In vista del referendum sulla riforma della giustizia, abbiamo raccolto il punto di vista del magistrato Marta Agostini, tra le voci che si esprimono per il “No”. Un’analisi critica che mette al centro i rischi per l’equilibrio tra i poteri dello Stato e per l’autonomia della magistratura, con particolare attenzione alle conseguenze istituzionali delle modifiche proposte.
Si avvicina il giorno del referendum sulla giustizia ed il dibattito assume toni sempre più infuocati. Autorevoli esponenti della magistratura, della avvocatura e dell’accademia sostengono che la lettera della riforma non incide sulle prerogative dei pubblici ministeri e della magistratura in generale. Ancora si sostiene che il medesimo concorso e la medesima formazione andrebbero a incidere sulle decisioni dei giudici nei processi di maggiore interesse. Sotto altro aspetto, si argomenta in ordine a conclusioni radicalmente opposte, affermando che tutti questi valori verrebbero ad essere pregiudicati. Lei quale posizione sostiene?
« Quello della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è un falso problema che si fonda su una asserzione del tutto indimostrata e, cioè, che facendo lo stesso concorso ed appartenendo allo stesso ordine ed allo stesso “potere”, quello giudiziario, i magistrati giudicanti e requirenti siano “tutti amici” e, quindi, i primi tendano ad accontentare sempre le richieste dei secondi. Questa affermazione è del tutto smentita dai fatti e dai dati statistici: in Italia il 40% dei processi penali termina con sentenze di assoluzione. Il chè significa che i giudici decidono in totale libertà ed autonomia rispetto alle richieste dei Pubblici Ministeri. Inoltre la percentuale di Pubblici Ministeri che passa alla carriera giudicante e viceversa è bassissima ed il passaggio è possibile solo una volta, a riprova che la separazione delle funzioni di fatto esiste già.
Questo dovrebbe farci capire che la riforma costituzionale ha, in realtà, altri obiettivi. »
Potrebbe sintetizzare le ragioni che militano a favore o contro della separazione delle carriere provando ad utilizzare termini non tecnici, fruibili al comune cittadino?
« L’aspetto preoccupante della riforma non è quello della separazione delle carriere, ma lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in due, quello per i Pubblici Ministeri e quello per i giudici.
La nostra Costituzione prevede un unico CSM, composto in parte da “togati” – magistrati requirenti e giudicanti – ed in parte da “laici” – giuristi nominati dal Parlamento: la funzione del CSM è quella di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, di tutta la magistratura, intesa come “potere giudiziario” separato ed autonomo dagli altri due poteri dello Stato, ossia il “potere legislativo” espresso dal Parlamento ed il “potere esecutivo” espresso dal Governo.
Gli avanzamenti di carriera dei magistrati, i trasferimenti, le nomine e l’attribuzione degli incarichi, l’organizzazione degli uffici giudiziari, le sanzioni disciplinari sono stabiliti dal CSM quale organo di “autogoverno”, proprio per evitare che tutte queste delicatissime decisioni che riguardano il funzionamento del potere giudiziario nella sua unitarietà (PM e giudici) vengano assunte o influenzate dagli altri poteri: nel nostro ordinamento, infatti, come in tutte le democrazie moderne, vige il principio di “separazione dei poteri”, che prevede la ripartizione delle funzioni sovrane tra organi indipendenti, per evitare abusi o indebite commistioni.
Sdoppiare il CSM e prevederne uno solo per i giudici ed uno solo per i Pubblici Ministeri significa, di fatto, smembrare il potere giudiziario ed indebolirlo.
E, soprattutto, significa allontanare il PM dalla giurisdizione, che è la funzione tipica del potere giudiziario e spostarlo necessariamente da qualche altra parte. Non è difficile intuire dove…
In sintesi, separare le carriere creando due diversi CSM significa porre le basi per spostare la figura del Pubblico Ministero dal potere giudiziario, dove i padri costituenti l’hanno inserita e sottoporla al potere esecutivo, dove la vorrebbero i promotori della riforma, come ammesso dallo stesso Ministro Nordio quando, riferendosi alla Schlein, ha detto che la riforma farà comodo anche alla sinistra quando sarà al governo.
