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Annalaura Paragano: fiore di palude – INTERVISTA

Annalaura Paragano, cresciuta in un piccolo paese della provincia di Salerno, ha scoperto la recitazione all'improvviso, dopo il liceo scientifico.

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Annalaura Paragano
@Alice Scaperrotta

Nessun teatro sotto casa, nessuna famiglia d’arte, nessuno che le indicasse la strada. Annalaura Paragano, cresciuta in un piccolo paese della provincia di Salerno, ha scoperto la recitazione all’improvviso, dopo il liceo scientifico. A 24 anni ha preso il suo primo ruolo, in Rosa Elettrica; sei mesi dopo il secondo, quello di Ilaria in Minerva – La Scuola, su Netflix. Ne viene fuori il ritratto di una giovane attrice timida, riflessiva, che ha imparato a fare pace con il fallimento e a lavorare con i silenzi. 

Come hai iniziato il tuo percorso?

È una storia un po’ particolare, perché ho iniziato praticamente dal nulla. Vengo da una realtà piccola, da un paese piccolo in provincia di Salerno, e dopo i 18 anni, finita la scuola, mi è venuta quest’idea. Tu mi dirai: “Ma come ti è venuta?”. Effettivamente non ti so rispondere, perché da me non si respira aria di teatro o di cinema. In più sono figlia di commercianti, quindi non posso dire di aver vissuto nel mondo dell’arte. Sembra assurdo, ma non ti so rispondere: è stata una spinta dall’interno, nata veramente dal nulla, senza alcuno stimolo esterno.

Qualche tempo fa ho letto un’espressione in cui mi sono rivista: “fiore di palude”. Sono fiori che nascono in condizioni avverse. Però nascono, e continuano a vivere grazie a una forza interna, come un moto che va dall’interno verso l’esterno e non dall’esterno verso l’interno. Io non ho avuto la possibilità di fare un corso di teatro o di cinema da piccola, di appassionarmi a questo mondo respirando quell’aria. Dopo la scuola ero incuriosita e mi iscrissi a un corso di cinema qui a Napoli. È iniziato come una curiosità, anche perché dovevo capire se mi piacesse e, soprattutto, se lo sapevo fare. È iniziato tutto così, da un corso trovato completamente da sola.

Com’è stato quel momento, subito dopo il diploma?

Quando ho finito i cinque anni di liceo ero nel pallone. Tutti i miei amici sapevano già cosa fare della loro vita: li vedevo super sicuri, l’università che avrebbero preso, la città dove sarebbero andati a vivere. Io invece mi sentivo completamente persa, mi sentivo sbagliata perché non sapevo ancora cosa fare della mia vita. La recitazione è stata proprio un colpo di fulmine dentro di me.

Mi dicevo: “Non so se lo so fare, ci vogliono anni”. Infatti un mio insegnante mi disse: “Vuoi fare l’attrice? Okay, hai 10-20 anni di tempo?”. Quel primo corso era un’infarinatura, per capire se potevo avvicinarmi a questo mondo. Mi dicevo: “fammi capire se lo so fare, fammi capire se ci riesco”. Vado sempre con i piedi di piombo, con i piedi per terra, quando devo fare una cosa. A volte va bene, a volte no, perché a volte devi lasciarti anche andare e buttarti, e io all’inizio, anche per la mia timidezza, non lo facevo. Sono sempre stata molto riflessiva, fin troppo a volte.

Quanto è durato questo periodo di scoperta?

Il corso è durato un anno. Facevo la pendolare tra Napoli e il mio paese, ho sempre fatto un po’ la trottola. Dopo Napoli ho proseguito a Roma. Ho sempre cercato io le realtà giuste in base al momento: ogni anno avevo bisogno di una cosa diversa, quindi ogni anno ho cambiato approccio. All’inizio non sapevo niente di questo mondo, zero. Non ho ricevuto stimoli esterni di alcun tipo che mi avvicinassero alla recitazione, come dicevo prima, è partita da me, all’improvviso. È nata come una curiosità, poi è diventata un bisogno.

Che bella cosa. Quindi, se dovessi chiederti, cos’è per te la recitazione, come mi risponderesti

Attualmente è quello spazio vitale dove posso esprimermi in maniera autentica, sia per me che per gli altri. All’inizio era una curiosità, poi è diventata un bisogno e adesso è proprio una questione mia. Sta diventando sempre più mia, perché l’ho voluto. L’ho voluto io, nessun altro.

