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sabato, 15 Maggio 2021

Vincenzo Malinconico, professionista d’insuccesso: i libri di Diego De Silva

Scrittore, giornalista, sceneggiatore ed ex avvocato napoletano: Diego De Silva e la sua ecletticità artistica

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Diego De Silva, nasce a Napoli il 5 Febbraio 1964; è un ex avvocato. E poi… scrittore, drammaturgo, sceneggiatore italiano (suggerisce Wikipedia).

Non ho il rimpianto della professione. Quando ho capito (prima ancora di sceglierlo) che volevo scrivere, ho automaticamente concluso che avrei dovuto smettere di esercitare, se volevo dedicarmi davvero alla letteratura“, spiega in un intervista. “È come innamorarsi di un’altra donna da sposati: se vuoi rifarti una vita con lei, devi separarti da tua moglie. Non puoi tenere il piede in due scarpe.”

L’esordio della produzione letteraria di De Silva si conclama con “La donna di scorta“, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1999 per “Pequod Edizioni” e successivamente riedito per “Einaudi”, nel 2001.

La donna di scorta è il racconto di un sentimento che si spoglia di ogni sovrastruttura adornandosi di consapevolezza: è vero e bastante a se stesso, non rivendica né pretende; e non ha bisogno di conferirsi “un’etichetta”. Non esige manifestazioni o disposizioni, e ripudia il sacrificio. La sua ragione d’essere si concretizza solamente attraverso l’autentico, istintivo desiderio dell’altro.

Nel 2001 è la volta di “Certi bambini“, il romanzo pluripremiato (nel 2001 il Premio Selezione Campiello e il Premio Brancati; nel 2002 ha ottenuto il Premio Bergamo), da cui è tratto l’omonimo film diretto da Andrea ed Antonio Frazzi.

In Certi Bambini, De Silva narra la storia di Rosario, un undicenne napoletano, che ripensa al percorso che l’ha condotto fino al suo primo assassinio di camorra.

Voglio guardare” irrompe in scena nel 2002, è la storia di due esistenze malate e squilibrata – quella di Celeste e Davide – che si intrecciano in un crescendo di tensione che rivelerà un inquietante retroscena.

L’ improvvisa comparsa di un bambino senza radici nella famiglia Traversari, che provoca perturbamento nell’animo dei personaggi e nelle dinamiche familiari, viene raccontata in “Da un’altra carne“, pubblicato nel 2004.

Fin qui” – dichiara Diego in un’intervista -“ho utilizzato sempre una narrazione in terza persona. Ed è una mia precisa convinzione che narrare in terza persona ti obbliga a tenere una misura e una distanza quasi chirurgica dai personaggi e dalla loro vita.

Continua, in riferimento all’esordio di “Malinconico”: “Quando sono passato a utilizzare la prima persona, mi si sono aperte una serie di possibilità e libertà che prima non immaginavo. Innanzitutto la libertà di digressione. Quella di Malinconico è come se fosse una mappa assolutamente imprendibile, che non porta da nessuna parte, con queste ramificazioni continue del pensiero… In questo è molto simile a me, che difficilmente riesco ad arrivare alla fine di un pensiero. Quindi ho lasciato che Malinconico diventasse proprio questo: un modo per giocare con l’io e per prendermi tantissime libertà che prima non avevo, assecondando anche un lato del mio carattere che pure avevo tenuto un po’ sedato fino a quel momento.

Tuttavia, anche durante la genesi della pentalogia di Vincenzo Malinconico, De Silva fa  non ha arrestato la sua produzione letteraria.

Nel 2013 fa un passettino a lato e ci presenta “Mancarsi“, “la perfetta storia d’amore tra un uomo e una donna che sembrano destinati a non incontrarsi mai“.

Ed ecco “Teriapia di coppia per amanti“, nel 2015. Un romanzo a due voci, quella di Viviana e quella di Modesto, che si alternano nella narrazione della loro storia d’amore tormentato, nel tempo in cui la vivono. Un inabissamento nella tortuosità e nelle contraddizioni dei sentimenti, negli urti e contrasti che imbastiamo continuamente per la paura – nota a tutti – di abbandonarsi all’amore ed impartirgli mandato a cambiarci la vita. Nel 2017 ne è stato tratto l’omonimo film – a cui Diego De Silva ha partecipato nella stesura della sceneggiatura.

Nel 2018, “Superficie” un agglomerato di luoghi comuni ed aforismi ribaltati di senso, nel quale si riflette sul significato delle parole attraverso la caratteristica nota comica di De Silva.

Il suo ultimo romanzo (2020) si intitola “I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)“, e raffigura anche “l’ultimo” episodio della saga “Malinconico“, pertanto, se si vuol arrivare preparati alla lettura, seguirà una ricapitolazione delle parti che l’hanno preceduta:

  • Non avevo capito niente (2007): Vincenzo Malinconico è un avvocato napoletano che “finge” di lavorare per riempire le sue giornate. Condivide con altri finti-occupati come lui uno studio arredato con mobili Ikea, che chiama affettuosamente per nome, come fossero persone di famiglia. È stato appena lasciato dalla moglie, ma cerca con ogni mezzo di mantenere un legame con lei e i due figli adolescenti. Un giorno viene improvvisamente nominato difensore d’ufficio di un becchino di camorra detto “Mimmo ‘o burzone” (una losca figura collegata alla camorra) e, arrugginito com’è, dovrà ripassare il Bignami di diritto. Si parla di argomenti che vanno dalla camorra ai rapporti interpersonali, trattati con leggerezza e humour, e gli aspetti molto seri della vita quotidiana vengono visti nella loro veste incongruente e ridicola.

