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13 settembre 1968: quando Pasolini finì sotto sequestro per un “Teorema”

Ci sono film che fanno discutere. E poi ci sono film che, appena arrivano sullo schermo, fanno intervenire la magistratura: 13 settembre...

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13 settembre 1968: quando Pasolini finì sotto sequestro per un “Teorema”

Ci sono film che fanno discutere. E poi ci sono film che, appena arrivano sullo schermo, fanno intervenire la magistratura. È quello che accadde il 13 settembre 1968, quando la Procura della Repubblica di Roma ordinò il sequestro di Teorema, il film di Pier Paolo Pasolini, con l’accusa di oscenità. La storia, però, ha una curiosa ironia: pochi giorni prima, alla Mostra del Cinema di Venezia, quello stesso film era stato premiato dall’OCIC – Office Catholique International du Cinéma, l’organizzazione cattolica internazionale che riconobbe nell’opera di Pasolini una forte dimensione spirituale. Insomma: per alcuni cattolici Teorema era degno di un premio; per la Procura era addirittura da sequestrare. E non era una contraddizione da poco.

Un ospite arriva e manda in crisi una famiglia

Il film racconta l’arrivo di un misterioso giovane, interpretato da Terence Stamp, nella casa di una ricca famiglia borghese milanese. L’uomo entra nella vita di tutti: il padre, la madre, il figlio, la figlia e la domestica Emilia, interpretata da Laura Betti. Con ciascuno stabilisce un rapporto profondissimo, anche sessuale. Poi, improvvisamente, se ne va. Ed è proprio dopo la sua partenza che comincia il vero terremoto: la famiglia si disgrega, le certezze borghesi crollano, i personaggi sono costretti a confrontarsi con una parte di sé che fino a quel momento avevano tenuto nascosta. Per Pasolini, dunque, il sesso non era semplicemente sesso. Era scandalo, rivelazione, potere, desiderio e persino esperienza del sacro. Ed è qui che Teorema diventa molto più scomodo di un semplice film erotico.

Il paradosso del premio cattolico

La vicenda del premio OCIC è forse la curiosità più sorprendente di tutta la storia. La giuria cattolica non premiò Teorema perché lo considerava un film moralmente rassicurante. Al contrario, ne riconobbe la capacità di interrogare la società borghese e di mettere in scena una autentica inquietudine spirituale. La motivazione parlava di una «dimensione umana» e di una ricerca religiosa presente nell’opera. Ma quella scelta provocò immediate polemiche nel mondo cattolico. Pochi giorni dopo arrivò il giudizio negativo dell’Osservatore Romano e, contemporaneamente, il sequestro disposto dalla magistratura romana. La domanda, allora, diventava inevitabile: dove finiva l’arte e dove cominciava l’oscenità?

Il sequestro e il processo

Il provvedimento del 13 settembre contestava al film le scene di rapporti sessuali, definite particolarmente «lascive e libidinose», e i rapporti omosessuali tra l’ospite e uno dei membri della famiglia. Pasolini e il produttore Donato Leoni finirono così sotto processo. La vicenda si spostò a Venezia, dove il film era stato presentato, e il 23 novembre 1968 arrivò la sentenza destinata a trasformare quello scandalo in un importante precedente per la libertà artistica. Il Tribunale assolse entrambi e stabilì, in sostanza, che Teorema era un’opera d’arte e, proprio per questo, non poteva essere considerata oscena. Il sequestro venne annullato. Pasolini aveva dunque vinto una battaglia. Ma, come spesso accade con lui, non aveva affatto chiuso la questione. Perché Teorema non chiedeva allo spettatore di scegliere tra sacro e profano, morale e immoralità, eros e religione. Lo costringeva a stare esattamente nel mezzo, là dove le certezze cominciano a vacillare. Ed è forse questa la ragione per cui, a quasi sessant’anni di distanza, quel sequestro continua a raccontarci qualcosa non soltanto del cinema di Pasolini, ma dell’eterna paura che abbiamo davanti a un’opera capace di mettere in discussione ciò che consideriamo normale.

Il 13 settembre, o meglio nel 1968 si sequestrò un film per oscenità. La storia, però, finì per restituirci un’opera d’arte.