Un giorno o l’altro, la vita secondo Tommaso Borrelli

La redazione del XXI Secolo ha gentilmente ottenuto un'intervista dall'autore Tommaso Borrelli riguardo il suo ultimo lavoro, Un giorno o l'altro, opera caratterizzata da un vivido realismo, nella presentazione di scene di vita quotidiana

Un insegnante quarantenne della provincia napoletana, i suoi tentativi di evasione dalla quotidianità, una società piegata dall’ignoranza, questi gli ingredienti principali di un capolavoro, Un giorno o l’altro, di Tommaso Borrelli.

Il protagonista, un professore, tenta una continua evasione dalla realtà, una realtà non più sua, contrastante con aspirazioni e desideri passati. Continuità con il passato è data solo da due figure, un docente universitario e una sua ex fidanzata, che provocano nell’autore sentimenti contrastanti.

Tommaso Borrelli è riuscito brillantante a mescolare questi ingredienti, sfornando un vero e proprio capolavoro della narrativa contemporanea.

Il XXI Secolo ha gentilmente ottenuto un’intervista dall’autore, per scoprire le curiosità, nonché la storia, che si celano dietro il lavoro del professor Borrelli.

Biografia

Prima di passare all’intervista, ecco qualche cenno biografico dell’autore.

Tommaso Borrelli nasce nel 1978 a Napoli, dove risiede tuttora nell’hinterland. Affronta studi di letterari e di teatro, dedicandosi per un periodo a quest’ultimo.

Egli opta per la continuazione della carriera accademica, imboccando il percorso per diventare insegnante.

Oggi è docente presso una scuola media della provincia.

L’intervista

Di seguito l’intervista al professor Tommaso Borrelli

Chi è Tommaso Borrelli?

«Tommaso Borrelli è un quarantenne di Bacoli, con studi in lettere moderne, un lavoro come insegnante di italiano alle medie di Monteruscello, un quartiere come saprai piuttosto problematico di Pozzuoli. Svolgo il mio lavoro con impegno, diversamente dal protagonista del mio libro, anche se guardo con occhio critico certi eccessi di retorica in cui a volte cadiamo noi insegnanti di periferia, tutta la mitologia della “missione” eccetera, che trovo esagerata. Da poco ho iniziato anche una piccola attività politica a livello locale, e nel momento in cui ti scrivo sono in fase di campagna elettorale. Comunque vada, potrò utilizzare tutto quello che ho visto in questa brevissima esperienza politica per ricavarne un altro libro: ci sto pensando seriamente.»

Ci parli della storia della sua opera, qual è la genesi  di Un giorno o l’altro?

«Il mio libro è nato da differenti spinte e istanze, alcune “nobili”, altre meno. Di certo, era da tempo che volevo esprimere qualche mia piccola trascurabile opinione sull’insegnamento, sull’ambiente della scuola, sui rapporti familiari. Poi, oltre a ciò, avevo in mente di scrivere una sorta di omaggio, di ricordo sentimentale riferito a un paio di persone che nel mio passato hanno rivestito una certa importanza, e che si ritrovano nel libro sotto spoglie più o meno fittizie. Uno di essi, nel libro Casares, è stato in realtà un mio docente universitario, cui devo molto, e credo che nel libro emerga questa riconoscenza. Ho quindi pensato di mettere insieme una storia in cui potessi combinare sia le une che le altre esigenze, in modo semplice, quasi primitivo: una forma di confessione romanzata, confessione fittizia.»

Quali sono i personaggi fondamentali e perché?

«I personaggi fondamentali sono: il protagonista, di cui volutamente non appare mai il nome, è l’io narrante, il logorroico narratore delle avventure mediocri in cui si caccia e dell’insoddisfazione che ad esse è sempre sottesa e che lo pervade. È il prototipo dell’insofferenza e del malcontento, è sgradevole, cinico, amorale e deluso. C’è poi sua moglie, che in realtà nel libro non è per nulla un personaggio importante anzi compare in pochissimi riferimenti, ma lo è per il protagonista: Anna è per lui alternativamente la sicurezza, il porto di ritorno, e il freno, il limite che lo bloccherebbe in una vita banale e prosaica. Casares e Alice invece rappresentano il passato: il geniale vecchio professore e la rimpianta fidanzata dei 20 anni. Sono entrambi la rappresentazione fisica della nostalgia e del rimpianto, per il protagonista: il dubbio atroce che la sua vita forse avrebbe potuto prendere un’altra direzione ben più soddisfacente di quella che vive ora.»

Quale riflessione si nasconde dietro un titolo così emblematico?   

«Il titolo è stato un gioco, forse fin troppo intellettuale. È la frase di chiusura di quello che per me è uno dei capolavori del cinema (sono anche un cinefilo incallito): “C’era una volta il west” di Leone. Il protagonista, Bronson  – Armonica, commenta così la fine delle sue illusioni e di quelle della magnifica Claudia Cardinale. Mi sembrava un finale che calzava in qualche maniera anche alla storia del mio protagonista. Ci sarebbe da dire anche sul rapporto tra cinema e letteratura che, a detta di altri lettori attenti, si trova nel mio libro, e ne parlerò più avanti. Però, dopo aver stabilito il titolo, mi sono reso conto che oltre alla citazione cinematografica, poteva esserci anche un significato secondo, una sorta di filosofia dell’altrove. La parte più significativa del titolo è in quell’ALTRO. Avrei anche potuto intitolare il libro semplicemente così: L’Altro. Il protagonista vive una ricerca proprio di questo, dell’Altro. Ma non un Altro da sé. È l’Altro sé, l’altro che avrebbe potuto essere se…

se in passato avesse fatto alcune scelte e non altre, se avesse dato ascolto per esempio al suo oracolo Casares o alla sua Alice…

Anni dopo, attanagliato dalla noia e dal rimpianto, si ritrova a ricercare questo ipotetico altrove, questo mondo alternativo di possibilità inespresse. Con risultati ben miseri e patetici, più che altro.

