Pet therapy: funziona o non funziona? La pet therapy è la pratica terapeutica che adopera animali domestici e non per rendere migliore il benessere psico-fisico degli individui

La pet therapy è un intervento assistito con gli animali in contesti terapeutici.

Dunque, tale pratica utilizza i benefici che emergono dal contatto tra l’individuo e l’animale. Inoltre, si precisa che il primo ad utilizzare tale espressione fu Boris Levinson, psichiatra statunitense, negli anni sessanta.

Egli aveva utilizzato l’espressione “pet therapy” quando osservò l’effetto benefico che il suo cagnolino aveva avuto su un suo paziente.

Perchè è importante la pet therapy? Essa tramite il contatto tra animale e individuo, sviluppa la sfera emozionale dell’uomo e fa in modo che l’individuo si apra al mondo esterno tramite nuovi modi comunicativi.

Questa pratica ha origini però molto antiche.

A tal proposito, si ricorda che già il popolo egizio  era solito affiancare gli animali alle persone malate in quanto credeva che essi potessero essere d’aiuto ai malati.

Quindi, quali sono gli animali più adatti per la pet therapy?

Gli animali più adatti sono:

  • cani e in tal caso è detta “dog therapy”
  • gatti e viene definita “cat therapy”
  • conigli
  • asini
  • cavalli.

Pertanto, è possibile definire la pet therapy come la pratica terapeutica che adopera animali domestici e non, per rendere migliore il benessere psico-fisico degli individui.

In aggiunta, si evidenzia che il rapporto animale-paziente si basa sulla totale assenza di pregiudizi, ma solo su un legame affettivo che aumenta l’autostima nell’individuo.

Dunque, l’animale aiuta l’individuo ad accettare il disagio e gli stimola energie positive.

Chi sono coloro che si occupano di questa pratica terapeutica? Si sottolinea che gli specialisti che trattano la pet therapy sono psicologi e psichiatri.

In aggiunta, si riferisce che tale pratica genera benefici anche ai malati di Alzheimer e contro la depressione.

Poi, si evince che questo intervento assistito con gli animali genera risvolti positivi anche con pazienti:

  • affetti da autismo
  • con disturbi comportamentali e disordini emotivi
  •  che devono fare una riabilitazione fisica
  • anziani
  • bambini aventi disabilità.

Questa pratica abbassa anche la pressione sanguigna  e di conseguenza porta la regolarizzazione della frequenza cardiaca.

Di recente, questa pratica si usa anche nelle scuole per favorire l’integrazione degli studenti diversamente abili o poco integrati per via di problemi di varo tipo.

 

 

 

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