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mercoledì, 1 Dicembre 2021

Lo smart working non è poi così ‘smart’

Lo smart working è davvero così smart? Per il futuro del mondo del lavoro, preoccupa la perdita delle interazioni e l'incapacità di stringere relazioni con i colleghi.

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Anna Borriello
Scrivo per confrontarmi col mondo senza ipocrisie e per riflettere sul rapporto irriducibile che ci lega ad esso.

Lo smart working ha rivoluzionato completamente il mondo del lavoro. Questo lascito della pandemia da Covid-19, con molta probabilità, non ci abbandonerà alla fine dell’emergenza. Come riuscire ad adattarsi al cambiamento?

Se è vero che lo smart working ha portato con sé notevoli vantaggi, non si può fare a meno di chiedersi quali saranno le conseguenze a lungo termine sull’ambiente di lavoro. Perché, è bene ricordarlo, il lavoro è un mondo di relazioni, interazioni e rapporto con la leadership. Tutte dinamiche rese più complesse dalla nuova relazione digitale.

Non a caso, pare che il Giappone abbia chiesto alla piattaforma Zoom, molto utilizzata per i meeting a distanza, di prevedere una disposizione gerarchica per i partecipanti. Questo potrebbe essere un ottimo esempio di come le relazioni sul lavoro non siano riuscite ad adattarsi con facilità al radicale cambiamento.

Entrare in contatto con le persone e sviluppare relazioni è un punto chiave, non solo dell’esperienza lavorativa di per sé, ma anche per il rendimento. Avere a che fare con colleghi nuovi, conosciuti solo in chiamata Zoom, potrebbe avere un impatto negativo sull’efficienza.

Per quanto la vita lavorativa abbia potuto giovare dello smart working, non resta da chiedersi se, effettivamente, a questa nuova modalità non manchi qualcosa.

Lo sostiene Domitilla Ferrari, esperta di marketing e docente all’Università di Padova. Nella sua ultima pubblicazione, il Manuale di resistenza per un lavoro non abbastanza smart, l’esperta racconta delle difficoltà dell’ambiente di lavoro digitale.

Scrive: “dalle 9 alle 18 con una pausa pranzo in mezzo, abbiamo visto scomparire il caffè con i colleghi, il chiacchiericcio utile anche a fare quattro passi da un piano e l’altro, a farsi venire in mente idee, a stringere relazioni, a chiarire dubbi in maniera informale e anche veloce“.

Aggiunge, poi: “tra una call e l’altra le pause sono proprio scomparse. Non c’era più tempo. Siamo andati in burnout. Io per giorni non ho fatto altro che call. Ho cambiato lavoro durante il lockdown e molte delle mie videochiamate erano con colleghi nuovi, che, presentandosi, mi raccontavano del lavoro che stavano facendo: non ho mai faticato tanto a conoscere ed entrare in contatto con persone nuove“.

La questione, quindi, è aperta: lo smart working è davvero così ‘smart’? Non resta che guardare al futuro ed impegnarsi per adattarsi al meglio al cambiamento.

 

 

 

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