giovedì 24 Settembre, 2026
25.1 C
Napoli
Home Cultura Garibaldi al governo del Sud: i mesi della dittatura prima di Teano

Garibaldi al governo del Sud: i mesi della dittatura prima di Teano

Garibaldi governò il Sud nel 1860 tra decreti, tensioni sociali, Cavour e plebisciti, fino all’incontro con Vittorio Emanuele II a Teano.

0
19
Garibaldi al governo del Sud: i mesi della dittatura prima di Teano
Immagine generata con l'AI

Nel 1860 il comandante dei Mille dovette amministrare i territori che stava conquistando. In Sicilia affrontò la questione della terra; a Napoli si affidò anche agli uomini del governo borbonico. Intanto cresceva il contrasto con Cavour: l’unità era l’obiettivo comune, ma restavano da decidere tempi, confini e direzione politica. Garibaldi arrivò a Napoli in treno. Era il 7 settembre 1860 e il grosso delle sue forze si trovava ancora indietro. Francesco II aveva lasciato la capitale il giorno precedente, senza però rinunciare alla guerra. L’esercito borbonico restava schierato, Capua e Gaeta erano saldamente nelle sue mani.

L’accoglienza riservata al comandante delle camicie rosse aveva già il tono del trionfo. Eppure la battaglia del Volturno doveva ancora essere combattuta. Garibaldi prendeva possesso della capitale mentre il nemico conservava la possibilità di contrattaccare.

Da quel momento gli sarebbe toccato governare una grande città oltre a dirigere un esercito. I ministeri dovevano continuare a lavorare; servivano denaro e rifornimenti, bisognava mantenere l’ordine. Soprattutto, occorreva decidere quale destino dare ai territori sottratti ai Borbone. La risposta sembrava scritta fin dall’inizio nel nome di Vittorio Emanuele. Ma fra Garibaldi e il governo di Torino l’accordo era assai meno semplice di quanto quel richiamo lasciasse intendere.

Un potere provvisorio, ma effettivo

La dittatura era cominciata in Sicilia, a Salemi, il 14 maggio. Garibaldi era sbarcato a Marsala appena tre giorni prima quando aveva assunto il potere in nome di Vittorio Emanuele, già indicato come re d’Italia. Il titolo anticipava uno Stato che ancora non esisteva.

Quella dichiarazione teneva insieme due fonti di autorità. C’era il sovrano sabaudo, nel quale Garibaldi riconosceva il possibile punto di raccolta dell’unificazione. E c’era l’iniziativa rivoluzionaria, nata fuori dalle procedure ordinarie del Regno di Sardegna. Il comandante non agiva come un funzionario inviato da Torino: disponeva di un proprio esercito, prendeva decisioni e nominava un governo.

“Dittatura” significava un potere straordinario, assunto per affrontare la guerra e dichiarato provvisorio. La distanza dalle dittature del Novecento non deve però nasconderne la sostanza. Nelle mani di Garibaldi si concentravano poteri civili e militari, senza il controllo di un’assemblea rappresentativa eletta nei territori conquistati.

Francesco Crispi contribuì a dare una struttura amministrativa al nuovo governo siciliano. Dietro l’avanzata dei volontari occorreva sostituire le autorità borboniche e assicurarsi che gli ordini fossero eseguiti. Una città poteva essere conquistata in pochi giorni; governarla richiedeva uomini capaci di far funzionare gli uffici e di ottenere collaborazione.

I primi decreti cercarono anche di rispondere alle difficoltà materiali della popolazione. Il 17 maggio vennero aboliti in Sicilia il dazio sul macinato e quelli d’immissione su alcuni generi alimentari. Erano misure che riguardavano il costo della vita e potevano rendere percepibile il cambiamento di regime. Nelle campagne, tuttavia, la domanda più urgente riguardava la terra.

La promessa della terra, la frattura di Bronte

Il decreto del 2 giugno affrontò la divisione delle terre demaniali. Prevedeva quote per i capifamiglia poveri non possidenti e favoriva chi aveva combattuto per la liberazione dell’isola o i suoi eredi.

