È un mezzogiorno apparentemente ordinario, quello del 7 ottobre 1943 a Napoli. La città trova faticosamente a rialzarsi dopo l’incubo della guerra. Appena una settimana prima, tra il 27 e il 30 settembre, il popolo napoletano si era sollevato con le epiche Quattro Giornate.
Tra la gente vi era la sensazione che il peggio era ormai passato. Nel maestoso Palazzo delle Poste di Piazza Matteotti, imponente capolavoro dell’architettura razionalista firmato da Giuseppe Vaccaro e Gino Franzi, la città sta cercando di riprendere i suoi normali ritmi. Gli uffici sono aperti affollati da centinaia di cittadini in fila per sbrigare le proprie commissioni, spedire lettere o riscuotere pensioni. Vi erano anche semplici passanti e reparti americani intenti organizzare la logistica in città.
Anche se, in realtà, una trappola mortale si nasconde sotto i piedi dell’inconsapevole folla.
Alle 12:00 spaccate, una sequenza di violentissime deflagrazioni squassa l’ala ovest del Palazzo. L’impasto è devastante: solai inceneriti, macerie che piovono sulla piazza, fiamme e vetri frantumati che schizzano ovunque. La piazza si trasforma istantaneamente in un inferno di polvere, urla e sangue. Il bilancio finale è tragico, sono 30 ai morti e ben 84 feriti. Tra le vittime figurano impiegati postali, uomini, donne e persino diversi bambini trovatisi al posto sbagliato nel momento sbagliato.
Non si trattò di un incidente e neanche dell’esplosione improvvisa di un residuo bellico in esploso, fu bensì un atto di cieca vendetta ideato a tavolino.
Mentre abbandonavano la città incalzati dall’insurrezione popolare e dalle truppe alleate americane sbarcate a Salerno, i tedeschi avevano trasformato il palazzo delle poste in una trappola ad orologeria. Nei sotterranei dell’edificio, occultati dietro una parete muratura appositamente eretta per ingannare i controlli, avevano nascosto quasi una tonnellata di esplosivo. Esplosivo con inneschi ad orologeria programmati per esplodere giorni dopo. E quel giorno fu il 7 ottobre, circa una settimana dopo il loro abbandono della città.
L’obiettivo strategico era duplice crudele. Intendevano paralizzare l’infrastruttura di telecomunicazioni della città e seminare terrore tra la popolazione civile e i soldati americani, lasciando così un’ultima sanguinosa scia di morte prima della ritirata. Nei giorni precedenti, una squadra di genieri statunitensi, il 111th Engineer Regiment, aveva persino ispezionato l’edificio. Ma ovviamente le cariche ben nascoste dietro il finto muro avevano tratto in inganno gli esperti.
Il bombardamento del Palazzo delle Poste rimane una delle pagine più dolorose della storia di napoli. Un monitor che ogni 6 ottobre ricorda alla città non solo la fiducia dell’occupazione nazifascista ma anche l’immane tragico prezzo pagato dai suoi cittadini per conquistare la libertà anche nei giorni successivi alle quattro giornate.





