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Dopo i tir, la protesta al Sud continua

Dopo i tir, la protesta al Sud continua, le strade sono state liberate ma i prezzi non sono scesi e le proteste continuano.

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Dopo i tir, la protesta al Sud continua

Dopo i tir, le strade si sono svuotate, ma la rabbia è rimasta. Il governo ha stanziato 175 milioni per autotrasportatori, agricoltori e pescatori, di cui 60 per gli agricoltori e 10 per la pesca. Il giorno dopo il decreto i blocchi sono stati rimossi a Napoli, nel Casertano e nel Salernitano, mentre in Sicilia e in Calabria gli autotrasportatori avevano già sospeso la protesta. Un cessate il fuoco, più che una soluzione: gli agricoltori hanno deciso di proseguire con i presidi.

Dopo i tir la protesta al Sud continua “a piedi”

Il 23 ottobre, a Napoli, la tensione tra polizia e manifestanti poteva esplodere ma in realtà la polizia ha “affiancato” chi protestava in piazza Municipio. Il 30 è arrivato lo sciopero generale dell’Usb: oltre ventimila persone secondo alcune cronache, almeno cinquantamila secondo altre. Sono state bruciate anche le immagini di Meloni e Bernini. Lo slogan, «Blocchiamo tutto per cambiare tutto», tiene insieme carburanti, bollette, affitti, salari e sanità, con studenti, ambulanti e pensionati accanto ai comitati degli agricoltori. Non è più una vertenza di categoria, ma un malessere che cerca un indirizzo.

Gli aiuti coprono il passato, non il prezzo

I fondi rimborsano parte dei costi sostenuti tra il primo giugno e il 15 ottobre: un ristoro retroattivo, che non tocca il prezzo alla pompa né i salari. Il governo ha risposto con risorse e con la linea dura: il Garante degli scioperi ha chiesto la precettazione e Meloni ha detto di non tollerare le intimidazioni. Eppure i blocchi hanno svuotato gli scaffali al Sud e messo in difficoltà gli aeroporti per la carenza di carburante, e le stesse associazioni dell’autotrasporto ne chiedevano la fine. La piazza, intanto, mette sullo stesso piano caro vita e riarmo: difficile tradurlo in richieste negoziabili. Il blocco generale, per ora, resta una minaccia. Ma il precedente pesa: le associazioni avevano chiesto almeno due volte, in modo unitario, un incontro senza ottenere risposta, e i fondi sono arrivati dopo i caselli chiusi. Una lezione che il Sud rischia di imparare a proprie spese.