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Fenicia Rocco: l’arte di re-esistere – INTERVISTA

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Fenicia Rocco

A ventisei anni ha scelto di inseguire la recitazione, che aveva sempre messo da parte. Oggi Fenicia Rocco ha le idee chiare: il suo posto è davanti alla macchina da presa. In questa intervista racconta il provino in cui aveva perso il suo accento napoletano, l’incontro con Pupi Avati e quella che considera la sfida più grande del mestiere: re-esistere.

C’è stato un momento preciso in cui Lei ha capito di voler fare l’attrice?

La mia vocazione per la recitazione è emersa tardi sul piano pratico, ma affonda le radici nell’infanzia, insieme alla passione per il canto e il ballo. Per anni ho messo da parte la creatività per aderire all’idea di concretezza della mia famiglia. A ventisei anni, conquistata la mia indipendenza, ho scelto di darmi questa possibilità. Anche se spesso mi sento ancora un’outsider in questo ambiente, continuo a inseguire questo sogno con ostinazione e profondo amore.

Ricorda il suo primissimo provino? Com’è andato e cosa farebbe di diverso oggi?

Il primissimo provino, a ripensarci, andò molto bene: si trattava di improvvisare un personaggio in una trasmissione televisiva e, venendo dal teatro, la dialettica e l’improvvisazione erano per me pane quotidiano. Posso però raccontarti quello successivo: una vera débâcle!

Avevo appena concluso un percorso nel doppiaggio e la mia dizione era diventata pulitissima. Mi chiamarono per il provino della pubblicità di un caffè: dovevo dire «È buono», ma con accento napoletano. Fu difficilissimo, quasi non riuscivo a pronunciarlo! Avevo lavorato così tanto per eliminare la cadenza napoletana che, proprio quando mi serviva, sembrava non appartenermi più.

Oggi penso che conoscere la dizione sia fondamentale, perché significa avere gli strumenti per usare la voce nel modo giusto. Ma una cosa che non rifarei è cercare di dimenticare il mio accento. La dizione dovrebbe essere una possibilità in più, non una gomma per cancellare da dove veniamo. Puoi imparare a parlare senza accento, ma è bello sapere di poterlo ritrovare quando vuoi: in fondo, è un pezzo della tua storia.

Quando riceve un nuovo copione, qual è la primissima cosa che fa per entrare in sintonia con il personaggio?

Nel corso degli anni, soprattutto all’inizio, quando mi arrivava un copione (si trattava spesso di piccoli ruoli, con pochissime informazioni a disposizione) scattava subito qualcosa in me. Amando molto la scrittura, la prima cosa che facevo non era semplicemente imparare la battuta, ma inventarmi una drammaturgia intorno. Partivo da quel briciolo di contesto che lo script ti concede e cominciavo a costruire il retroscena del personaggio: chi era? Come si muoveva nello spazio? Che tono di voce usava? A volte, per trovare la quadra, mi divertivo persino a pensare a quale animale potesse somigliare nei gesti o nello sguardo. Era un modo per dare carne e anima anche a un’apparizione di poche battute.

Tutt’altro discorso è stato affrontare il personaggio di Elena Croce, una figura realmente esistita. Lì l’immaginazione da sola non bastava: c’era una responsabilità storica e umana enorme, e ho cambiato completamente metodo. La mia ricerca è partita dai dettagli visivi: mi sono immersa nelle sue foto, studiandone la postura, la tensione delle spalle, i gesti, il modo in cui occupava lo spazio. Poi ho scavato nella sua biografia, cercando di capire il suo mondo e, in particolare, il rapporto viscerale e complesso con il padre. Avevo bisogno di conoscerla quasi come una persona della mia vita, per poterla restituire sul set con autenticità, rispetto e totale verosimiglianza.

C’è un trucco o un rituale che usa prima di entrare in scena o prima del ciak per azzerare l’ansia?

Sì. A teatro ero abituata a soffiare in una busta di carta prima di entrare in scena. Dietro quel gesto c’era un motivo scientifico preciso: respirare con calma dentro una busta mi permetteva di riprendermi. Sul set, invece, faccio un “twist della felicità” con il bacino e la testa per sciogliere le tensioni.

Cinema, televisione o teatro: dove sente di avere più libertà espressiva e dove prova più adrenalina?

