Burnout: una malattia pericolosa e sottovalutata

Il burnout è una sindrome che può essere associata a tutte le categorie professionali, senza alcuna differenza tra dirigenti, quadri e operai.

Il termine “burnout” significa propriamente “bruciare fuori”, ossia manifestare in maniera più o meno eclatante un disagio interiore fortissimo, causato perlopiù dalla propria condizione lavorativa.

La condizione di un soggetto in burnout è sovente affiancata da alcune concause relative all’intera esperienza di vita della persona per quanto concerne il passato recente ed il presente che, parimenti a tempo futuro, è percepito dalla persona come angosciante e senza alcun sbocco positivo.

Il burnout è stato appena riconosciuto dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) con l’accezione di “malattia da Stress” mentre precedentemente era solamente inteso come uno “stato conseguente all’eccessivo carico di lavoro”.

E’ stato dunque comprovato che questa malattia professionale non si recinta esclusivamente al numero di ore lavorative che un dipendente deve svolgere nell’arco mensile (esclusi straordinari) ma ad una condizione “globale” che conduce irrimediabilmente ad uno stato depressivo impedendo al dipendente di svolgere serenamente le proprie attività e di avere un buon rapporto con l’ambiente.

Acquisibile indistintamente rispetto al ruolo ricoperto, il burnout può colpire tutte le categorie di lavoratori, specialmente i sanitari e soprattutto coloro che lavorano in reparti ad alta intensità d’intervento, in primis il Pronto Soccorso. Successivamente in ordine di morbilità (percentuale di soggetti che contraggono una patologia all’interno della collettività) decrescente vanno inseriti i dipendenti che lavorano nei reparti di Oncologia generale, Day Hospital oncologico, Oncologia pediatrica e nelle strutture dove genericamente vengono assistiti pazienti terminali.

Piuttosto che tra le malattia il burnout è da classificare tra le sindromi in quanto queste ultime sono il risultato di più segni di malattie differenti che conducono ad un quadro clinico grave e difficilmente reversibile.

Un soggetto in burnout ha diritto ad allontanarsi giustificatamente dal lavoro per il periodo che egli ritenga necessario per tornare ad essere impiegato, per una durata però non superiore ad un anno (retribuito) fatta eccezioni per casi specifici ove si evidenzino altre patologie a carico.

Per quanto riguarda le manifestazioni osservabili, una persona con questa sindrome viene riconosciuta per alcuni fattori, tra cui riduzione della voglia di presentarsi sul posto di lavoro, desiderio impellente che arrivi la fine del turno, disattenzioni gravi durante lo svolgimento delle attività, nervosismo accentuato e ingiustificato con colleghi, utenti e famiglia, giustificazioni reiterate e inaccettabili per le situazioni sopraelencate.

Dal punto di vista pratico il burnout può portare l’individuo all’isolamento più totale e per quanto concerne la sfera intima del soggetto si assiste talvolta anche ad una riduzione della libido associata a disfunzione erettile nell’uomo. Nei casi più estremi il malato può anche cogitare il suicidio, fatto che va subito affrontato con uno psicologo e con un’equipe di specialisti qualora emergano ulteriori aspetti patologici di natura psichiatrica.

Come sopracitato, il burnout può coinvolgere tutte le categorie di lavoratori che si sentano oppressi da vicende personali gravi associate ad un’insoddisfazione professionale e personale maturata nel corso di anni.

Non è stata cogitata al momento alcuna forma di prevenzione circa il burnout, ma si auspica che l’OMS, visto l’attestazione riconosciuta circa questa sindrome, intervenga celermente redigendo protocolli e linee guida ad hoc.

 

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