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21 ottobre 1860: il Plebiscito che cambiò il destino di Napoli

Il voto che sancì l’annessione del Regno delle Due Sicilie all’Italia unita e diede il nome alla piazza più famosa della città

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Napoli plebiscito

Per i napoletani, oggi, è la piazza dei concerti, soprattutto quelli di Gigi D’Alessio, ma anche delle feste, delle manifestazioni e delle passeggiate. Il suo nome, però, risale ad un giorno preciso: il 21 ottobre 1860. Quel giorno gli abitanti del Mezzogiorno furono chiamati a decidere se il Regno delle Due Sicilie dovesse entrare a far parte dell’Italia unita sotto Casa Savoia.

Plebiscito: la storia

Il 1860 è l’anno della Spedizione dei Mille. Partito da Quarto a maggio, Giuseppe Garibaldi risale la penisola della Sicilia ed entra a Napoli il 7 settembre. Il giovane re Francesco II di Borbone ha già lasciato la capitale per rifugiarsi a Gaeta. Con la battaglia del Volturno, all’inizio di ottobre, la sorte del Regno appare ormai segnata. Resta da stabilire che cosa ne sarà del Sud, e la risposta viene affidata a un voto popolare.

Il quesito chiedeva se il popolo volesse “l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele re costituzionale e suoi legittimi discendenti“. Potevano votare gli uomini con più di 21 anni. Nelle provincie continentali i “sì” furono 1.302.064, mentre i “no” appena 10.312. In Sicilia, che votò lo stesso giorno, i favorevoli furono 432.053 e i contrari 667. I risultati furono accettati ufficialmente il 7 novembre 1860, giorno dell’ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli. L’annessione divenne effettiva con il decreto reale del 17 dicembre.

Un voto discusso

A far discutere, ancora oggi, è proprio un risultato così netto. Fino a pochi mesi prima il Regno delle Due Sicilie era uno Stato indipendente, governato dai Borbone, una dinastia con ancora molti sostenitori, soprattutto nelle campagne e tra il clero. Che quasi il 99% dei votanti scegliesse di cancellarlo sembrò a molti, già allora, davvero poco credibile.

Il primo punto riguarda il modo in cui si votava. Il voto non era segreto come quello che abbiamo oggi. Nei seggi c’erano due urne, una per il “si” e una per il “no”, e l’elettore deponeva la scheda davanti a tutti. Scegliere il “no” significava dichiararsi apertamente contrari ai nuovi padroni del territorio, con tutti i rischi che questo comportava. Nei seggi erano costantemente presenti garibaldini e sostenitori dell’annessione. Non mancarono, infatti, testimonianze di pressioni e irregolarità. Infine, il quesito non offriva una vera alternativa: si poteva solo accettare o respingere un’annessione già avvenuta con le armi. In più, gran parte della popolazione era analfabeta e poco abituata al voto.

Da Largo di Palazzo a Piazza del Plebiscito

Fino ad allora la grande piazza davanti al Palazzo Reale si chiamava Largo di Palazzo. Dopo il voto fu ribattezzata Piazza del Plebiscito, nome che porta ancora oggi. La piazza mostra bene la storia stratificata della città: il colonnato di San Francesco di Paola, voluto dai Borbone, e le statue equestri di Carlo III e Ferdinando I convivono con un nome che celebra la fine della loro dinastia.

Pochi mesi dopo, il 13 febbraio 18, cadeva anche Gaeta, ultimo baluardo borbonico. Il 17 marzo 1981 veniva proclamato il Regno d’Italia. Napoli smetteva di essere una capitale e diventava una città italiana.

Oltre un secolo e mezzo dopo, la domanda di quel 21 ottobre non ha smesso di interrogarci. Oggi, mentre il caro vita pesa sulle famiglie di tutta Italia e al Sud si fa sentire ancora di più, tra stipendi fermi, giovani costretti a partire e servizi che arrancano, quella promessa di un Paese “uno e indivisibile” chiede di essere mantenuta ogni giorno. Forse è questo il senso più attuale di quel voto: ricordarci che l’Unità non è un traguardo raggiunto nel 1860, ma un impegno da rinnovare.