Parli molto di espressione, di esprimerti. Da quello che percepisco sei una persona introversa…

Dipende. All’inizio sono un po’ timida: con chi non mi conosce ho un approccio molto timido. Poi, pian piano, quando conosco qualcuno mi apro e do tutta me stessa. Per chi lo merita, ovviamente. Non sono proprio chiusa chiusa, ma non sono neanche molto aperta. Sono introversa, sì, ma perché do veramente valore alle cose, agli altri.

C’è qualcuno che ti è stato accanto in questo percorso?

Ci sono state persone che mi hanno dato spunti, aiuti, ma sono sempre stata io a scegliere quali insegnamenti prendere e tenere con me. Ogni insegnante che ho incontrato nel mio percorso mi ha dato tanto, mi ha dato qualcosa. Ma se mi chiedi se qualcuno mi ha preparata per i ruoli che ho preso, no: ho fatto tutto da sola, provini compresi.

E nei momenti difficili?

Negli anni i momenti di down e di insicurezza ci sono sempre stati. Momenti in cui non mi sentivo all’altezza, in cui ero molto fanatica e mi autosabotavo tantissimo, mi autodistruggevo. E sai cosa mi ha cambiata? Qualche mese prima di prendere il mio primo ruolo, c’è stato un momento in cui sono riuscita a fare pace con il fallimento. Ho fatto pace con l’idea che fallire non vuol dire essere fallita. Io invece, quando fallivo, mi sentivo fallita. Ogni cosa che non facevo bene mi faceva sentire fragile, vulnerabile, incapace, e mi davo addosso tantissimo. Ero severa con me stessa e mi sentivo piccola, piccola, piccola. Non mi permettevo l’idea di poter fallire e poi ricominciare.

Ci racconti quel momento?

Ero a un corso a Roma e non riuscivo a fare un personaggio, una scena. Forse non la riuscivo a sentire. Quando poi effettivamente non ci sono riuscita, mi sono liberata da mesi di fustigazione. È stato come liberarmi dal fatto di aver fallito. Da lì ho trovato la cazzimma e la forza di dire “io non sono questa”. Prima dicevo: “Io sono questa, sono una fallita, non lo so fare”. Da lì invece ho detto: “Okay, ho sbagliato, non ci sono riuscita, però non sono questa roba qui. Sotto di me, in uno strato molto più profondo, c’è una forza che voglio avere, perché so che c’è”. È stato come uno scatto: dopo due mesi ho preso il mio primo ruolo e dopo sei il secondo, nello stesso anno.

Non ti nego che ci sono ancora fasi, anche negli ultimi tempi, in cui ti senti up and down, up and down. Però prima ero spesso giù. Per questo ti dico che oggi la recitazione per me è quello spazio in cui non devo per forza performare: devo cercare di godermela e di dare il più possibile.

Prima mi fustigavo forse proprio perché ci tenevo: le davo un valore grande, non la volevo fare tanto per farla. Ma questa cosa non mi ha giovato per niente, perché ti ingabbia, diventi rigida nei confronti di te stessa, degli altri, del lavoro, di tutti. La cosa che ho imparato, e che poi è stata lo scatto, è scindere il personale dal lavoro. Quando ti fanno una critica, non è rivolta a te, ad Annalaura come persona, ma a quel lavoro. Se vuoi fare questo mestiere lo devi capire. E preferisco sempre qualcuno che mi fa critiche costruttive piuttosto che un “brava, vai avanti”. 

Come sei entrata nei tuoi personaggi? Partiamo da Rosa Elettrica.

La prima cosa che faccio è leggere le descrizioni che mi mandano. Quella del mio personaggio parlava di una ragazza ingenua, di cui le persone intorno potevano approfittarsi facilmente. Al provino avevo una scena di aggressione e ho cercato di lasciarmi andare e di lavorare su una sorta di ingenuità. Poi però il personaggio era molto più tosto, aggressivo, non realmente ingenuo.

La cosa bella è che alla fine è tutto un percorso che si va a creare. Al primo provino ho dato delle cose, al secondo altre, e quando sono andata alle prove costume e mi hanno vestita, sono diventata il personaggio, proprio attraverso questo percorso. Con Ilaria è successa la stessa cosa. In quest’anno ho fatto due ruoli completamente opposti: quello di Rosa Elettrica super glamour, super femminile, lustrini e paillettes; Ilaria invece completamente diversa, più rigida, un altro tipo di impostazione.

L’abbigliamento mi aiuta molto a entrare nel personaggio. Io di base sono molto semplice, e ai provini vado abbastanza neutra. Ma con la divisa, per esempio, prendi un’attitudine diversa, anche una rigidità. Persino quando ero a casa mia camminavo in un determinato modo, come il mio personaggio, Ilaria. 

