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“No kill referee”: salviamo l’arbitro.

Non sparate sul pianista, nessuno tocchi Caino, “no kill referee” aggiungiamo noi, che letteralmente vuol dire ” non uccidiamo l’abitro” ma che in modo più mite può essere tradotto in “non ce la prendiamo sempre con lui”.

Il capro espiatorio, incarnazione di sconfitte che si ritengono immeritate, ” la scusa dei perdenti” dichiarava glaciale l’avvocato Agnelli Giovanni, l’uomo che personificava l’espressione “stile Juventus” e che come un principe di machiavelliana memoria, per ragion di stato, dovette barattare con lo “stile Moggi” tutt’ora adottato da “madama la signora”. In Italia, dove la cultura del sospetto la si coltiva più di come si fa con l’albero piantato da mammà, quando si pensa alle “giacchette nere” ed ai loro macroscopici errori tecnici, alle disparità di trattamento figli della celeberrima sudditanza psicologica, non sempre ci si rende conto che tutto quanto non ha nulla a che vedere con la disonestà o con una volontà dolosa dei fischietti: è istinto di sopravvivenza. In realtà l’arbitro è solo l’ultimo e debole anello di una lunga catena completamente arruginita nella quale i vertici federali hanno consegnato il giocattolo in mano a pochi bambini che ci gongolano, fregandosene delle regole, mentre i dirigenti della classe arbitrale pensano più a cercare sponsor, che a far applicare in modo decente l’unico strumento in grado di evitare questo scempio e cioè la V.A.R., il cui funzionamento sono riusciti a complicare più di un’ermetica formula matematica di Albert Einstein. Mettendoci nei panni di un direttore di gara, proviamo a pensare alla sua legittima aspirazione ad una carriera importante, che può diventare tale solo se si diventa internazionale; si diventa internazionale solo se si arbitrano partite di un certo livello e se si è invisi ad una o due squadre di prima fascia, questa aspirazione viene fortemente svilita proprio perchè di match “di cartello” se ne dirigono pochi. Inoltre fortemente compromessa è la serenità dei giudici di gara quando la categoria a cui appartengono è sponsorizzata in qualche modo da gruppi finanziari legati a compagini del campionato o quando la gogna mediatica si trasforma in ghigliottina qualora si sbaglia contro una big con al seguito milioni di tifosi, giornali e televisioni. E umano che nel dubbio, l’arbitro sceglie salomonicamente il male minore per se e per i suoi e se questo danneggerà l’Empoli o il Frosinone di turno, pazienza; tutto sarà dimenticato nel giro di poche ore e silenziato dalle lodi ai vincitori che vivranno per sempre ricchi e contenti.