È evidente che un Pubblico Ministero che opera sotto la direzione del potere esecutivo rappresenta un oggettivo pericolo per il principio di eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, in quanto porterebbe avanti le indagini solo per alcune tipologie di reato o nei confronti dei soggetti selezionati dalle maggioranze di turno e, al contrario, lascerebbe impuniti “gli amici”.
Non proprio un bel risultato per i cittadini. »
Vede un collegamento tra la riforma su cui andremo alla consultazione referendaria e proclami di futuri interventi legislativi?
« Un evidente collegamento è quello con il disegno di legge anticipato dal Vicepremier Tajani volto a togliere al Pubblico Ministero il potere di direzione della Polizia Giudiziara nella fase delle indagini preliminari: sostanzialmente significa che Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza non lavorerebbero più in sinergia con le Procure (oggi autonome ed indipendenti dagli altri poteri dello Stato) nella acquisizione delle notizie di reato e nella ricerca delle prove sia a carico che a favore dell’indagato, ma opererebbero su input delle amministrazioni di appartenenza, ovvero del Ministero degli Interni, della Difesa e dell’Economia e Finanze, che sono organi politici e che rispondono all’Esecutivo.
Sul tavolo del Pubblico Ministero, pertanto, arriverebbero solo “alcune” notizie di reato e verrebbero raccolte prove a carico solo di “alcuni” soggetti, a seconda delle indicazioni date alla Polizia Giudiziaria dai propri vertici.
Per non parlare di quello che, invece, sul tavolo del Pubblico Ministero non arriverebbe mai: siamo sicuri che senza un Pubblico Ministero indipendente e con la Polizia Giudiziaria diretta dal Ministro, come vorrebbero i promotori del referendum, avremmo avuto il processo Cucchi? O il processo per i fatti della scuola Diaz di Genova? O quello alla P2 o a Giulio Andreotti? »
Sono purtroppo noti gli scandali che hanno caratterizzato l’attività del CSM, pensa che il sorteggio e la previsione di due CSM sia in grado di prevenire futuri episodi dello stesso genere?
« Occorre ricordare che lo scandalo che ha travolto il CSM è collegato ad una cena alla quale parteciparono alcuni componenti del CSM, un ex componente del CSM e due politici, di cui uno indagato dalla Procura di Roma. L’argomento di discussione era, appunto, la nomina del futuro Procuratore di Roma, dirigente dell’ufficio che indagava su uno dei commensali e l’obiettivo dell’incontro era quello di indirizzare la nomina in favore di un candidato gradito al politico indagato.
Un gravissimo caso di commistione tra politica e CSM che di certo non sarebbe stato evitato ove i componenti del Consiglio fossero stati estratti a sorte, come vorrebbe la riforma. Perché l’interesse della politica ad influire sulle nomine dei dirigenti degli uffici giudiziari e, soprattutto, delle Procure non verrà di certo meno ove la componente togata del CSM venisse sorteggiata. È vero, piuttosto, il contrario! Dei consiglieri superiori sorteggiati e non eletti, quindi non scelti con metodo democratico per le idee che hanno o per i valori che incarnano, ma selezionati dalla sorte e rappresentativi solo di se stessi, saranno di certo più deboli rispetto alla componente laica, sorteggiata nell’ambito di un numero ristretto di soggetti accuratamente indicati dalla politica. A fronte di questo evidente squilibrio la domanda allora è: perché la riforma non prevede un sorteggio “secco” per tutti?
La legge Nordio persegue, in realtà, l’obiettivo opposto rispetto a quello che propugna: rafforzare e non certo eliminare il controllo politico sulle carriere dei magistrati. »
Altro slogan a favore della riforma è quello di una gestione domestica e clientelare della giustizia disciplinare, cosa può dirci sulla istituzione dell’Alta Corte Disciplinare?
« La costituzione dell’Alta Corte Disciplinare rappresenta la perfetta quadratura del cerchio ed incarna, forse, l’aspetto più grave e preoccupante della riforma.
