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La zona d’interesse, la tragedia oltre il muro di casa

Ci sono film in cui il sonoro è parte integrante della narrazione: questo è il caso de La zona d’interesse. Il quarto lungometraggio di Jonathan Glazer vanta ben cinque candidature agli Oscar di quest’anno: miglior film, miglior regista (Jonathan Glazer), miglior sceneggiatura non originale, miglior film internazionale e miglior sonoro. Il film ha riscosso molto successo anche al Festival di Cannes 2023 aggiudicandosi il Grand Prix Speciale della Giuria; inoltre, su Rotten Tomatoes ha un indice di gradimento del 93% per quanto riguarda la critica e del 78% per quanto riguarda il pubblico. Glazer si è occupato anche della sceneggiatura adattata dall’omonimo romanzo di Martin Amis. I protagonisti (Rudolf Höss e sua moglie Hedwig) sono interpretati da Christian Friedel e Sandra Hüller, la quale ha recitato anche in un altro film candidato agli Oscar (Anatomia di una caduta).

Rudolf Höss, direttore del campo di concentramento di Auschwitz vive con sua moglie e con i loro cinque figli in una splendida tenuta. Le giornate passano serene: Höss va a lavoro, la moglie si occupa del giardino e della casa, mentre i figli giocano all’aperto. C’è però un dettaglio che nega quest’idillio: al di là del muro che delimita la tenuta c’è il campo di concentramento, la cui realtà accompagna le giornate della famiglia. Glazer fa una scelta diversa dal solito, sovvertendo la retorica del film sull’Olocausto: decide di non mostrare nulla del campo di sterminio. Ciò che arriva allo spettatore di quella tragedia umana riguarda soprattutto il sonoro (infatti, il film si apre e si chiude con minuti di soli suoni, una composizione di Mica Levi): le urla di dolore e gli spari. A livello visivo l’orrore arriva all’improvviso attraverso il fumo, la cenere e le ossa dei prigionieri nel fiume. Sono proprio questi gli elementi che rompono l’idillio, mostrandone la falsità.

È chiaro fin dall’inizio che lo scopo del regista non è la ricostruzione storica, ma il mostrare una situazione paradossale, un vero laboratorio di analisi della banalità del male: la famiglia di Höss continua la sua vita come niente fosse, nonostante al di là del muro si svolga uno sterminio, le cui immagini non vengono mostrate allo spettatore, ma sono ben impresse nella sua mente. Al centro di questa narrazione vi è l’orrore di una graduale disaffezione dal nostro lato più umano e istintuale: ciò viene evidenziato dall’epilogo, surreale e alienante allo stesso tempo. Le scene finali mostrano le pulizie nel museo: una scena di vita quotidiana, ma le teche continuano a contenere l’orrore dello sterminio. Anche noi siamo colpevoli e complici, questo ci dice La zona d’interesse: inevitabilmente lo si è quando si è indifferenti a tutte le tragedie umane e non solo all’Olocausto. Il problema strettamente umano che viene evidenziato dunque è la negazione di ciò che avviene al di fuori: una vera e propria quotidianità del male.

La potenza de La zona d’interesse (così era chiamata l’area di 25 miglia intorno al campo di concentramento) non è nella storia in sé, ma nel modo in cui essa viene raccontata, in cui la regia dà un gran contributo: Glazer ha ripreso i protagonisti a distanza, usando dieci telecamere diverse e nascoste, per riprendere ogni scena nel modo più naturale possibile, quasi a voler catturare l’atmosfera intima e familiare della casa. Il regista dà anche degli indizi grafici della tragedia in atto come una dissolvenza in rosso e delle scene in cui una bambina pianta delle mele nei campi di lavoro, scene che sono state girate con la telecamera termica per ottenere un’immagine in negativo. Glazer spiega anche la scena in cui Höss ha il conato di vomito: “Non è una presa di coscienza di Höss. Non ne ha. Prova pietà per sé stesso dopo la guerra, ma la sua coscienza non è scossa. Le voci che sentiva sono morte da tempo. In quella scena vediamo la verità del corpo, che rivela le bugie della mente. Che rivela ciò che siamo, invece delle strutture che mettiamo su per creare l’immagine che abbiamo di noi stessi. (…) La cenere delle persone che ha aiutato a uccidere sono dentro di lui. È l’orrore”.

La zona d’interesse è un film dal grande impatto visivo e che vuole trasmettere allo spettatore l’orrore dell’indifferenza. Tuttavia, proprio per l’incessante riproporsi di scene quotidiane e semplici, tende a risultare tedioso e si ha quasi la sensazione che il messaggio che il film voleva trasmettere sarebbe stato ancora più efficace con un minutaggio minore: le sensazioni vengono costantemente riproposte. In questo modo vince la monotonia e ciò che si ascolta è una sinfonia monocorde.

Immagine: credit Wikipedia