Il provvedimento interveniva su una questione antica. I terreni del demanio comunale erano al centro di controversie sugli usi e sui diritti di possesso; stabilire quali fossero disponibili e a chi assegnarli significava entrare nei rapporti di forza dei paesi. Il decreto, inoltre, non disponeva una redistribuzione generale delle grandi proprietà private.

Per i contadini che speravano in un cambiamento immediato, queste distinzioni potevano contare meno della promessa. La caduta del governo borbonico sembrava offrire l’occasione di ottenere ciò che era stato a lungo negato. Il comando garibaldino doveva invece proseguire la guerra e impedire che le rivolte locali mettessero in crisi la sua autorità.

A Bronte, ai primi di agosto, il conflitto esplose. Le tensioni agrarie si intrecciarono alle rivalità politiche del paese e la rivolta degenerò in incendi e omicidi. Nino Bixio arrivò per ristabilire l’ordine e impose una repressione durissima.

Cinque uomini furono condannati dopo un processo sommario davanti a una commissione militare e fucilati il 10 agosto. Le violenze commesse durante l’insurrezione erano reali; sulla responsabilità individuale dei condannati sarebbero invece emerse gravi contestazioni.

Bronte rimase una ferita dell’impresa garibaldina. Mostrava quanto potessero divergere le aspettative di chi vedeva nella rivoluzione una possibilità di riscatto sociale e le priorità di chi la dirigeva. In quel paese prevalse il ripristino dell’autorità. La questione della terra sopravvisse alla repressione.

Garibaldi a Napoli, con gli uomini del vecchio governo

Quando Garibaldi raggiunse Napoli, trovò un apparato amministrativo molto più vasto di quello incontrato fino ad allora. Per servirsene accettò un compromesso evidente: Liborio Romano, già ministro dell’Interno di Francesco II, mantenne inizialmente un ruolo centrale nel nuovo governo.

Romano conosceva la città e disponeva di relazioni che potevano agevolare il passaggio di potere. Conservarlo significava però riconoscere un peso politico agli ambienti moderati e ai notabili che lo sostenevano. La continuità degli uffici si accompagnava alla continuità di una parte degli uomini influenti.

L’8 settembre Garibaldi nominò Agostino Bertani segretario della dittatura. Medico e democratico, Bertani portava nel governo un orientamento diverso da quello dei ministri raccolti intorno a Romano. Il comandante cercava così di tenere insieme collaboratori che non condividevano lo stesso programma né le stesse idee sul futuro del Mezzogiorno.

In mezzo ai problemi militari e finanziari trovarono spazio decisioni destinate a lasciare tracce nella vita culturale di Napoli. Il decreto del 12 settembre pose il Palazzo degli Studi e le collezioni del Museo Borbonico, insieme alla Biblioteca e agli scavi di Pompei ed Ercolano, alle dipendenze del ministero dell’Istruzione pubblica.

Il Museo Borbonico diventava in quella stagione Museo Nazionale. Il passaggio aveva un significato preciso: il patrimonio legato alla dinastia veniva ricondotto alla nuova autorità pubblica.

Garibaldi non stava fondando quelle istituzioni. Ne ereditava le raccolte, gli edifici e le competenze, cambiandone l’inquadramento. La rivoluzione passava anche attraverso atti di questo genere, meno appariscenti di una battaglia ma necessari per dare forma al governo.

La crisi nel governo Garibaldi e il contrasto con Cavour

Quanto doveva durare la dittatura? A Napoli la domanda divideva i collaboratori di Garibaldi. Gli annessionisti volevano trasferire rapidamente i territori alla monarchia sabauda. Una parte dei democratici temeva invece che la fine del governo rivoluzionario fermasse anche l’iniziativa verso Roma.

Le divergenze produssero una crisi concreta. Il 22 settembre il ministero presentò le dimissioni per protesta contro Bertani; il 25 si dimise anche il segretario della dittatura. Garibaldi non riuscì a ricomporre il contrasto e Bertani lasciò Napoli il 30 settembre.

L’autorità del comandante restava enorme, ma non bastava a rendere concorde il suo governo. Collaborare con i moderati consentiva di amministrare; significava anche accettare interlocutori che volevano chiudere al più presto la fase garibaldina.

