Le spiagge sono un bene pubblico, ma una parte consistente degli arenili italiani è gestita da imprese private attraverso concessioni rilasciate dallo Stato. Intorno a questi titoli, spesso tramandati per generazioni e rinnovati senza una vera competizione, si è sviluppato un settore importante per il turismo e per l’occupazione delle località costiere.
Da anni l’Italia cerca di conciliare interessi difficili da tenere insieme: il rispetto delle regole europee sulla concorrenza, la tutela delle aziende familiari, il riconoscimento degli investimenti effettuati e il diritto dei cittadini ad accedere liberamente al mare. I continui rinvii non hanno risolto il problema, ma hanno prodotto un quadro frammentato, nel quale ogni Comune ha seguito tempi e criteri differenti.
Ora la vicenda entra in una fase nuova. Le gare non sono più una possibilità astratta e il termine del 2027 si avvicina. La questione non riguarda soltanto chi gestirà gli stabilimenti, ma il modello di costa che l’Italia intende costruire: quali servizi offrire, quanto far pagare per l’uso del demanio e quale spazio lasciare alle spiagge libere.
Concessioni: il 2027 non è più un alibi
La notizia non è che le concessioni balneari dovranno essere messe a gara. L’Europa e i giudici italiani lo ripetono da anni. La novità è che il 30 settembre 2027 non potrà più essere utilizzato come alibi per rimandare tutto fino all’ultimo momento.
Con la sentenza n. 6539 del 2026, il Consiglio di Stato ha chiarito che quella data rappresenta il limite massimo della fase transitoria, non un diritto acquisito dagli attuali gestori. Se un Comune conclude prima la selezione, la nuova concessione può partire senza attendere il settembre successivo. Le amministrazioni devono quindi preparare i bandi «senza indugio» e avviare le procedure, nella prima applicazione della riforma, entro il 30 giugno 2027.
La precisazione sembra tecnica, ma sposta il centro della contesa. Per anni il confronto politico si è concentrato quasi esclusivamente sulle proroghe. Ora la questione decisiva diventa un’altra: come saranno costruite le gare, quali interessi proteggeranno e quanto sarà davvero possibile concorrere contro chi occupa da decenni lo stesso tratto di arenile.
È qui che la riforma può ancora riuscire oppure ridursi a un cambiamento soltanto formale.
Criteri sociali o vantaggi per i gestori uscenti?
Il quadro normativo concede ai Comuni un margine significativo. Le nuove concessioni potranno durare da cinque a vent’anni, in relazione agli investimenti previsti. L’offerta economica conterà, ma non sarà l’unico elemento. I bandi dovranno valutare la qualità dei servizi, l’accessibilità per le persone con disabilità, la sostenibilità ambientale, l’impiego di giovani, la tutela dei lavoratori e la capacità di valorizzare il territorio.
Sono criteri ragionevoli, almeno sulla carta. Alcuni, però, possono produrre effetti opposti. Premiare l’esperienza serve a evitare che uno stabilimento venga affidato a un operatore improvvisato, ma può anche favorire chi già lo gestisce. Considerare la concessione come principale fonte di reddito protegge le imprese familiari, ma rischia di trasformarsi in una barriera per i nuovi concorrenti. Valutare il numero di dipendenti che saranno riassunti difende l’occupazione, ma aumenta i costi d’ingresso.
Il problema, quindi, non è scegliere tra la tutela dei piccoli gestori e la concorrenza. È impedire che la prima venga utilizzata per neutralizzare la seconda.
Concessioni: i balneari temono l’arrivo dei grandi gruppi
Le associazioni di categoria temono che le gare aprano la strada a fondi e grandi società, capaci di sostenere investimenti e indennizzi fuori dalla portata delle imprese familiari. Il presidente del Sindacato italiano balneari, Antonio Capacchione, ha avvertito che il semplice passaggio da un concessionario a un altro non produce automaticamente un vantaggio collettivo e potrebbe riflettersi sui prezzi.
Il sindacato definisce la vicenda una «ferita ancora aperta» del turismo italiano e chiede certezze sugli investimenti, sulla continuità aziendale e sul futuro dei lavoratori stagionali. Nel giugno 2026, secondo il SIB, oltre cinquemila stabilimenti hanno aderito alla mobilitazione nazionale.
Il rischio della concentrazione esiste. Sarebbe paradossale smantellare un sistema chiuso per consegnare i tratti più redditizi della costa a pochi operatori nazionali. Ma esiste anche il pericolo contrario: gare costruite in modo da confermare quasi sempre gli uscenti, lasciando immutato il mercato sotto una nuova veste amministrativa.
Associazioni come Mare Libero e Legambiente chiedono per questo che le selezioni non attribuiscano vantaggi impropri ai precedenti concessionari. L’obiettivo, sostengono, deve essere garantire pari opportunità ai partecipanti, maggiore trasparenza e una quota adeguata di spiagge gratuite.
Da Zoagli a Viareggio, ogni Comune procede per conto proprio
Le prime procedure locali mostrano quanto possa essere diverso l’esito delle gare. Il Comune di Zoagli ha concluso le selezioni prima della scadenza nazionale: uno dei precedenti gestori ha ottenuto nuovamente la concessione, mentre un altro è rimasto escluso.
