Un secolo dopo, la domanda di Vitangelo Moscarda è ancora la nostra: chi siamo quando smettiamo di essere lo sguardo degli altri? C’è un gesto che compiamo quasi senza pensarci. Prendiamo il telefono, apriamo la fotocamera frontale e, per qualche secondo, ci guardiamo. Non è più soltanto uno specchio. È qualcosa di diverso: uno spazio nel quale decidiamo quale versione di noi mostrare al mondo. Un sorriso. Una fotografia. Una frase. Un viaggio. Una cena. Un corpo. Un successo. A volte persino un dolore, purché sia quello giusto da raccontare. Poi arriva il momento della pubblicazione. E dopo la pubblicazione arriva l’attesa. Un like, un commento, una visualizzazione. Oppure il silenzio. Ed è allora che quella fotografia smette di essere soltanto una fotografia. Diventa uno specchio nel quale non ci guardiamo più con i nostri occhi, ma attraverso quelli degli altri. È difficile, davanti a questa scena quotidiana, non pensare a Luigi Pirandello e al suo Uno, nessuno e centomila, pubblicato in volume nel 1926 e considerato uno dei punti più radicali della sua riflessione sull’identità, sulla coscienza e sul rapporto tra individuo e società. Pirandello non aveva mai visto Instagram, TikTok o Facebook. Non conosceva il mondo dei follower, degli algoritmi e delle stories che scompaiono dopo ventiquattr’ore. Eppure, leggendo oggi il suo romanzo, si ha una sensazione quasi inquietante: come se avesse intuito che il nostro io, prima o poi, avrebbe smesso di appartenerci completamente.
Tutto comincia da un naso
Vitangelo Moscarda crede di sapere chi è. Ha un nome, una storia, un volto. È, semplicemente, se stesso. È “uno”. Poi, un giorno, sua moglie gli fa notare qualcosa che non aveva mai visto: il suo naso pende leggermente da una parte. Una frase banale. Quasi ridicola. Eppure è sufficiente a mettere in crisi un’intera esistenza. Moscarda corre davanti allo specchio. Osserva il proprio volto. Cerca quel difetto. E, nel momento in cui lo trova, comprende qualcosa di sconvolgente: il volto che lui credeva di conoscere non coincide con quello che gli altri vedono. Sua moglie lo vede in un modo. I suoi amici in un altro. Gli estranei in un altro ancora. Ma allora, si chiede Moscarda, quale di tutte queste immagini è quella vera? La domanda diventa un’ossessione. E più cerca una risposta, più l’identità gli sfugge. Pirandello lo accompagna così dentro una delle sue intuizioni più radicali: non esiste necessariamente un unico “io” capace di contenere tutte le immagini che gli altri hanno di noi. Siamo uno per noi stessi, centomila per gli altri e, proprio per questo, rischiamo di diventare nessuno. Il dramma di Moscarda nasce dalla distanza tra ciò che crediamo di essere e ciò che gli altri vedono in noi. È la frattura tra essere e apparire, tra la persona che sentiamo di essere e le infinite persone che la società costruisce a partire dal nostro volto, dal nostro comportamento, dal nostro ruolo. Un secolo dopo, quella frattura non è scomparsa. Abbiamo semplicemente moltiplicato gli specchi.
Il nostro volto dentro uno schermo
Oggi, infatti, non abbiamo soltanto gli occhi delle persone che incontriamo per strada, al lavoro o a scuola. Abbiamo migliaia di occhi invisibili. Sono dall’altra parte dello schermo. Ogni profilo social è una piccola dichiarazione d’identità. Una selezione. Una vetrina, ma anche una narrazione. Scegliamo la fotografia in cui ci vediamo meglio. Scartiamo quella in cui non ci riconosciamo. Sistemiamo la luce, l’inquadratura, i colori. A volte modifichiamo il corpo. Scriviamo una frase che dica qualcosa di noi, oppure qualcosa che vorremmo gli altri pensassero di noi. Raccontiamo una parte della nostra vita e ne lasciamo fuori altre cento. Non necessariamente mostriamo ciò che siamo. Mostriamo ciò che desideriamo essere percepiti come. È qui che Pirandello torna a essere sorprendentemente contemporaneo. Perché la vera trappola non è soltanto costruire una maschera. È arrivare, dopo averla indossata abbastanza a lungo, a non distinguere più il volto dalla maschera. All’inizio scegliamo noi l’immagine da mostrare. Poi, lentamente, è quell’immagine a dirci chi dovremmo essere.
