Fake News: TikTok contro la disinformazione

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Fake News: l’app più in voga tra i teenagers e non solo firma il Codice europeo per le buone pratiche contro la disinformazione.

Marchio made in China, nata nel settembre del 2016 si è trasformata in pochissimi anni in uno dei social più utilizzati da utenti di tutte le fasce d’età. A rendere il social ancor più famoso sono state le famigerate ” Challenge” sfide virali cui tutti gli utenti sono chiamati a rispondere.

Popolare e super utilizzata dunque , l’applicazione TikTok si mette dalla parte della buona informazione. Già dal 2018  era  stato lanciata una buona pratica contro la disinformazione dalla Commissione UE con la collaborazione delle più più importanti piattaforme online, leader di grandi aziende informatiche come Google, Facebook, Microsoft e Twitter. E nelle ultime ore si è appreso che a queste si è unita anche TikTok.

Il primo rapporto di autovalutazione di tale codice, è stato pubblicato poi nel corso dell’ottobre del 2019, riportando dati precisi su continui fenomeni di propaganda e fake news su larga scala.

Il Codice delle buone pratiche contro la disinformazione in rete e il proliferare di fake news, potrebbe diventare presto obbligatorio per tutte le piattaforme in contemporanea alle varie segnalazioni pervenute dai social network. Proprio su quest’ultimo punto viene studiata l’efficacia del Codice, in rapporti periodici sulle varie attività online.

Da quanto è emerso dagli ultimi dati, i rapporti riuscirebbero ad analizzare quasi il 90% dei contenuti che sono stati segnalati classificati come incitanti l’odio o comunque violenti.

Le statistiche confermano che il 70% dei sopracitati contenuti segnalati, vengano poi rimossi.

Facebook risulta essere tra le piattaforme  più reattive in fatto di segnalazioni, a seguire Instagram, Youtube e Twitter.

Altro punto  posto all’attenzione della Commissione Europea è la pubblicità ingannevole. L’obiettivo è quello di limitare il fenomeno ” acchiappa click” sui contenuti web che attraerebbero gli utenti col fine di creare rendite pubblicitarie in supporto alla disinformazione.

Tale accordo tra i firmatari del Codice di buone pratiche contro la disinformazione, ha come scopo di migliorare i contenuti postati in rete e assicurarne la veridicità.