Parliamo proprio di Ilaria…

Quando mi hanno presa per Ilaria mi sono un po’ commossa. Non so perché. Questa ragazza la chiamavano Moby Dick, non si sentiva all’altezza di niente, e il suo obiettivo era spronare Adele, la cadetta del primo anno. Per me la scena dove motivo Adele è stata un abbraccio alla me di qualche anno fa, a quella che ha conosciuto la vulnerabilità.

Sono partita da una crepa. Mi sono immaginata una grata di spine tra quello che era e quello che è: è proprio l’immagine che ho disegnato su un foglio. C’è un prima che noi non vediamo, perché non vediamo l’inferno che ha dovuto passare nel primo e nel secondo anno, come non vediamo quello che hanno dovuto subire tutti gli altri ragazzi della scuola, come abbiamo visto al primo anno. Così mi sono immaginata un prima e un dopo, un dentro e un fuori di Ilaria. Il prima è la ragazza insicura e vulnerabile che non si sentiva all’altezza, piena di fragilità. Il dopo, cioè durante la serie, è un’immagine rigida, rispettabile, una che fa anche cose discutibili, molto aggressive.

Più che costruire, perché in realtà non ho costruito niente, ho cercato di sentire questa cosa tra il dentro e il fuori, sentire le emozioni di Ilaria. Io le sentivo, e spero vivamente che qualcuno l’abbia percepito anche attraverso il suo sguardo.

È stata la mia prima grande esperienza: sono stata sul set quattro mesi, e anche quando giravano gli altri ragazzi noi stavamo sempre lì. Io stavo sempre dentro al mio personaggio, anche quando la camera non riprendeva me.

Parlando con te ho l’impressione che tu sia tutto tranne che aggressiva. Eppure davanti alla camera ti sei ritrovata a interpretare ragazze dure, taglienti. Come te lo spieghi?

È un dualismo. Quando mi arriva un personaggio lavoro tantissimo con i contrasti. In Rosa Elettrica il mio personaggio fuori sembrava ingenua, ma dentro era più tosta; Ilaria invece fuori sembra una tipa tosta, aggressiva, ma dentro è più morbida. Penso che sia una cosa che appartiene a tutti: essere in un modo all’esterno e in un altro all’interno, oppure con determinate persone. Nel tempo ho notato che con alcune persone vengono fuori certi lati di me, con altre altri. Alla fine io li ho tutti e due, ho tante sfaccettature.

Agli occhi di qualcuno posso sembrare dolce: me l’hanno detto un paio di persone sul set, che ho questa dolcezza, questa affabilità. E poi il mio personaggio è il più aggressivo, il più sarcastico, con quelle battute.

Qual è stata l’emozione più grande: quella del set o quella dell’uscita delle serie?

In generale mi è sembrata una cosa strana, sia con Rosa Elettrica che con Minerva – La Scuola: quando esce, è come se quella cosa l’avessi già vissuta, quindi non hai la stessa sensazione. Le emozioni più forti, almeno a me, succedono quando le cose le vivi. Se ti dovessi dire l’emozione più grande, è stata durante il viaggio, non quando sono uscite le serie. Perché lì una costruzione finisce e diventa del pubblico, non è più tua. Durante il processo invece è bello, non sai effettivamente cosa arriverà, cosa si verrà a creare. Per entrambe, l’emozione l’ho vissuta molto di più durante: i provini, le riprese, proprio il viaggio che si fa.

Com’era la vita sul set? Con chi hai legato di più?

Con Martina Gambardella. La cosa bella che mi è rimasta del set è il legame con lei: l’ho incontrata alle prove costume e da lì non ci siamo più mollate. Il bello di questo set è che passare tanto tempo insieme ci ha dato la possibilità di creare legami più profondi, veramente più profondi.

Ti hanno già riconosciuta per strada?

Camminavo in stazione e ho sentito una ragazza che diceva: “Quella è la ragazza de La Scuola su Netflix”. Mi hanno scritto per farmi i complimenti dal Brasile, con messaggi e qualche commento, anche dall’Inghilterra. Su Netflix c’è un pubblico internazionale… Non mi era mai successo.

C’è una parola che ti descrive?

Alleria, come la canzone di Pino Daniele, che ascolto da quando ho 14 anni. Non è allegria: è un termine che mischia la gioia, l’amaro, la nostalgia, la malinconia. E questa attitudine mi appartiene assai. Vivo le cose con l’entusiasmo di chi sta a mille, ma già mescolato alla nostalgia per quella cosa che sta per andare via.

La redazione XXI Secolo e Flavia Sara De Simone ringraziano Annalaura Paragano per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.