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giovedì, 27 Gennaio 2022

Google sta cambiando il nostro cervello?

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Anna Borriello
Scrivo per confrontarmi col mondo senza ipocrisie e per riflettere sul rapporto irriducibile che ci lega ad esso.

Google sta cambiando il nostro cervello? Ebbene, le domande sugli effetti della tecnologia sono all’ordine del giorno. Tra chi sostiene che sia deleteria e chi invece non potrebbe vivere senza, il divario sembrerebbe insanabile. Cosa ci dice la scienza?

Prima di rispondere alla questione, è necessaria una precisazione di natura biologica. Il cervello adulto non è affatto immutabile, anzi. Gli studi, seppur non troppo recenti, di John Z. Young, tentarono di dimostrare proprio questo. Le cellule del nostro cervello, secondo il biologo inglese, evolvono e crescono grazie all’uso o deperiscono se non vengono utilizzate. Anche gli studi contemporanei hanno dimostrato che il nostro cervello si riprogramma di continuo, a seconda dell’uso che ne facciamo.

Il cervello è un luogo effimero che cambia con la nostra esperienza. Quindi, da qui la questione: in che modo le tecnologie contemporanee lo stanno riprogrammando?

La neuroplasticità, infatti, sottostà ad un paradosso. Per quanto ci sia sempre la possibilità di sviluppare nuove mappe cerebrali, le sinapsi, attivate chimicamente, ci programmano a voler mantenere in esercizio i circuiti che hanno formato. Così, le attività di routine sono svolte in maniera sempre più efficiente.

Internet ci rende stupidi?

Nicholas Carr, in un saggio abbastanza recente, raccoglie considerazioni ed esperimenti sul modo in cui la tecnologia sta plasmando la società contemporanea. Il saggio s’intitola “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello” e le conclusioni a cui giunge, supportate da evidenza scientifica, sono quanto mai interessanti.

La stessa Nora Volkow, una delle più importanti esperte del sistema nervoso centrale, ha sostenuto che non solo internet stia cambiando la nostra quotidianità, ma che agisca direttamente sul nostro modo di pensare e quindi di agire.

Prendiamo il caso di Google: nel corso di una ricerca sul famosissimo motore di ricerca, il nostro cervello verrebbe letteralmente bombardato da stimoli. Nella lettura dei risultati, verremo continuamente distratti da link di rimando, immagini, pubblicità mirate.

Secondo Nicholas Carr, e con lui migliaia di altri scienziati, ciò starebbe allenando il nostro cervello ad un’attenzione superficiale. In un sistema di feedback tra esperienza e modificazione cerebrale, col tempo, staremmo diventando lettori e pensatori sempre più superficiali e disattenti.

Le parole della scienza

Il premio nobel Eric Kandel, neurologo e psichiatra, coi suoi esperimenti sulla memoria a lungo e breve termine, si trova assolutamente d’accordo: “solo quando prestiamo molta attenzione ad un’informazione siamo in grado di associarla con quelle che sono già fissate nella memoria”. E solo inserendo il dato in un sistema d’informazioni è possibile pensare il dato criticamente.

Non è solo una questione di perdita. Tutte le innovazioni tecnologiche hanno generato, nel corso dei secoli, modificazioni cerebrali significative: basti pensare alla mappa o all’orologio. Alla perdita di questa capacità di inserire i dati acquisti in un sistema d’informazioni omogeneo, che ci permetta di sviluppare il pensiero critico, segue un guadagno. Google sta cambiando il nostro cervello, ma non solo in peggio.

Come sostiene la psicologa Patricia Greenfield, abituare al cervello a molti stimoli contemporanei svilupperebbe la nostra intelligenza spazio-visuale, verso un pensiero caratterizzato da risposte automatizzate agli stimoli.

“Usare bene” Internet: una questione irrilevante

Il dibattito, nel corso dei decenni, è stato spostato sul piano dell’utilizzo delle tecnologie digitali. Si crede, ingenuamente, che se internet si “utilizzi bene”, quindi per leggere, scrivere, approfondire curiosità, questo faccia automaticamente da scudo agli effetti che potrebbe avere sui nostri cervelli.

Questo è falso. Marshall McLuhan, visionario sociologo degli anni ’80, vuole dirci proprio questo: non è importante l’uso che facciamo di un medium, perché questo, a prescindere dallo scopo per cui lo usiamo, sta già agendo sul nostro cervello. Il modo in cui tocchiamo, guardiamo un medium, al di là dell’uso che ne facciamo, che può essere legato all’intrattenimento, allo studio o al lavoro, agisce sui nostri cervelli, creando mappe cerebrali nuove.

Quindi, non è possibile sfuggire? Secondo Stephen Hawking, a differenza di tutte le altre tecnologie che hanno cambiato i nostri cervelli nel corso di migliaia di anni, le tecnologie digitali, data la velocità con cui hanno rivoluzionato le nostre vite e quindi, i nostri cervelli, potrebbero generare una nuova specie umana.

Google sta cambiando il nostro cervello: in questo senso, l’azienda può essere considerata la “chiesa di interet”, il suo quartier generale. Le sue ricerche si stanno spostando verso campi inesplorati come la digitalizzazione delle biblioteche mondiali e l’intelligenza artificiale. Soprattutto, però, l’azienda della Silicon Valley punta a rendere Google il motore di ricerca perfetto, aumentando la sua utilizzabilità e permettendo all’informazione di giungere libera, ovunque nel mondo.

Ma se da un lato, dato il bombardamento di stimoli, l’informazione non può essere assimilata dalla memoria a lungo termine e, dall’altro, ciò sta allenando i nostri cervelli alla distrazione continua e all’attenzione superficiale, si può dire che stia effettivamente raggiungendo il suo obiettivo?

 

 

 

 

 

 

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