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Nero di Troia: il sapore antico delle terre pugliesi

La fecondità delle terre a sud dello stivale danno da sempre dei grappoli carichi di un nettare sanguigno. Tra queste varie tipologie, l’Uva di Troia, conosciuta soprattutto con il nome di Nero di Troia racchiude un colore vivo quanto arcaico. 

Anche i miti arcaici e omerici si sono ricordati della bontà di questo vitigno rosso proveniente dal mondo ellenico, che oggi sovrasta l’area pugliese e alcune zone del beneventano e del casertano. 

Infatti, si narra che l’approdo del vitigno dalle origini greche arcaiche risalga all’arrivo del fido guerriero acheo amico di Odisseo, Diomede durante le colonizzazioni greche dell’età antica.

Si pensa che il figlio di Tideo e re di Argo, sbarcato sulle rive del Gargano in procinto di assediare Troia, abbia portato con sé dei tralci di vite che hanno poi trovato nelle feconde terre meridionali il proprio habitat naturale.

Da qui, la leggenda arriva sino a Federico II di Svevia, il quale prediligeva particolarmente la degustazione di questo nettare dal color rubino.

Nel 1533 la città pugliese, durante la dominazione spagnola, fu poi acquisita dai marchesi D’Avalos, i quali notarono l’incredibile qualità ed attitudine dei possedimenti, ritenendoli idonei per la crescita della vite e incrementandone la coltivazione.

Il vitigno dell’Uva di Troia occupa circa il 2,5% della produzione delle vigne della Puglia centro-settentrionale, andando a rappresentarne il più antico tra quelli presenti sul territorio.

Questo vitigno a bacca nera autoctono pugliese, dato il suo profilo polifenolico complesso quanto interessante prende il nome di Nero di Troia, non solo dalla città, ma anche grazie al suo color rubino talmente intenso da sembrare nero.

Per molto tempo il vitigno del Nero di Troia è stato relegato ad un ruolo secondario, andando a rafforzare con il proprio colore e la propria corposità i vini più deboli. Ma è in tempi più vicini a noi che al prelibato vino vengono dati i giusti riconoscimenti.

Infatti, è nel maggio del 1970 che il corposo vino viene riconosciuto come Varietà di Uva Nera da vino con D.M.A.F., tramite pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n.149 del 17 giugno dello stesso anno.

Mentre nell’ottobre 2011 gli viene conferito il riconoscimento della DOC Tavoliere delle Puglie.

Il vino che si ottiene al termine dell’affinamento presenta un incredibile colore rosso rubino intenso, giustamente tannico con tannini eleganti; austero, gusto speziato e di legno anche senza passaggio in botte di legno, con sentori di more e liquirizia.

Ad oggi questo vitigno viene coltivato in due sottospecie;  Uva di Troia a grappolo più grande e tozzo e Summarrello, con un grappolo cilindrico ed ad acini piccoli.

In particolare, quest’ultimo viene prodotto in quantità limitate solo nella città di Troia e nelle zone circostanti.

La composizione del Nero di Troia, dalle note olfattive fruttate e dal sapore corposo è il giusto abbinamento per portate a base di carne o di  selvaggina. In particolare  è un ottimo abbinamento per portate tipiche del suo territorio di provenienza, come l’agnello in agrodolce o la faraona ripiena e arrosto.