Quando il giudizio degli altri entra in tasca
C’è però una differenza fondamentale tra il mondo di Moscarda e il nostro. Ai tempi di Pirandello, il giudizio degli altri apparteneva soprattutto alla dimensione sociale quotidiana. Era presente nelle relazioni, nei rapporti familiari, nei piccoli paesi, nei luoghi di lavoro. Poi, a un certo punto, si tornava a casa. Oggi il giudizio può seguirci ovunque. Sta dentro una tasca. È nel telefono che controlliamo appena svegli e prima di addormentarci. È nella notifica che aspettiamo. Nel messaggio che non arriva. Nel numero dei follower. Nella fotografia che riceve cento “mi piace” e in quella che ne riceve cinque. E così può accadere qualcosa di paradossale: cominciamo a guardarci attraverso gli occhi degli altri prima ancora di guardarci attraverso i nostri. Non ci chiediamo più soltanto: “Mi piace?”
La domanda diventa: “Piacerà?” Non soltanto: “Sono felice?” Ma: “Sembrerò felice?”
E persino davanti a una fotografia possiamo arrivare a domandarci: “Questa sono davvero io oppure è la versione di me che funziona meglio?”
Forse è questa la versione contemporanea del dramma di Moscarda.
Centomila persone dentro una sola
Basta scorrere per qualche minuto un social network per accorgersi di quanto sia diventato naturale cambiare volto. Siamo professionisti su LinkedIn, amici nelle chat, ironici su Instagram, spettatori silenziosi su TikTok. Siamo figli, genitori, compagni, colleghi. Siamo viaggiatori, sportivi, persone fragili, persone invincibili. Ogni spazio sembra richiedere una versione diversa di noi. E in fondo non c’è necessariamente nulla di sbagliato. Fa parte della vita essere diversi a seconda delle situazioni. Nessuno si comporta allo stesso modo con un amico, con un collega o con uno sconosciuto. Il problema arriva quando quelle diverse versioni diventano così numerose da rendere difficile riconoscere quella che resta quando il pubblico scompare.Perché mentre aumentano le nostre identità pubbliche, rischiamo di perdere il contatto con quella privata.
Quella che non deve essere fotografata.
Quella che non deve ricevere approvazione.
Quella che non deve dimostrare niente.
È qui che il “nessuno” di Pirandello assume un significato sorprendentemente moderno.
Non necessariamente il nulla.
Piuttosto, la perdita di un centro.
Se diventiamo ciò che gli altri vedono, e se gli altri sono migliaia, quale delle nostre versioni è davvero nostra?
La libertà di non essere sempre gli stessi
Forse, però, il messaggio più attuale di Pirandello non riguarda soltanto la maschera. Riguarda la possibilità di liberarsene. Nel suo percorso, Moscarda arriva a mettere in discussione persino il bisogno di possedere un’identità fissa, definitiva, riconoscibile. La sua liberazione passa attraverso l’abbandono delle forme rigide con cui gli altri hanno cercato di definirlo. È un’idea radicale. E forse oggi è anche un’idea necessaria. Viviamo in un’epoca nella quale tutto deve avere un nome, un’immagine, un profilo. Dobbiamo dire chi siamo, mostrarlo, aggiornarlo. Dobbiamo costruire una narrazione coerente della nostra vita. Ma la vita, Pirandello ce lo ricorda, non è coerente. È contraddittoria. Mutevole. Imprevedibile. Noi cambiamo. E forse abbiamo anche il diritto di non essere identici alla fotografia che abbiamo pubblicato ieri.
Chi siamo quando nessuno ci guarda?
A distanza di un secolo, Uno, nessuno e centomila non è dunque soltanto un classico della letteratura italiana. È una domanda ancora aperta. Una domanda che, nell’epoca dei social, potrebbe essere formulata in modo ancora più semplice: Chi sei quando nessuno ti guarda?
Quando non c’è una fotografia da pubblicare.
Quando nessuno deve mettere un like.
Quando non devi dimostrare di essere felice, forte, bella, realizzata, innamorata o vincente.
Quando non devi convincere nessuno.
Forse è proprio lì che comincia la parte più autentica di noi.
Perché Pirandello aveva intuito una verità che il mondo digitale ha soltanto reso più evidente: l’identità non è una fotografia.
È un movimento.
Noi cambiamo mentre cambiano gli sguardi degli altri, le relazioni, le esperienze, i desideri.
E ogni volta che proviamo a fermarci dentro un’immagine rischiamo di trasformare la nostra vita in una rappresentazione.
Il vero dramma contemporaneo, allora, potrebbe non essere più quello di essere “uno, nessuno e centomila”.
Potrebbe essere avere centomila immagini di noi e non sapere più quale, nel silenzio, ci appartenga davvero.
Forse la forma più difficile di libertà, oggi, non è mostrarsi.
È poter essere.
Senza pubblico.
Senza filtri.
Senza applausi.
Senza dover essere, per forza, qualcuno.
E forse è proprio in quel momento che il “nessuno” di Pirandello smette di essere una condanna e diventa una possibilità: quella di ricominciare a essere se stessi, senza più bisogno di essere definiti dallo sguardo degli altri.





