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Revenge porn o la riproducibilità del male

Revenge porn è una locuzione d’origine anglosassone associante l’espressione del hard e della vendetta.

Tale binomio è divenuto noto a seguito di meri casi di cronaca che ne hanno portata la ribalta, coinvolgente in primis il gentilsesso che si è visto depredare la sfera intima ed erotica attraverso la divulgazione di ex partner o presunti tali su piattaforme social e canali anche hard a scopo intimidatorio e vendicativo.

Il format attraverso cui il contenuto revenge porn viene trasmesso è variegato, dalla fotografia, al video, finalizzato alla riproduzione di atti sessualmente espliciti, in cui il diritto del soggetto coinvolte non vige.

La divulgazione del contenuto non si allega solo la vendetta ai danni del soggetto; spesso la divulgazione è perseguita a scopi intimidatori ed estorsivi, penalmente perseguibili.

Il contenuto condiviso, infatti, stando alle molteplici sentenze della cassazione e al codice civile nel nostro paese, prevede che i materiali divulgati attraverso posta elettronica, gruppi social o piattaforme come telegram di foto -soprattutto selfie- e video che vadano oltre la sfera privata entrando nei limiti della violenza sessuale.

Gli esiti sul piano psicologico e sociale di un atto tale infatti oltre che “punire” ha come obiettivo quello di “umiliare” fino al tentativo di manipolazione da parte di terzi ai danni dell’interessato, spesso con ricatti a sfondo economico o sessuale, a cui si associa la distruzione dell’immagine della vittima sul piano sociale, economico-lavorativo ed emotivo.

In Italia, i casi di cronaca hanno recato all’ordine del giorno denunce e vittime di tale portata , di cui vicende drammaticamente esemplari sono quelli di Tiziana Cantone e Giulia Sarti. 

Il caso “Cantone” vide la diffusione di contenuto video tra facebook e whattsapp in maniera virale. Seguì una mera battaglia per conseguire il diritto dell’oblio, ma tristemente culminata con il suicidio di Tiziana Cantone nel 2016.

Ciononostante il caso permane all’interesse della magistratura dopo che il dispositivi della Cantone -cellulare e tablet- sono pervenuti senza cronologia e memoria.

L’ex presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, Giulia Sarti vide divenire immagini private un mero polverone politico, al punto da veder l’intervento del garante della privacy, il quale ha richiamato il rispetto delle normative ai mezzi di comunicazione.

Eppure l’Italia è ancora lontana dal resto del mondo.

Anche sul fronte associazionismo quanto di pronto intervento il ruolo è flebile perché, da un lato vi è lo status della vittima spesso incapace di denuncia, dall’altro l’inefficienza di forme organizzative di aver voce sull’opinione pubblica e politica.

Infatti, mentre Usa, Uk , Germania hanno cercato di contrastare la piaga del revenge porn, da noi la legge che tuteli le vittime e punisca i trasgressori è ancora giovane e spesso inapplicata, nonostante l’urgenza divenuta globale . 

Il revenge porn in Italia era associata alla legge che puniva reati quale estorsione, diffamazione, ma alcun prospetto vigeva laddove la vittima fosse toccata sul fronte della privacy finché non si è giunti nel 2019 alla legge Codice Rosso che ha introdotto in materia penale l’art. 612 ter.

L’articolo prevede una sanzione amministrativa che va da un minimo di 5.000 a 15.000 euro e una pena detentiva fino ad un massimo di 6 anni per coloro che divulgano, sottraggono o consegnano materiale audiovisivo o immagini a sfondo sessuale o intimo destinato a restare privato.

Inoltre, si sta lavorando in parlamento per estendere la pena detentiva e amministrativa di pari portata anche ai followers, cioè ai condivisori di contenuti destinati a restare privati.

In ordine di arrivo vi è il caso di Alatri, ove un operaio ha diffuso presso altri utenti materiali audiovisivi prelevati dal profilo Istangram di una minorenne adescata sul social.

L’uomo processato con rito breve rischia anche l’accusa di diffusione di materiale pedopornografico.

Il revenge porn è difatti come una rete intessuta nel buio, male riprodotto con la velocità della tecnologia che miete vittime, spesso all’interno del loro contesto sociale d’appartenenza se non innescata dalle persone più prossime.

Domenico Papaccio
Domenico Papaccio
Laureato in lettere moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, parlante spagnolo e cultore di storia e arte. "Il giornalismo è il nostro oggi."