C’è un momento preciso in cui la storia smette semplicemente di scorrere e decide di deragliare. Per la città di Napoli, quel momento arrivò alla fine del settembre 1943. La città era un corpo martoriato ormai. Oltre cento bombardamenti alleati l’avevano quasi rasa al suolo, la fame era una presenza costante nei vicolo e la popolazione si era rifugiata nelle viscere della terra, tra le cavità del tufo e le gallerie dove oggi sorgono metropolitana e parcheggi per auto.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, il re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Badoglio erano fuggiti, lasciando l’Italia nell’anarchia e l’esercito senza alcuna direttiva. A Napoli, il comando militare fascista e regio si sgretolò in poche ore, spalancando le porte all’occupazione nazista. Walter Scholl, comandante tedesco, assunse il controllo assoluto della città e impose uno stato d’assedio spietato. Vi erano coprifuoco rigoroso, disarmo immediato e la minaccia di fucilazione per chiunque fosse trovato in possesso di armi.
La pressione nazista toccò il suo punto di rottura il 22 settembre, con la pubblicazione del decreto sul lavoro coatto. Scholl ordinò a tutti gli uomini di età compresa tra i 18 e i 33 anni di presentarsi per essere deportati verso i campi di lavoro in Germania. Su oltre trentamila giovani precettati, si presentarono soltanto in 150. Napoli rispose con un rifiuto di massa, silenzioso ma totale.
Scholl ebbe una reazione immediata e brutale: rastrellamenti fatti di porta in porta e migliaia di ragazzi catturati per strada, tra i quartieri popolari. Il giorno seguente, il colonnello ordinò l’evacuazione forzata di tutta la fascia costiera entro 300 metri dal mare. Oltre trecentomila persone cacciate dalle loro case dall’oggi al domani che si riversarono nell’entroterra partenopeo. A far traboccare il vaso fu l’esecuzione sommaria di un giovane marinaio, fucilato sulle scale dell’Università Federico II mentre la folla veniva costretta ad assistere in ginocchio.
Il 27 settembre ebbero inizio le famose Quattro Giornate di Napoli, esplose la rabbia repressa. Niente pianificazione politica, niente comando centrale a dare il via: l’insurrezione nacque spontanea. Quartiere per quartiere. Un gruppo di napoletani intercettò e disarmò una pattuglia di soldati tedeschi al Vomero. Contemporaneamente, alla Doganella e a Materdei la gente scese in strada bloccando i camion della Wehrmacht per liberare i giovani catturati durante i rastrellamenti.
Così, la mattina del 28 settembre la popolazione prese d’assalto ogni riserva d’armi presente in città. Dai depositi militari, alle caserme e persino nei musei. Dai palazzi, invece, le famiglie lanciarono in mezzo alla strada armadi, letti in ferro e persino pianoforti. Tutto questo per barricare la strada ai carri armati tedeschi.
Ci furono i leggendari scugnizzi, ragazzi giovanissimi scesi in strada, capaci di strisciare sotto i carri armati Tiger per piazzare bottiglie di molotov sulle cingoli. Tra loro figuravano figure drammatiche come Gennaro Capuozzo, detto “Gennarino”, un bambino di soli undici anni ucciso da una granata sulle barricate di via Santa Teresa degli Scalzi mentre scagliava bombe a mano contro i tedeschi. Mentre le donne dei vicoli rifornivano i combattimenti di munizioni e cibo, curavano i feriti e sbarravano gli accessi ai palazzi. Anche gli ufficiali dell’esercito italiano, che smessa la divisa ma non l’onore, misero le proprie competenze tattiche al servizio del popolo.
Il 29 settembre la battaglia divampò in tutte le zone della città. I tedeschi tentarono di far saltare i ponti per spezzare in due la città, ma la resistenza popolare continuò a riorganizzarsi. I ribelli riuscirono a isolare i presidi nazisti e a tagliare le vie di rifornimento e di comunicazione delle truppe di Scholl.
Si arrivò così al 30 settembre. I tedeschi, sorpresi dalla tenacia e dall’aggressività di una resistenza popolare diffusa, capirono di essere rimasti in trappola. Le truppe alleate guidate dal generale Clark stavano avanzando da Salerno ed erano ormai alle porte di Napoli. Restare in città significava rischiare l’annientamento totale tra due fuochi.
Nel corso della giornata del 30 settembre, il generale Scholl chiese di trattare. Un incontro drammatico e teso venne concordato tra gli emissari del comando tedesco e i rappresentanti degli insorti, tra cui l’antifascista Enzo Stimolo. Per evitare la distruzione totale della città, i ribelli napoletani concessero alle truppe tedesche un corridoio di ritirata verso nord, a condizione che cessassero immediatamente rastrellamenti, esecuzioni e sabotaggi.
Entro la notte del 30 settembre le ultime colonne corazzate tedesche abbandonavano Napoli, lasciandosi alle spalle una città devastata ma libera. Quando la mattina del 1º ottobre 1943 i primi carri armati americani fecero il loro ingresso in città, trovarono le strade liberate, la popolazione in festa e i soldati nazisti già in fuga.
Napoli fu quindi la prima grande città d’Europa a cacciare l’occupante nazista contand con le proprie forze. Per questo supremo atto di coraggio e riscatto, la città venne insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il 30 settembre è il simbolo di una lezione storica indelebile di quando un popolo rispose all’oppressione scegliendo la libertà.





