Tutto è iniziato da una risata. Da un bambino che, osservando Biagio Izzo sul palco, scoprì per la prima volta il potere di far ridere gli altri. Anni dopo, quel bambino sarebbe arrivato sul carpet a Cannes e sul palco dei David di Donatello. Eppure, parlando con Emanuele Palumbo, la sensazione è che qualcosa sia rimasto immutato: la sua spontaneità.
Raccontami un po’ come hai iniziato. Qual è stata la cosa che ti ha fatto dire “Voglio fare questo, voglio recitare”?
È iniziato tutto tramite una risata. Ero in vacanza ad Agropoli con i miei genitori che mi portarono a vedere uno spettacolo di Biagio Izzo Tutto per Eva, solo per Eva. Mi ricordo che, a un certo punto, lui fece un’espressione facciale e tantissime persone scoppiarono a ridere contemporaneamente. In quel momento pensai: “Vorrei fare pure io una cosa del genere”.
A ripensarci oggi, forse i segnali c’erano già da prima. Perché ricordo che da piccolo io ero veramente insopportabile, non mi fermavo mai. I miei genitori lo raccontano sempre che per calmarmi mi portavano a vedere gli spettacoli di burattini dei fratelli Ferraiolo. Quello era l’unico momento in cui riuscivo a stare fermo. Appena finiva lo spettacolo, però, tornavo a essere il solito terremoto.
Ho iniziato seriamente verso i quattordici anni circa. Mi iscrissero a una scuola di cinema e il primo giorno facemmo la lezione del movimento del corpo, io mi vergognavo troppo. All’epoca non riuscivo ad esibirmi davanti agli altri. Così lasciai perdere. Poi, qualche anno dopo, cambiai idea. Andai da Maurizio Braucci e gli chiesi: “Maurì, io vorrei fare teatro. Come posso fare?”, Lui mi rispose: “Prova con Arrevuoto.” Ed è lì che è iniziato tutto. Arrevuoto è un progetto teatrale pedagogico completamente gratuito e nel 2017 ho fatto il mio primo spettacolo.
Hai detto che da adolescente eri molto timido. Come sei riuscito a superare quella vergogna di cui parli?
Grazie proprio ad Arrevuoto. Io ero timidissimo. Ma attraverso il teatro, e grazie alle persone che insegnavano lì, sono riuscito a tirare fuori il mio carattere, la mia personalità. Piano piano mi sono sciolto, fino ad arrivare a oggi, dove faccio quasi tutto spontaneamente e senza problemi.
Dopo gli inizi sono arrivate esperienze importantissime come Californie, Nostalgia e Mixed By Erry. Come hai vissuto queste opportunità?
Assolutamente sì. Tutto è iniziato con Californie di Alessandro Cassigoli. Mi ricordo ancora la telefonata della casting director per propormi un provino. La cosa divertente è che mi chiese: “Ti ricordi di me?” e io risposi di sì, anche se in realtà non ricordavo chi fosse. Da lì sono stato scelto per un ruolo in Californie. Poco dopo, arrivò il provino per Nostalgia di Mario Martone. Quella è stata la mia prima vera esperienza cinematografica importante. Siamo andati al Festival di Cannes ed è stato bellissimo.
I miei genitori erano felicissimi, certo, non sono mai stati contrari al fatto che facessi cinema e teatro. Mi dicevano solo: “Emanuè, va bene seguire questa passione, però cerca anche di fare un altro lavoro e dare una mano a casa”. Io però vivevo questo mondo a trecentosessanta gradi e non riuscivo a conciliarlo con altro. Continuavo a dire loro: “Datemi un po’ di tempo. Sono convinto che arriveranno cose belle”. E in effetti Nostalgia e Mixed By Erry sono stati il segnale che aspettavano.
Hai lavorato con due registi molto diversi come Mario Martone e Sydney Sibilia. Che differenze hai trovato nel loro modo di dirigere?