Sono anni che ho rinunciato al teatro. Potrei dirti che è colpa delle prove non retribuite o delle repliche che scarseggiano, ma no. Lo dico sapendo che forse disturberà qualcuno, soprattutto nel mondo del teatro: io non sono nata per il palcoscenico e per quel tipo di adrenalina. Sono nata per la macchina da presa. E non credo affatto che un attore debba necessariamente passare dal palcoscenico per essere un vero attore. L’idea che il teatro sia una sorta di certificato di autenticità non mi appartiene. Il teatro è un’arte enorme, complessa e rispettabilissima: può essere un passaggio, ma non una scelta obbligata per tutti.

La macchina da presa richiede un’altra sensibilità: ascolto, sottrazione, precisione, verità nei dettagli. Un respiro, uno sguardo, un silenzio possono diventare interpretazione. Il cinema può entrare nell’intimità di un volto come il palcoscenico, per sua stessa natura, non può fare. E basta guardare alla storia del cinema per capire che molti grandi attori hanno costruito la propria identità artistica soprattutto sul grande schermo: James Dean, Marilyn Monroe, Steve McQueen, Clint Eastwood, Paul Newman, Leonardo DiCaprio sono percorsi cinematografici che parlano da soli.

Penso semplicemente che ogni attore debba trovare il proprio linguaggio. C’è chi appartiene al palcoscenico; io appartengo al cinema e all’audiovisivo. Quando davanti a me c’è una macchina da presa, sento di essere arrivata a casa.

Qual è la sfida più grande di questo mestiere che dall’esterno non viene quasi mai notata o capita?

Io dico sempre che la sfida più grande è re-esistere. Re-esistere alle attese, al tempo che passa, ai nervi che crollano quando non si muove nulla. Re-esistere come persona e come personaggio. Perché dall’esterno non si vede: anche dopo un bel ruolo, dopo che finalmente siamo riusciti a esistere attraverso qualcuno che abbiamo interpretato, noi attori siamo di nuovo punto e a capo. Dobbiamo ricominciare, aspettare, cercare un’altra occasione per re-esistere. Forse il mestiere dell’attore è proprio questo: imparare a non scomparire quando non c’è un ruolo che ti fa esistere.

C’è un regista o un collega con cui ha lavorato che ha cambiato radicalmente il suo modo di vedere il mestiere?

Se devo parlare di un incontro fondamentale, il mio pensiero va subito al Maestro Pupi Avati. Lavorare con lui è stata in assoluto l’esperienza più profonda, intensa e potente che io abbia mai vissuto su un set. Avati ha una grandezza poetica e un’umanità disarmanti: ha la rara capacità di scavare nell’anima dell’attore, di capirti prima ancora che tu parli e di guidarti verso un livello di verità che non credevi nemmeno di possedere. È un regista che ti cambia il respiro e la percezione stessa di cosa significhi “stare” davanti alla macchina da presa.

Ma il nostro mestiere è fatto anche di rivelazioni improvvise, di piccoli tasselli che aggiungi un giorno alla volta. In questo senso c’è un altro episodio che mi è rimasto dentro, vissuto sul set di un corto indipendente con il regista Antonio Canitano. Avevamo appena finito di girare un ciak che io ritenevo del tutto “sbagliato”. Ero quasi pronta a scusarmi, quando lui si è avvicinato e mi ha detto: «È perfetta». In quel momento è scattato qualcosa. Antonio mi ha insegnato a non avere paura dell’esitazione, del momento in cui perdi il filo: è proprio lì, in quelle incrinature del controllo, che la macchina da presa cattura l’umanità autentica.

C’è un ruolo iconico o un genere completamente diverso da quello che fa di solito in cui vorrebbe cimentarsi?

Se da un lato il mio desiderio più grande resta quello di vestire i panni di un’eroina storica, dall’altro sento un forte richiamo verso una figura ascetica, come una suora, una santa o una mistica. Il misticismo e la fede mi affascinano profondamente: mi interessa indagare l’umano che c’è dietro il sacro, esplorare cosa scatti nell’anima di una persona per portarla alla conversione o all’esperienza della visione. Essendo credente, per me non si tratterebbe solo di recitare un ruolo, ma di un lavoro autentico e viscerale di immedesimazione e di ricerca interiore. Ho letto molto su Caterina da Siena e Teresa d’Ávila.

 

La redazione XXI Secolo ringrazia Fenicia Rocco per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.