I manga sono passati dalla nicchia degli appassionati al grande pubblico, italiano e mondiale, tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni duemila, trainati dal successo degli anime, o cartoni animati giapponesi come erano in passato chiamati qui in Italia. È Dragon Ball a sfondare per primo, trascinando dietro di sé altri prodotti come One Piece nato proprio alla fine degli anni ’90, il successo ottenuto dall’anime, che per esigenze di adattamento, deve spesso ricorrere a episodi di riempimento che non possono restituire un capitolo del fumetto uno a uno sullo schermo, hanno poi portato i fan a recuperare i fumetti originali.
I manga oggi
Negli ultimi 10 anni i segnali di questa affermazione sono ovunque. Le fiere di settore, come Lucca Comics and Games e il Napoli Comic Con, richiamano folle sempre più ampie, mentre i negozi specializzati, che erano quasi del tutto scomparsi tra la fine degli anni novanta e i primi anni duemila, sono rinati. O meglio i vecchi negozianti hanno purtroppo chiuso, ma è nata una nuova generazione di negozi, spinta non solo dai manga ma anche da prodotti collaterali come action figure e Funko Pop. A trainare tutto questo c’è stato anche il successo planetario dei cinecomic Marvel e DC, che ha reso mainstream l’intero immaginario nerd, soprattutto quello fumettistico, mentre il ritorno di Dragon Ball Super e il fenomeno globale di One Piece hanno consacrato definitivamente il genere.
Il prezzo dietro il successo
Questa accessibilità, però, ha un prezzo. Il successo di serie come Attack on Titan, Seven Deadly Sins, Hunter Hunter e My Hero Academia ha messo sotto pressione i mangaka, già abituati a ritmi di lavoro frenetici. Il pubblico occidentale, cresciuto a pane e binge watching, fatica ad accettare le pause fisiologiche della serializzazione giapponese, come dimostra il caso di Eiichiro Oda, costretto a rallentare One Piece per problemi di salute. La domanda resta aperta: quanto ancora può reggere questo equilibrio tra industria e autori?





