanto una persona guadagnerebbe in più trasferendosi.

Nella scelta entrano anche le prospettive. Spendere molto nei primi mesi può sembrare accettabile se il nuovo impiego offre esperienza e possibilità di crescita. Si valuta quello che si può permettere oggi, ma anche dove si potrebbe arrivare tra qualche anno.

Quando si parte già per l’università

Per una parte dei giovani, il primo trasferimento avviene con gli studi. Nell’anno accademico 2024/2025, il rapporto SVIMEZ–Save the Children indica circa 70 mila universitari diplomati nel Mezzogiorno iscritti in atenei del Centro-Nord. Si tratta del numero di iscritti, non di 70 mila nuove partenze avvenute tutte nello stesso anno.

La scelta può dipendere da un corso, da una specializzazione, dai servizi disponibili o dai collegamenti con il mondo del lavoro. Non implica necessariamente un giudizio negativo sulle università meridionali.

Poi, però, gli anni fuori cambiano il percorso. Si fanno amicizie, si prendono abitudini, si conoscono persone che possono aiutare a trovare un impiego. Un tirocinio diventa magari il primo contratto. Alla laurea, restare nella città in cui ci si è già inseriti può risultare più semplice che tornare e ricominciare a cercare.

Anche per questo il rapporto tra università e lavoro conta tanto per il Sud. Formare bene gli studenti porta maggiori benefici al territorio quando, dopo gli studi, ci sono imprese e istituzioni capaci di offrire loro un seguito professionale. Altrimenti, una parte di quelle competenze troverà spazio altrove.

Tornare significa rimettere mano alla propria vita

Il desiderio di tornare può esserci anche dopo molti anni. Renderlo possibile è un’altra questione. Chi ha maturato esperienza cerca un ruolo adeguato, una retribuzione sostenibile e una certa stabilità. Vuole riavvicinarsi a casa, ma anche conservare l’autonomia costruita nel frattempo.

E spesso, ormai, la decisione riguarda più persone. C’è il lavoro del partner, magari un figlio. Un’offerta interessante può non bastare se per accettarla l’altra persona deve rinunciare alla propria occupazione senza sapere se ne troverà una nuova.

Il legame con il luogo d’origine resta, insieme a questi vincoli. Si può avere voglia di rientrare e continuare a rimandare perché le condizioni non lo consentono.

Gli incentivi possono aiutare a coprire le spese del trasferimento. Per stabilirsi, però, serve capire cosa succederà dopo: se il lavoro durerà, se ci saranno altre opportunità, se il reddito permetterà di sostenere la famiglia. È su questi aspetti che un rientro diventa praticabile.

La vita quotidiana pesa sulla scelta

Un impiego va valutato anche insieme a tutto quello che gli sta intorno. Un collegamento affidabile permette di raggiungere più luoghi di lavoro. Un nido accessibile può consentire a entrambi i genitori di mantenere un’occupazione. Passare meno tempo negli spostamenti lascia spazio alla famiglia e alla vita personale.

Quando si pensa di avere figli, o i figli ci sono già, questi aspetti diventano difficili da separare dal resto. Bisogna capire come organizzare una giornata normale, chi può occuparsi di cosa, quali spese sarà necessario affrontare.

Avere i parenti vicini può dare una mano. Non tutti, però, possono contare sullo stesso sostegno e in alcune famiglie ci sono già altre persone da accudire. Salari e servizi, considerati insieme, aiutano a capire quanta indipendenza offra davvero un posto di lavoro.

Che cosa perde il territorio quando i giovani vanno via

Quando un giovane si stabilisce altrove, nel luogo che lascia viene meno una parte della vita che avrebbe potuto costruirvi. Il suo lavoro, gli acquisti, un’eventuale attività da aprire, la partecipazione alla comunità.

Gli effetti si vedono anche sulle nascite. Meno giovani adulti significa meno persone nelle età in cui più spesso si formano nuove famiglie. Se chi è partito avrà figli, quelle nascite avverranno nei luoghi in cui si sarà stabilito.

L’emigrazione si aggiunge così alla bassa natalità e all’invecchiamento, rendendo più profondo lo squilibrio tra generazioni. Può aggravare anche le difficoltà economiche: alcune attività perdono competenze di cui avrebbero bisogno per svilupparsi, mentre la scarsità di occasioni spinge altri giovani a cercare lavoro fuori.

Non accade ovunque allo stesso modo. Tra città, distretti produttivi e piccoli comuni cambiano le opportunità, i servizi e i problemi. Per intervenire bisogna tenere conto di queste differenze, senza trattare il Mezzogiorno come una realtà uniforme.

Avere una possibilità concreta per i giovani anche al Sud

Le misure utili accompagnano passaggi precisi della vita. Borse di studio e alloggi rendono più accessibile l’università. Tirocini di qualità e rapporti continuativi tra atenei e imprese possono aiutare a trovare il primo impiego. In seguito servono occupazioni qualificate, continuità e spazio per crescere.

Per capire se gli interventi funzionano, bisogna seguirne gli effetti nel tempo: quante assunzioni proseguono dopo la fine degli incentivi, quali stipendi vengono offerti, quanto le persone riescono a usare le proprie competenze. Conta anche poter avanzare nella professione, senza essere costretti a cercare altrove ogni volta.

Partire rimarrà una scelta legittima, anche per curiosità o ambizione. Ma chi riceve un’offerta lontana dovrebbe poterla confrontare con una possibilità concreta nel Sud. E chi desidera tornare dovrebbe trovare un lavoro che gli permetta di farlo.