E qui mi ricollego ad un’altra visione cinematografica che mi ha influenzato molto per tutta la vita: PROFESSIONE REPORTER, di Antonioni.

Questo film degli anni ’70, a detta di molti un pachiderma noiosissimo, per me rappresenta una vetta del cinema e della cultura in genere. Probabilmente sono il solo in Europa a rivederlo con regolarità senza cadere in sonno profondo. Il titolo italiano come sempre dice poco, quello inglese è molto più significativo: THE PASSENGER. È la storia di un giornalista, insoddisfatto per ragioni che non sappiamo, quello spleen immotivato che prima o poi assale tutti, che a un certo punto, sperduto in un hotel nel mezzo del deserto, per puro gioco e capriccio scambia il suo passaporto con quello dell’unico altro occupante dell’hotel, un personaggio misterioso che poi si scopre essere un trafficante d’armi oppure un rivoluzionario, un avventuriero. Il protagonista (Jack Nicholson), così, entra totalmente nella vita e nell’identità di quell’altro, abbandonando la propria, fino alle estreme conseguenze.

Il mio, di protagonista, vorrebbe fare lo stesso: è anche lui in cerca di una identità altra, di un altrove più ricco e soddisfacente. Solo che non è Nicholson, non è un giornalista nel Sahara, è solo un banale insegnante di provincia, e allora non riesce ad andare fino in fondo come il primo: si ferma sulla soglia di questo ipotetico e mitizzato Altrove, non ha il coraggio di varcarlo e di sussumerlo completamente.

È lui il vero Passenger, il passeggero dell’esistenza, che si lascia trasportare dagli eventi e dagli anni che passano.»

Quanto, la sua opera, è influenzata dalla sua storia personale?

«Il romanzo viene presentato come “ampiamente autobiografico”, ma in realtà è un altro dei piccoli e grandi sberleffi al lettore che vi ho inserito. Anche questa dichiarazione di autobiografismo è stata per me un atto di “teppismo letterario”. È un’autobiografia bugiarda, come dico spesso alle presentazioni. Una menzogna organizzata, una mascherata da parte di un protagonista insincero per natura e per vocazione e, forse, anche da parte mia che ne sono il creatore. Forse il punto di contatto è questo, tra finzione letteraria e realtà biografica. L’involucro, la scenografia, è simile: io e il protagonista siamo due insegnanti, un pò annoiati dal lavoro (lui di più ), entrambi un pò menzogneri (lui di più). Di vero, nella mia storia, c’è la figura di Casares (nella realtà era anche peggio) e di Alice (lì mi sono attenuto al 99% a ricordi reali, ho solo modificato i nomi per evitare strascichi…legali). Per il resto, ho descritto non quello che è accaduto ma quello che mi sarebbe potuto accadere: un trasferimento improvviso (che ho evitato per un pelo), l’infatuazione per una collega… cose che possono, potrebbero accadere, anche se ovviamente non me lo auguro.

Ecco, forse, la spiegazione più azzeccata è quella che mi è stata fornita da una lettrice che di professione è psicologa: nel libro e nel protagonista ho proiettato i miei timori, è stato un esorcismo contro ciò che temo di diventare, contro dei piccoli demoni che di tanto in tanto fanno capolino, dei piccoli dubbi, piccole amnesie quotidiane. Scriverle è stato un modo inconscio per scongiurarle, o per evocarle, chissà.»

Quale messaggio vuole lanciare attraverso il suo libro?

«Non saprei. Non ho assolutamente pensato di voler lanciare qualsivoglia messaggio. Di certo, il mio intendimento è stato quello di smontare la retorica che mi vedevo intorno: la retorica letteraria. Da lettore, leggevo continuamente storie in cui il protagonista era  in qualche modo un carattere edificante, positivo. E ho provato a farne uno opposto. La retorica del lavoro, poi: l’idea che specie al sud e nelle periferie disagiate il lavoro dell’insegnante sia come una missione eroica, un compito quasi con sfumature religiose. E ho provato a prendermi beffe di questa retorica, in verità senza tanto sforzo dal momento che ho riportato più o meno i discorsi e le opinioni che tra colleghi si esprimono senza la maschera che indossiamo all’esterno.

lo stesso per quanto riguarda la retorica dei sentimenti e dell’amore: il protagonista è abbastanza alieno da tutto ciò, e in un passato recente lo ero anche io. Ecco, forse il “messaggio” risiede nel proporre un personaggio talmente spudorato da distaccarsi per qualche istante dalla maschera che pirandellianamente indossiamo tutti per captare la benevolenza degli altri.

Il libro è stato uno spazio per esprimere idee che nella realtà non osiamo, io per primo, mostrare.»

La redazione del XXI Secolo ringrazia sentitamente il professor Borrelli per cortesia e disponibilità, augurando un florido futuro allo stesso.

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