Sono molto diversi tra loro, ma entrambi eccezionali. Mario incarna proprio l’idea classica del regista. È autorevole, mette anche un po’ di soggezione. Poi era anche il mio primo progetto davvero importante. Da una parte c’era uno come Mario Martone, dall’altra Pierfrancesco Favino, perché io interpretavo il suo personaggio da giovane. Pensavo continuamente: “Speriamo di non fare i guai. Speriamo di essere all’altezza”. Per fortuna è andato tutto bene ed è stata un’esperienza meravigliosa.
Sydney, invece, aveva un approccio diverso. Trattava me e gli altri due protagonisti quasi come fratelli minori. Ci dava consigli, ci raccontava il suo percorso, la sua storia. Era molto vicino a noi.
La cosa bella è che i due film sono completamente diversi, sia per tematiche sia per modo di lavorare. Questa diversità mi è piaciuta tantissimo.
Come ti sei preparato per questi due ruoli così diversi?
Per Mixed By Erry ci hanno teso una specie di trappola: con la scusa del COVID hanno praticamente rinchiuso me, Luigi D’Oriano e Giuseppe Arena in casa insieme, per assicurarsi che non ci ammalassimo. In realtà volevano che costruissimo davvero quel rapporto di fratellanza che poi si vede nel film. E infatti ha funzionato.
Per Nostalgia è stato tutto più veloce. Avevamo un acting coach che ci aiutava. Ci faceva fare esercizi per rilassarci e per entrare nel mood della scena. In entrambi i film, però, ho utilizzato la mia piccola tecnica: la musica. Associo molti momenti della mia vita a determinate canzoni. Se devo entrare in uno stato d’animo più malinconico o più intenso, ascolto la musica giusta e riesco ad entrare facilmente in quel mood. È una delle cose che faccio sempre anche prima di andare in scena.
Quanto c’è di Emanuele nel personaggio di Angelo Frattasio?
Tanto. Ho messo molto di mio nel modo di parlare, di muovermi, di reagire. Anche io, come lui, sono il fratello minore. Tra l’altro devi proprio scriverlo: mia mamma è palese che preferisce mio fratello Luigi. Lo deve leggere assolutamente.
Tornando a Mixed. Abbiamo fatto anche un lavoro di ricerca, videochiamando i fratelli Frattasio per conoscerli, per capire come ragionavano e per studiare come si comportavano. Forse ci siamo riusciti. Infatti, uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto me lo ha fatto proprio Angelo Frattasio. Mi disse: “Emanuele, mi sono rivisto nel film”. Quella, per me, è stata una vittoria.
Sei molto legato al tuo quartiere, Montesanto. Che cosa pensi ti abbia dato e che cosa pensi ti abbia tolto?
Quello che mi ha tolto forse lo capirò più avanti. Fino a oggi, nonostante sia un quartiere difficile, sto riuscendo a inseguire i miei sogni. Non sento che Montesanto mi abbia tolto qualcosa. Al contrario, mi ha dato tantissimo. Tutto quello che faccio nei film o sul palco, tutte le emozioni che racconto, nasce da quello che vedo ogni giorno nel quartiere. Montesanto, come tanti altri quartieri di Napoli, è un teatro a cielo aperto. Ti racconta continuamente delle storie. Tutto quello che ho visto e vissuto l’ho assorbito come una spugna. E oggi, quando mi serve un’emozione per un personaggio, so che da qualche parte dentro di me c’è già.
Se dovessi scegliere una lezione che il tuo quartiere ti ha insegnato e che porti sempre con te, quale sarebbe?
L’umiltà. Montesanto ti insegna a restare con i piedi per terra. E questa è una cosa che mi aiuta tantissimo. Infatti, io immagino il mio futuro qui. Vorrei restare a Montesanto. Sento il bisogno di restituire qualcosa a questo quartiere. Vorrei che i più piccoli potessero guardare il mio percorso e pensare: “Se Emanuele ce l’ha fatta, possiamo farcela anche noi”.
In Mixed By Erry c’è una frase bellissima: “Erry, guarda che i deejay possono nascere pure a Forcella”.
Esatto. Chi dice che non si può sognare anche in questi quartieri?