A Torino Cavour aveva ragioni diplomatiche e politiche per accelerare. Un’avanzata su Roma avrebbe minacciato il potere temporale del papa, protetto dalle truppe francesi, e rischiato di provocare una reazione di Napoleone III. Il problema riguardava una marcia immediata nelle condizioni del 1860, non la rinuncia definitiva a Roma come obiettivo nazionale.

Cavour voleva inoltre che il processo unitario fosse diretto dal governo sabaudo. Il successo di Garibaldi aveva dato ai democratici una forza che pochi mesi prima sarebbe sembrata impensabile. Lasciare loro l’iniziativa significava consentire che decidessero anche il passo successivo.

L’intervento dell’esercito sardo nelle Marche e nell’Umbria cambiò la situazione. Vittorio Emanuele II poteva ormai scendere verso sud con le proprie truppe. Garibaldi non aveva più davanti soltanto il nemico borbonico: doveva misurarsi con l’arrivo del sovrano nel cui nome governava.

Il Volturno e la scelta dell’annessione

Il 1° e il 2 ottobre le forze garibaldine respinsero sul Volturno l’offensiva borbonica, impedendo all’esercito di Francesco II di riaprire la strada verso Napoli. Fu una vittoria decisiva per la sicurezza della capitale, mentre Capua e Gaeta continuavano a resistere.

La guerra e la sistemazione politica del Mezzogiorno procedevano ormai con tempi diversi. Il 21 ottobre si tennero i plebisciti in Sicilia e nelle province napoletane. Il quesito chiedeva l’adesione a un’Italia unita e indivisibile sotto Vittorio Emanuele, re costituzionale, e i suoi legittimi discendenti. Il sì prevalse in misura schiacciante.

Agli elettori venivano presentate insieme l’unità nazionale e la soluzione dinastica. Non c’erano opzioni separate per una repubblica o per un diverso ordinamento territoriale. Anche le condizioni del voto erano lontane dalle garanzie odierne: la consultazione si svolgeva in un clima di mobilitazione pubblica e la segretezza non era tutelata secondo i criteri ai quali siamo abituati.

Questi aspetti fanno parte della storia dei plebisciti quanto il loro risultato. Il voto diede una legittimazione popolare all’unificazione sotto i Savoia e rafforzò una scelta che stava già maturando sul piano politico e militare. Lo spazio per prolungare la dittatura si riduceva.

Teano, oltre l’immagine delle chiavi

Il 26 ottobre Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II nell’area di Teano. La memoria nazionale avrebbe fissato quel momento nella scena dei due uomini a cavallo: il comandante rivoluzionario e il sovrano destinato a raccogliere i frutti della spedizione.

La “consegna delle chiavi del Regno” è una metafora di questo passaggio, non un gesto materiale da presentare come documentato. Anche le parole del saluto sono state tramandate in versioni diverse. La tradizione ricorda Garibaldi che riconosce Vittorio Emanuele come re d’Italia, anticipando ancora una volta il titolo ufficiale.

L’incontro sancì sul piano politico la rinuncia a un percorso autonomo del governo garibaldino. Non esaurì però il trasferimento dei poteri.

Il 7 novembre Garibaldi entrò a Napoli accanto al sovrano. L’8 gli consegnò i risultati del plebiscito; il giorno seguente partì per Caprera, rifiutando ricompense e la nomina a generale. La resistenza borbonica non era ancora finita e la proclamazione del Regno d’Italia sarebbe arrivata il 17 marzo 1861.

In meno di sei mesi Garibaldi era passato dal comando di una spedizione alla responsabilità di governare territori abitati da milioni di persone. Aveva dovuto scegliere fra collaboratori in conflitto, rispondere a speranze sociali che non poteva o non voleva soddisfare interamente, affidarsi anche agli apparati del potere sconfitto.

A Napoli era arrivato prima del suo esercito. Due mesi dopo lasciava la città al re. La dittatura finiva; restavano aperti molti dei problemi che il nuovo Stato avrebbe ereditato.