LAES ancora alla fase zero: i riflessi della precarietà

LAES ancora alla fase zero

Riceviamo e Pubblichiamo

Come avevamo previsto, quella che oggi per il grosso dei lavoratori è la fase del ritorno più o meno parziale alla normalità, si sta confermando a tutti gli effetti per noi Lavoratori Stagionali la fase più dura da vivere. Mentre tutti riprendono in mano le proprie vite a ritmi più o meno ripristinati, noi Lavoratori Aeroportuali Stagionali siamo del tutto fermi. Per noi la fase zero non è mai finita. Assistiamo alla ripartenza degli altri, stando immobili nello stesso punto in cui il mondo si è fermato alcuni mesi fa. Parte di quel mondo tuttavia oggi si rimuove, una buona altra parte di esso è paurosamente ferma.

Questo il riflesso prevedibile della precarietà, che toglie diritti, toglie tutele, ma più di tutto, nega al lavoratore ogni strumento per poter ripartire, pur volendolo fare a una marcia bassa. Gli nega la possibilità di rialzarsi e rimettersi in cammino.

Noi Lavoratori Stagionali viviamo e esistiamo in funzione di numeri che periodicamente più o meno aumentano, più o meno si riducono. Su quei numeri le nostre vite si plasmano. Competenze, titoli, esperienze professionali di valore, in questo paese che è l’Italia e ancor più nel meridione d’Italia, non sono elementi sufficienti a renderci  risorse preziose, utili, indispensabili, al di là dei numeri e delle curve che ora salgono ora scendono.

Un paese forte è in grado di garantire un margine di dignità ai propri lavoratori al di là dello scoppio di una pandemia, al di là di un calo temporaneo di numeri. Un paese forte si impegna a rinascere da una crisi migliore di prima. Coglie nelle criticità nuove possibilità, vede potenziali risorse nella enorme cerchia di lavoratori precari che per anni e anni ha spudoratamente alimentato. Un paese che si dica forte non vede in noi precari un fardello di cui liberarsi, piuttosto intravede nuovi spunti.

Diverse volte, nel corso di questi mesi, in occasione dei confronti con le istituzioni locali, ci siamo sentiti un peso, una fardello, un bel problema. Nessuno dimostra di concepire per noi lavoratori precari nuove opportunità, nuovi progetti.

Ci chiediamo se, a mesi dall’inizio di questa crisi, un piano per la tutela del lavoro sia in costruzione. C’è qualcuno deputato a concepirlo? Esiste qualcuno che riesca a concepire discorsi che vadano oltre eventuali ammortizzatori a lungo termine? Qualcuno che creda davvero negli slogan tanto facili a pronunciarsi, della serie “ripartiremo più forti di prima”?

Lo ripeteremo a oltranza: l’unica vera  soluzione alla crisi è creare, agevolare, concepire possibilità. Solo in questo modo la ripresa sarà una vera ripresa. Solo in questo modo si potrà dire di aver vinto questa battaglia.

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