“Ce la faccio”, pensa. “Mica morirò.”

Un libro gremito, divertente, semplice ed, al contempo, deliberatamente complesso.

Forse questo personaggio è riuscito a intercettare quel lato più fragile e contraddittorio che penso appartenga a qualsiasi persona minimamente calata nella realtà. L’insuccesso di Malinconico nel privato, nei rapporti con gli altri, con se stesso, quest’occhio del ridicolo continuamente acceso sul mondo, molto forte, che però fa sempre partire da se stesso. A me piace molto ridere, però partendo dal presupposto che il primo di cui ridere sono io.” – commenta Diego De Silva.

  • Mia suocera beve (2010): Vincenzo Malinconico è un avvocato semi disoccupato, semi divorziato, semi felice. Ma soprattutto è un grandioso filosofo autodidatta, uno che mentre vive pensa, si distrae, insegue un’idea da niente facendola lievitare. E di deriva in deriva va lontano, con l’aria di sparare sciocchezze dice cose grosse sull’amore, la giustizia, il senso della vita. Intorno a lui capitano eventi straordinari, ma più straordinari ancora sono i pensieri stravaganti e fuori luogo di cui ci mette a parte in tempo reale, facendoci ridere e riflettere, trascinandoci nella sua testa sgangherata e bellissima. Al centro del romanzo questa volta c’è un sequestro di persona ripreso in diretta dalle telecamere di un supermercato. Ad averlo studiato ed eseguito è il mite ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza. Il sequestrato è un boss della camorra che l’ingegnere considera responsabile della morte accidentale del suo unico figlio. La sola speranza d’impedire la tragedia è affidata, manco a dirlo, all’avvocato Vincenzo Malinconico, che l’ingegnere incontra casualmente nel supermercato e “nomina” difensore d’ufficio.
  • Sono contrario alle emozioni (2011): In questo libro Malinconico non è immerso nelle proprie disavventure, ma nel rimuginare. Riflettere. Divagare. Dote contraddistintiva dell’avvocato più irresistibile che c’è. Nei tentativi di analisi amorose fai-da-te per ricomporre il senso di una storia finita, nelle recensioni estemporanee di brani, eventi, persone, nella ricerca vaga di un centro di gravità. Le riflessioni prendono corpo in un libro agile dove la scrittura si palesa al lettore in una delle sue versioni più artigianali ed efficaci: quella di strumento per capire come la pensiamo sulle cose.

Quello che volevo scrivere era proprio un libro costruito per frammenti e per schegge, che non avesse una temporalità di eventi e un senso unico, un libro che potesse essere letto anche dalla fine, volendo. Mi piace che la scrittura corrisponda allo stato d’animo di chi scrive e dato che in quel periodo mi sentivo particolarmente “spezzato”, volevo scrivere un libro spezzato. È come se Malinconico in questo libro parlasse dei fatti suoi ma in codice.” – ci racconta Diego.

  • Divorziare con stile (2017): Questa volta Vincenzo e la sua voce sono alle prese con due ordini di eventi: il risarcimento del naso di un suo quasi-zio, che in un pomeriggio piovoso è andato a schiantarsi contro la porta a vetri di un tabaccaio; e la causa di separazione di Veronica Starace Tarallo, moglie del celebre (al contrario di Malinconico) avvocato Ugo Maria Starace Tarallo, accusata di tradimento virtuale commesso tramite messaggini, che Tarallo (cinico, ricco, spregiudicato e cafone) vorrebbe liquidare con due spiccioli. A Malinconico spetta la difesa della moglie, un caso in cui si troverà coinvolto più del dovuto.

Cosa pensa Diego De Silva del ruolo della virtualità, nel tradimento?L’elemento interessante è il numero di relazioni che oggi si svolgono esclusivamente nell’ambito della tecnologia, con solo l’elemento virtuale. L’incontro reale, porterebbe alla delusione di chi vive di sola proiezione immaginaria del rapporto. Anche il sentimento sta cambiando e noi ci siamo dentro. Stiamo vivendo una fase che ci sta portando a una riscrittura del paradigma amoroso. Ed ecco perché oggi, la Cassazione si guarda bene dal condannare l’adulterio se avviene in una relazione virtuale, perché altrimenti si troverebbe a giudicare l’immaginazione“. – risponde.

I valori che contano (avrei preferito non scoprirli), 2020: Una ragazza in intimo bussa alla porta di Malinconico: sta scappando da una retata avvenuta al quarto piano del suo palazzo. Questa volta le  sue riflessioni sono focalizzate sulla malattia che si ritroverà ad affrontare. Nel frattempo Malinconico scopre che la ragazza che ha bussato alla sua porta è la figlia del sindaco, con tutti gli inconvenienti che ne derivano.

Ma l’amore è l’unica esperienza ad avere la dignità di vita. Nient’altro ti rivela, ti fa compiere delle scelte, ti degrada, ti promuove, ti squalifica, ti fa del male e ti avvicina alla felicità con la stessa importanza.” – Diego De Silva

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