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We can do it!: chi era Rosie the Riveter, l’icona femminista del famoso manifesto?

We can do it!: il manifesto di Rosie the Riveter. Creato nel corso della Seconda guerra mondiale, è divenuto un simbolo del movimento femminista a decenni di distanza dalla battaglia e non è terreno fertile per le ambiguità: ad esclamarlo, in un fumetto, è stata la ragazza comunemente conosciuta come Rosie la Rivettatrice.

Il suo comic cartonato osserva lo spettatore con risolutezza nel momento in cui si rimbocca la manica della camicia da lavoro per ostentare il braccio in tensione, segno universalmente corrispondente ed associato alla forza. A cingere di corona il tutto, un ammaliante sfondo giallo.

L’autore di questa iconica immagine, J. Howard Miller, si servì, in qualità di modello, dell’immagine di una lavoratrice di una fabbrica di ricambio di pezzi di aerei, tale: Naomi Parker Fraley, morta lo scorso 2019 all’età di 96 anni.

Parker divenne, a sua insaputa, la rappresentazione prototipica che ispirò il lavoro dell’artista.

Al termine del conflitto furono moltissime le donne che millantarono di essere proprio la Rosie di We can do it!. Per lungo tempo il ruolo di musa del famoso cartello venne conteso tra molte aspiranti rivettatrici.

Cosa sappiamo di Naomi Parker Fraley?

Ella proveniva da una famiglia appartenente alla classe operaia risiedente ad Alameda, in California, allorché il Giappone attaccò Pearl Harbor nell’anno 1941, durante la Seconda guerra mondiale.

Siffatto evento causò l’entrata definitiva degli Stati Uniti in guerra. Un’ enorme fetta della popolazione fu costretta ad abbandonare precipitosamente la propria patria per dirigersi al fronte.

Ragion per cui, le donne entrarono nel mercato del lavoro per sopperire alla mancanza di manodopera.

In questo modo, Naomi Parker, così come sua sorella ed altre migliaia di donne statunitensi, divennero la nuova forza motrice del Paese. Il manifesto di J. Howard Miller la immortalò come emblema di tale processo. Ma, nonostante tutto, l’immagine finì presto nel dimenticatoio.

Fu soltanto 40 anni più tardi che tornò alla ribalta come icona d’eloquenza, quando il movimento femminista decise di utilizzarla per portare avanti le proprie lotte.