I Costituenti hanno assegnato al CSM, nella sua attuale composizione di quattro membri togati e due laici, il potere di accertare gli illeciti disciplinari dei magistrati ed irrogare le relative sanzioni per evitare che tale potere venisse usato in modo distorto ed interessato da altri e, quindi, per tutelare i giudici ed i pubblici ministeri da indebite pressioni o intimidazioni provenienti dall’esterno.
È evidente, infatti, che il giudice debba esercitare la giurisdizione in autonomia ed indipendenza onde garantire la corretta applicazione della legge e la piena tutela dei diritti dei destinatari della sua decisione, cioè dei cittadini. Un giudice intimidito dalla scure del procedimento disciplinare e dalle indirette pressioni ad esso collegate non potrà rendere un buon servizio, sarà portato a non assumere decisioni “scomode” o che tocchino interessi o “poteri forti” o che non siano in linea con il sentire socio-politico del momento.
L’Alta Corte Disciplinare prevista dalla riforma Nordio, invece, rischia di minare quella serenità di cui il magistrato inevitabilmente necessita quando esercita la sua funzione, proprio perché la componente togata è stabilita in numero inferiore rispetto ad oggi e, in proporzione, anche rispetto a quella laica: i togati, infatti, saranno nove (estratti a sorte) su quindici, mentre oggi il rapporto è di quattro togati (eletti) su sei.
Non solo: oggi la sezione disciplinare fa parte del CSM, che è presieduto dal Presidente della Repubblica quale massimo organo imparziale e garante della Costituzione e del corretto equilibrio e funzionamento del sistema costituzionale. L’Alta Corte, invece, è un organo diverso e separato dal CSM ed è presieduta da uno dei membri laici che la compongono.
Infine, diversamente da quanto oggi previsto dalla Costituzione per tutti i provvedimenti giurisdizionali emessi da qualsivoglia Tribunale, le sentenze dell’Alta Corte non sono ricorribili in Cassazione, ma solo dinnanzi alla stessa Alta Corte, cioè lo stesso organo che le ha emesse.
Ancora una volta, con una macroscopica forzatura, si tenta di controllare il potere giudiziario e di indirizzare la giurisdizione, rafforzando la componente politica dell’organo che dovrebbe decidere sulla responsabilità disciplinare del giudice e del Pubblico Ministero e togliendo loro la possibilità, riconosciuta invece per ogni cittadino italiano, di impugnare la decisione davanti alla Corte Suprema di Cassazione, giudice di legittimità composto da soli magistrati. »
In conclusione, secondo lei questa riforma migliorerà o meno le condizioni della giustizia? Lei che interventi suggerisce?
« Non c’è nemmeno una delle modifiche proposte dalla legge Nordio che incida sui problemi della giustizia e dei cittadini: nulla sulla eccessiva durata dei processi, nulla sull’aumento del personale e delle risorse, nulla sull’implementazione dell’informatica giudiziaria, nulla sul sovraffollamento delle carceri, nulla sul rafforzamento degli organi e degli enti che cooperano e collaborano con i Tribunali. Piuttosto lo sdoppiamento del CSM e la costituzione di una nuova Alta Corte Disciplinare comporterà un aumento di spesa e costi di gestione di quasi 70 milioni di euro l’anno. Se queste somme venissero investite per l’assunzione di nuovi magistrati e cancellieri, impiegati oggi in numero radicalmente inferiore rispetto alla media europea, per l’aumento delle forze dell’ordine e della polizia giudiziaria, per il rinnovo dell’edilizia giudiziaria e per un reale e serio investimento nei sistemi informatici e nel processo telematico, che oggi, anche per le inerzie del Ministero della Giustizia, rallenta sensibilmente le procedure anziché velocizzarle, la giustizia italiana avrebbe già risolto la maggior parte dei suoi problemi ed a giovarne sarebbero soprattutto i cittadini. »
L’intervista offre uno sguardo critico e approfondito sulla riforma, evidenziandone i possibili effetti sull’equilibrio e sull’autonomia della giustizia italiana. In un dibattito pubblico sempre più acceso, il contributo di chi opera quotidianamente nel sistema giudiziario aiuta i cittadini a comprendere l’importanza reale delle scelte in discussione.
Ringraziamo il magistrato Dott.ssa Marta Agostini per la disponibilità e per le riflessioni condivise.