Allo stesso tempo, però, capisco chi pensa che sia difficile. In certi contesti la parola “sogno” quasi spaventa le persone. Non so bene perché, lo sto ancora cercando di capire. Per fortuna oggi ci sono tanti ragazzi che stanno dimostrando il contrario. Non solo a Montesanto, ma in tanti quartieri di Napoli. Ragazzi che stanno ottenendo risultati importanti e che possono diventare un esempio per chi viene dopo.
Io faccio spesso l’esempio del barista, ma non per sminuire quel lavoro, che è dignitosissimo come qualsiasi altro. Il problema è quando sembra che quella sia l’unica strada possibile una volta finita la scuola. Ci sono ragazzi che lavorano nei bar, che cantano benissimo, che hanno talenti incredibili e che semplicemente non hanno mai avuto l’opportunità di esprimerli e coltivarli. Per questo spero in un futuro con più possibilità.
Parlavi di creare un laboratorio a Montesanto, vero?
Si, perché credo che ai ragazzi servano luoghi dove incontrarsi, creare, fare musica, recitare.
Io ho già chiesto a diverse persone se esiste la possibilità di avere uno spazio. Vorrei creare un laboratorio teatrale, ma non solo. Dico sempre che non bisogna fare teatro per diventare per forza professionisti. Il teatro serve prima di tutto nella vita. Serve a superare la timidezza, come è successo con me, a tirare fuori la personalità, a confrontarsi con gli altri, a comunicare meglio e anche a gestire le proprie emozioni. Perché in questi quartieri ci portiamo dentro tante emozioni e, se non troviamo un modo per esprimerle, prima o poi esplodono. Il teatro invece ti aiuta a trasformarle.
Ho questo desiderio del laboratorio da tempo, anche se a volte penso di essere ancora troppo giovane per realizzarlo. Ma sento di essere chiamato a fare questo. A Napoli spesso sembra esserci una sola strada, quella brutta. Se però riuscissimo a offrire un’alternativa, allora potremmo dare ai ragazzi un’altra scelta. Così, invece di essere un 100% da una parte, diventerebbe un 50 e 50. Io nomino Montesanto, ma in realtà penso a tutti i quartieri difficili di Napoli.
Prima del cinema c’è stato il teatro. Che ruolo ha avuto nella tua crescita, sia artistica che personale?
Ho iniziato a fare teatro grazie ad Arrevuoto, come ci siamo detti prima, e da lì ho avuto la fortuna di conoscere tante persone importanti. Una di queste è Annalisa D’Amato, che mi ha insegnato tantissimo, sia dal punto di vista artistico che umano. Mi ha insegnato come deve comportarsi un attore: che deve essere soprattutto puntuale. Per me è diventata quasi una fissazione e io, infatti, arrivo sempre in orario.
Si dice spesso che un attore debba “rubare”, in senso artistico, ovviamente. Significa osservare gli altri attori, prendere quello che ti colpisce e farlo tuo. L’ho fatto tantissime volte. Capitava di andare a vedere spettacoli che magari non mi piacevano particolarmente, però c’era sempre qualcosa che attirava la mia attenzione, che cercavo di fare, in qualche modo, mia. Io preferisco il teatro al cinema. Non che il cinema sia meno bello, ma il vero attore si vede a teatro.
Hai parlato dell’importanza di osservare. Quanto conta questa capacità nel tuo lavoro di attore?
Tantissimo. Non per parlare sempre di Napoli, ma qui c’è davvero di tutto: personalità, caratteri, sfumature. È una città che ti regala continuamente materiale da osservare. A volte mi siedo e guardo le persone senza dire niente. Perché a Napoli ogni situazione sembra una scena. Entrare in un negozio è una puntata, entrare in un altro è una puntata diversa. Succede sempre qualcosa. Per un attore, questa, è una fortuna enorme.
Il mondo dello spettacolo viene spesso descritto come competitivo e, a volte, anche tossico. Tu che esperienza ne hai avuto?