A Borghetto Santo Spirito gli operatori uscenti sono stati confermati, ma i criteri utilizzati hanno suscitato contestazioni per il peso attribuito all’esperienza precedente. A Viareggio, invece, alcune procedure sono finite al centro di esposti che riguardano anche la valutazione delle strutture e degli indennizzi.
Non sta dunque nascendo un unico sistema nazionale, ma una transizione a più velocità, affidata a Comuni con competenze, risorse e orientamenti politici molto diversi. Il bando-tipo al quale sta lavorando il Ministero delle Infrastrutture dovrebbe ridurre le disparità, ma non potrà eliminare la discrezionalità locale. Né potrà impedire una nuova stagione di ricorsi.
Il rebus degli indennizzi
Uno dei nodi più delicati resta quello degli indennizzi. La legge riconosce al concessionario uscente il valore degli investimenti non ancora ammortizzati, posto a carico di chi subentra. Il Consiglio di Stato ha però stabilito che il diritto non è automatico: gli investimenti devono essere reali, documentati e ancora da recuperare. L’assenza di regole ministeriali definitive sul calcolo non può essere utilizzata per sospendere le gare.
La distinzione è essenziale. Un indennizzo corretto tutela chi ha costruito strutture o sostenuto spese confidando nella durata del titolo. Un indennizzo gonfiato, comprendente di fatto l’avviamento commerciale accumulato grazie all’uso di un bene pubblico, diventerebbe invece un pedaggio imposto ai nuovi concorrenti.
Più alta è la somma richiesta per entrare, minore sarà il numero dei partecipanti e più facile diventerà la riconferma dell’operatore precedente. Se gli importi saranno troppo bassi, al contrario, aumenteranno i ricorsi di chi sostiene di non avere ancora recuperato gli investimenti effettuati.
Concessioni: i canoni e i dati che ancora mancano
Anche il dibattito sui canoni soffre di una semplificazione eccessiva. L’ultima indagine organica della Corte dei conti ha rilevato, tra il 2016 e il 2020, versamenti medi annui per circa 101,7 milioni di euro relativi al demanio marittimo. Nel 2020 furono riscossi 92,5 milioni.
Questi importi, tuttavia, non riguardano soltanto gli stabilimenti balneari e non possono essere confrontati automaticamente con le stime sul fatturato dell’intero turismo costiero.
Il dato più significativo è un altro: a distanza di anni manca ancora una ricostruzione pubblica, aggiornata e uniforme di superfici, titoli e pagamenti. La Corte dei conti ha segnalato lacune, informazioni non inserite e disallineamenti tra banche dati. Lo Stato si prepara a riassegnare un patrimonio di enorme valore economico e ambientale senza possederne ancora una fotografia del tutto affidabile.
Quanta parte delle spiagge è davvero occupata?
Lo stesso problema emerge quando si prova a stabilire quanta costa sia realmente disponibile. Secondo i dati del Sistema informativo del demanio marittimo relativi al 2021, elaborati da Legambiente, in Italia risultavano 61.426 concessioni costiere di vario tipo. Di queste, 12.166 erano destinate agli stabilimenti balneari.
La mappatura governativa ha indicato che il 33 per cento del litorale è oggetto di concessioni. Legambiente ha invece stimato che le aree concesse occupino il 42,8 per cento delle coste basse, con percentuali vicine al 70 per cento in Liguria, Emilia-Romagna e Campania.
I due numeri misurano realtà differenti. Il primo prende in considerazione l’intera linea costiera, comprese scogliere, porti, zone industriali e aree inaccessibili. Il secondo concentra l’attenzione sui tratti effettivamente utilizzabili.
Non è una disputa statistica secondaria: la direttiva europea collega l’obbligo delle gare proprio alla scarsità della risorsa naturale. Decidere quale sia la superficie realmente disponibile significa incidere sull’applicazione delle regole.
Le gare non aumenteranno automaticamente le spiagge libere
Resta infine un equivoco da sciogliere. Mettere a gara uno stabilimento non significa restituire quella spiaggia alla libera fruizione. Una concessione riassegnata rimane una concessione.
Per aumentare gli arenili gratuiti servono scelte politiche distinte: piani comunali delle coste, limiti alle superfici affidabili, accessi pubblici e risorse per pulizia, sicurezza e servizi.
Nemmeno i prezzi diminuiranno automaticamente. La concorrenza può migliorare le offerte, ma se i bandi imporranno investimenti molto onerosi e indennizzi elevati, i nuovi gestori potrebbero trasferire almeno una parte dei costi su lettini, cabine e ombrelloni.
La vera riforma, perciò, non consiste semplicemente nel sostituire un nome con un altro sulla concessione. Consiste nello stabilire quanto deve rendere allo Stato l’uso esclusivo di un bene pubblico, quanta spiaggia deve restare gratuita, quali servizi devono essere garantiti e come impedire sia le rendite di posizione sia la concentrazione nelle mani di pochi gruppi.
Il 2027 segna la fine di un’attesa, non la soluzione del problema. Il futuro delle coste italiane non sarà deciso dalla data scritta nella legge, ma dalle condizioni inserite in migliaia di bandi comunali. È lì che si capirà se le gare serviranno davvero a tutelare la concorrenza e l’interesse pubblico oppure soltanto a rendere più presentabile il sistema esistente.





