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lunedì, 29 Novembre 2021

Il “Codice Filippino”, il Dante dei “Girolamini” di Napoli

Il "Codice Filippino" testimonia un'interesse verso la Commedia superiore alla limitrofa area delle corti settentrionali dei Da Polenta e dei Della Scala e dell'area comunale toscana e fiorentina, intenta al processo di riappropriazione dell'opera dell'esiliato concittadino.

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Domenico Papaccio
Laureato in lettere moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, parlante spagnolo e cultore di storia e arte. "Il giornalismo è il nostro oggi."

In mezzo alle vastissime testimonianze dirette e indirette della tradizione della Commedia di Dante Alighieri, il “Codice Filippino” oltre l’area toscana, fiorentina e settentrionale, rappresenta un tassello rilevante nella querelle storica e filologica del poema del “sommo poeta”.

Presso il maestoso edificio che racchiude la Biblioteca Oratoriana dei Girolamini di Napoli viene custodito il cosiddetto “Codice Filippino”, dal nome del patrono dell’ordine, San Filippo Neri.

Il Codice Filippino, siglato CF 2 16, è risalente al sesto decennio del Trecento, con aspetti paleografici e codicologici interessanti, un sistema iconografico di 146 miniature, che creano un apparato di immagini interessanti la veicolazione del medesimo testo dantesco.

Il testimone della Commedia è di materiale membranaceo, come la maggior parte dei testimoni della tradizione dantesca, presenta un impaginazione disposta su una singola colonna, con capilettera miniati e le chiose che circuiscono il testo, spesso a fianco.

Per quanto concerne l’aspetto paleografico, il codice è vergato in una gotica bastarda di base cancelleresca.

A queste caratteristiche va aggiunta la presenza delle “Chiose filippine”, un sistema di commento esegetico che accompagna il testo ai margini, in lingua latina, composto da più mani.

Secondo quanto riferisce il massimo esperto in materia dell’ Università degli studi di Napoli, prof. di Filologia italiana e dantesca, Andrea Mazzucchi, le Chiose Filippine sono state redatte da più mani, di cui al momento l’indagine paleografiche hanno portato a rinvenirne con certezza quattro.

Il “Codice Filippino” prima di arrivare tra i fondali dei Girolamini, appartenente alla collezione di manoscritti di Giuseppe Valletta, venendo acquistato dall’Ordine dietro consiglio del filosofo e giurista Giambattista Vico nel 1726.

Il valore documentario, come dichiarato dall’insigne prof. Mazzucchi risiede nella portata e nell’interesse che assume il poema dantesco tra gli anni a cavallo del dominio angioino e quello aragonese verso il pubblico meridionale.

Si deduce in primis che il manoscritto, di cui si ignora con certezza il copista, sia appartenuto alla notabile famiglia Poderico, di cui il membro, Lorenzo, uomo di cultura era anche rettore dello Studio Napolitano.

Tale dato, secondo Enrico Mandarini, pone Lorenzo Poderico come primo possessore partenopeo, come si evince da un dato grafico, ovvero l’effige del suo casato anteposto ad inizio del manoscritto.

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