Sì, è vero, la competitività esiste. E molte volte anche la tossicità. Però mi ritengo fortunato perché ho incontrato colleghi che considero veri amici. Persone che mi vogliono bene e che credono in me, così come io credo in loro. Uno è Alfredo Cossu, uno di quei colleghi di cui mi fido ciecamente. Un altro è Antonio Orefice, entrambi facciamo lo stesso genere, quello comico, e trovare qualcuno che fa il tuo stesso mestiere senza vivere tutto come una competizione non è affatto scontato.
Questo mi fa pensare che esiste una parte sana di questo ambiente. Poi, certo, esiste anche il contrario. Mi è capitato di lavorare con persone che invece di aiutarti, volevano solo dimostrare di essere superiori. E quando succede si perde il senso del lavoro che si sta facendo insieme.
Spesso devi adattarti, assecondare certe dinamiche, indossare delle maschere. Come diceva Pirandello, abbiamo tante maschere e scegliamo quella più adatta al contesto. In alcune situazioni, questa cosa mi diverte. In altre mi allontana completamente.
Che cosa hai provato quando ti sei ritrovato sul palco dei David di Donatello?
È stata un’emozione incredibile. Non ci credevo, io ero emozionatissimo. Nella mia testa volevo ringraziare tutte le persone che mi avevano aiutato lungo il percorso. Però erano l’1:30 di notte e il tempo era poco, quindi ho dovuto scegliere.
Ai David mi accompagnò mio cugino Antonio. Eravamo lì, circondati da alcuni dei più grandi attori italiani, quando a un certo punto arriva Pierfrancesco Favino e mi saluta come se fossimo vecchi amici. Per noi che veniamo da Montesanto certe cose sembrano irraggiungibili.
Molti sanno che sono molto credente. Quando fui candidato al Davidino, mio cugino mi propose di fare il Manto a San Giuseppe. Io, sinceramente, non sapevo nemmeno cosa fosse, però mi fidai e iniziai questo percorso di preghiera il giorno 13 del mese e ricevetti il premio il giorno 13 del mese successivo. Per me fu un segnale fortissimo.
Dopo anni intensissimi, tra Nostalgia, Mixed By Erry, Cannes e i David di Donatello, è arrivato anche un periodo più tranquillo. Come hai vissuto questo calo di riflettori?
In realtà non mi ha mai spaventato. Continuo a fare teatro. Io non faccio questo mestiere per il successo o per diventare famoso. Lo faccio perché mi piace. Io sto bene quando gli altri ridono. Molti mi dicono che potrei fare anche i ruoli drammatici, il che va benissimo. Però la verità è che preferisco far ridere le persone. Mi piace pensare che, anche solo per un’ora, qualcuno possa dimenticare i problemi che si porta dietro guardando un mio spettacolo.
A un certo punto hai deciso di metterti alla prova anche dall’altra parte della macchina da presa. Com’è nato il tuo cortometraggio Oltre lo Schermo?
Non mi sentivo pronto a realizzare qualcosa scritto e diretto da me.
È ambientato in una Napoli un po’ surreale. Racconta di un centro di recupero per artisti, dove un dottore cerca di convincere tutti che, per sopravvivere nel mondo esterno, bisogna vivere attraverso gli schermi e i social. I protagonisti, invece, scelgono di essere inadatti a quel sistema. È una tematica particolare, ma sentivo il bisogno di raccontarla.
Durante le riprese, ho fatto di tutto. Facevo il regista, e se serviva portavo anche l’acqua. La troupe era piccola e tutti abbiamo ricoperto più ruoli, per questo li ringrazio tantissimo, perché hanno creduto nel progetto e hanno fatto un lavoro incredibile.
Poi c’è stata una cosa che non dimenticherò mai: poter dire “Azione!” nel mio quartiere. Se qualcuno avesse detto all’Emanuele di qualche anno fa che un giorno avrebbe scritto e diretto un cortometraggio, probabilmente non ci avrebbe creduto. E invece è successo. Anche l’emozione di aver vinto il “miglior cortometraggio” al Quartieri Spagnoli Film Festival è stata indescrivibile. Per questo penso che tanti ragazzi possano fare cose straordinarie se continuano a credere nei propri sogni.
La redazione XXI Secolo e Flavia Sara De Simone ringraziano Emanuele Palumbo per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.





