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18 settembre, le storie che non finiscono a mezzanotte

Il 18 settembre nella storia: da Domiziano all’indipendenza del Cile, fino a Hendrix, Voyager e al referendum scozzese. Eventi e ricorrenze.

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18 settembre, le storie che non finiscono a mezzanotte
Immagine generata dall'IA

In Cile il 18 settembre si festeggia un’indipendenza che, quel giorno, nessuno proclamò. Nel 1810 i notabili di Santiago istituirono una giunta di governo, ma continuarono formalmente a riconoscere Ferdinando VII, il sovrano spagnolo deposto da Napoleone. L’indipendenza sarebbe arrivata soltanto anni dopo.

La contraddizione è meno strana di quanto sembri. I calendari civili non registrano sempre un traguardo: spesso scelgono il momento in cui una storia comincia a cambiare direzione. Il 18 settembre ne offre diversi esempi. Un imperatore viene ucciso e poi cancellato dalla memoria pubblica; una modesta esplosione ferroviaria diventa il pretesto per un’invasione; un giornale nasce in uno scantinato di Manhattan; un segretario generale dell’ONU muore in un incidente sul quale continuano a pesare interrogativi.

Non è una data che si lascia raccontare con una sola morale. È, piuttosto, un fascicolo rimasto aperto.

Domiziano, l’imperatore che Roma volle cancellare

La mattina del 18 settembre dell’anno 96, nel palazzo imperiale, una congiura pone fine al regno di Domiziano. L’imperatore, figlio di Vespasiano e fratello minore di Tito, governa Roma da quindici anni. Ha rafforzato l’amministrazione, consolidato i confini e risanato le finanze, ma ha anche trasformato il potere in una faccenda sempre più personale, alimentando sospetti e paure dentro la corte.

A colpirlo non sono nemici arrivati da lontano. La minaccia nasce nelle stanze che frequenta ogni giorno, tra funzionari, liberti e uomini del suo seguito. È una fine che racconta bene la solitudine del potere assoluto: più l’imperatore teme il complotto, più il palazzo diventa il luogo in cui il complotto può crescere.

Il Senato proclama rapidamente Marco Cocceio Nerva. Poi si vendica. Il nome di Domiziano viene rimosso dalle iscrizioni, le statue abbattute o rilavorate, il ricordo ufficiale sottoposto alla damnatio memoriae. Roma tenta di espellere l’imperatore dalla propria storia.

Non ci riesce. Le tracce sopravvivono e gli storici moderni restituiscono al suo governo una fisionomia meno semplice di quella tramandata dai senatori che lo detestavano. Domiziano rimane un autocrate, ma non il tiranno incapace descritto da una parte della tradizione antica. Anche la memoria, del resto, è un campo di battaglia.

18 settembre 1910: il Cile festeggia un inizio

Diciassette secoli più tardi, il potere cambia forma dall’altra parte del mondo.

Il 18 settembre 1810 circa quattrocento persone si riuniscono a Santiago in un cabildo abierto, un’assemblea convocata mentre la monarchia spagnola attraversa una crisi senza precedenti. Napoleone ha occupato la Spagna, Ferdinando VII è prigioniero e nelle colonie americane cresce una domanda tanto semplice quanto pericolosa: chi può governare in assenza del re?

Nasce così la prima Giunta nazionale cilena, presieduta dall’anziano Mateo de Toro y Zambrano. Non proclama la separazione dalla Spagna. Al contrario, dichiara di esercitare il potere in nome del sovrano legittimo. Ma quel gesto apre uno spazio politico che Madrid non riuscirà più a richiudere.

Seguiranno divisioni, sconfitte, repressioni e una guerra. Il Cile proclamerà formalmente l’indipendenza nel 1818. Eppure è il 18 settembre a diventare il centro delle feste nazionali, perché le nazioni non ricordano soltanto il giorno in cui tagliano il traguardo. Ricordano quello in cui cominciano a immaginarsi diverse.

Quattro pagine, un centesimo e un nome ancora sconosciuto

A New York, nel 1851, il 18 settembre non porta eserciti né rivoluzioni. Arriva in edicola sotto forma di quattro pagine stampate.

Il giornale si chiama New-York Daily Times, costa un centesimo e nasce dall’iniziativa di Henry Jarvis Raymond e George Jones. La redazione lavora in locali modesti al 113 di Nassau Street, nella zona in cui si concentra la stampa cittadina. New York cresce in fretta, attira immigrati, accumula ricchezze e disuguaglianze. Anche l’informazione sta diventando un’industria.

Raymond vuole un quotidiano misurato nei toni, distante tanto dal sensazionalismo quanto dalla faziosità più aggressiva. È un programma ambizioso per un giornale appena nato e con mezzi limitati. Sei anni dopo la testata accorcerà il proprio nome in The New-York Times; alla fine dell’Ottocento perderà anche il trattino.

Quel primo numero non annuncia ancora il peso che il quotidiano assumerà nel giornalismo internazionale. Mostra però una verità elementare: prima di entrare nella storia, persino le istituzioni più autorevoli attraversano una mattina in cui nessuno sa se arriveranno alla settimana successiva.

Mukden, la piccola esplosione che aspettava una guerra

Nella notte del 18 settembre 1931 una carica esplosiva danneggia un tratto della ferrovia della Manciuria meridionale, nei pressi di Mukden, l’attuale Shenyang. Il danno è limitato. Un treno riesce persino a transitare poco dopo.

Le conseguenze, invece, sono enormi.

L’Armata giapponese del Kwantung attribuisce l’attentato ai cinesi e reagisce con una rapidità che tradisce una preparazione precedente. Le truppe occupano Mukden e, nei mesi successivi, estendono il controllo su gran parte della Manciuria. L’esplosione non provoca l’invasione: le offre una giustificazione.

Nel 1932 il Giappone crea lo Stato fantoccio del Manciukuò e mette alla sua testa Pu Yi, l’ultimo imperatore della Cina. La Società delle Nazioni indaga, condanna l’occupazione e dimostra di non avere strumenti sufficienti per fermarla. Tokyo abbandona l’organizzazione nel 1933.

L’incidente di Mukden appartiene alla storia delle guerre che cominciano prima della loro dichiarazione ufficiale. Il punto decisivo non è stabilire quanto esplosivo venne usato, ma capire chi era già pronto a trasformare quel rumore in un confine attraversato dai soldati.

18 settembre 1961: il volo che non arrivò a Ndola

Trent’anni dopo, nella notte tra il 17 e il 18 settembre 1961, un aereo chiamato Albertina si avvicina a Ndola, nell’allora Rhodesia Settentrionale. A bordo viaggia Dag Hammarskjöld, segretario generale delle Nazioni Unite.

Sta tentando di raggiungere un accordo sulla crisi del Congo. La provincia mineraria del Katanga ha dichiarato la secessione sotto la guida di Moïse Tshombe; interessi economici, rivalità internazionali e interferenze straniere rendono il conflitto uno dei nodi più pericolosi della decolonizzazione africana. Hammarskjöld ha scelto di incontrare personalmente Tshombe.

L’aereo precipita nella boscaglia. Muoiono Hammarskjöld e le altre quindici persone a bordo.

Le prime inchieste non forniscono una spiegazione definitiva. Nel tempo emergono testimonianze, documenti e ipotesi su un possibile attacco o su interferenze esterne, senza che sia stata raggiunta una conclusione giudiziaria certa. Nel 2024 le Nazioni Unite hanno segnalato la presenza di nuove informazioni significative e hanno proseguito il lavoro investigativo.

Dopo più di sessant’anni, la morte di Hammarskjöld non appartiene interamente al passato. Resta legata a documenti non divulgati, archivi incompleti e responsabilità mai chiarite. È la parte meno rassicurante della storia: quella in cui il tempo trascorso non coincide con la verità raggiunta.

18 settembre 1970: Hendrix, il futuro interrotto

Il 18 settembre 1970 Jimi Hendrix muore a Londra. Ha ventisette anni.

L’esame medico attribuisce la morte all’asfissia provocata dall’inalazione del vomito durante un’intossicazione da barbiturici. Le circostanze alimenteranno ricostruzioni, racconti e leggende, come spesso accade quando un artista muore giovane e lascia dietro di sé una biografia abbastanza breve da poter essere trasformata in mito.

Hendrix, però, non ha bisogno del mito per restare nella storia della musica. In pochi anni ha cambiato il modo di suonare la chitarra elettrica. Ha trasformato distorsione, feedback e rumore in elementi espressivi, non in incidenti da eliminare. A Monterey incendia la sua Stratocaster; a Woodstock deforma l’inno americano fino a farvi entrare sirene, esplosioni e la guerra del Vietnam.

Restano i tre album in studio incisi con la Jimi Hendrix Experience, il live Band of Gypsys e una grande quantità di registrazioni pubblicate dopo la sua morte. Rimane soprattutto una domanda senza risposta: dove sarebbe arrivato un musicista che, a ventisette anni, sembrava avere già consumato diverse epoche artistiche?

Quando la Terra entrò nella stessa fotografia della Luna

Sette anni dopo, il 18 settembre 1977, Voyager 1 si volta indietro.

Da circa 11,66 milioni di chilometri fotografa la Terra e la Luna insieme nella stessa inquadratura. Per rendere visibile il satellite, molto meno luminoso, i tecnici devono aumentarne artificialmente la brillantezza. Il risultato non possiede ancora la vertigine del futuro Pale Blue Dot, ma contiene già un cambiamento di prospettiva: il pianeta non occupa più tutto il quadro.

Voyager 1 proseguirà verso Giove e Saturno, poi oltre i confini più esterni del Sistema solare. Quell’immagine iniziale resta un piccolo esercizio di distanza. A volte basta arretrare di qualche milione di chilometri per ridimensionare convinzioni che, osservate da terra, sembravano immense.

La notte in cui la Scozia disse no

Il 18 settembre 2014 la Scozia vota per decidere se lasciare il Regno Unito. La domanda sulla scheda è diretta: «La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?».

Possono partecipare anche i giovani di sedici e diciassette anni. L’affluenza raggiunge l’84,6 per cento, una cifra che racconta da sola la forza del confronto. Per settimane città, famiglie e luoghi di lavoro discutono di moneta, petrolio, welfare, identità nazionale e rapporti con Londra.

Nella notte arrivano i risultati: il “No” vince con il 55,3 per cento, mentre il “Sì” si ferma al 44,7. La Scozia rimane nel Regno Unito.

Le urne danno una risposta chiara, ma non chiudono la questione. Due anni dopo il referendum sulla Brexit cambia il contesto: la maggioranza degli scozzesi vota per restare nell’Unione europea, mentre il Regno Unito sceglie di uscirne. Il tema dell’indipendenza torna così al centro dello scontro politico, questa volta dentro un Paese diverso da quello che si era presentato alle urne nel 2014.

A Edimburgo, il mattino dopo il referendum, le schede erano state contate. La questione scozzese no.

Forse è questo il tratto più onesto del 18 settembre. I giorni finiscono a mezzanotte; le loro conseguenze quasi mai.