L’ ecstasy come possibile cura terapeutica

Secondo uno studio, determinati effetti dell'ecstasy, potrebbero essere applicati a delle condizioni psichiatriche dal difficile trattamento.

L’MDMA, nota anche come Ecstasy, è una sostanza psicoattiva dagli effetti stimolanti e non del tutto psichedelici, il cui abuso comporta rischi alla salute.

La sostanza è uno degli stupefacenti più diffusi, assunta in ogni sua possibile forma.

Durante alcune guerre, questa veniva utilizzata ai fini bellici per aumentare le prestazioni dei soldati o al fine di sperimentarla come siero della verità.

La popolarità della sostanza, negli USA, scoppia negli anni 80′, dove fino al bando della stessa, veniva utilizzata per la capacità di contenere gli stati d’ansia e favorire i rapporti con gli altri, infatti, una delle sue applicazioni riguardava la ” terapia di coppia “.

Oggi, grazie ad uno studio sugli effetti dell’ecstasy, condotto dal King’s College London, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Neuroscience, nonostante questa sia una sostanza neurotossica, potrebbe esserne possibile l’applicazione terapeutica su alcune patologie come il disturbo post-traumatico da stress (DPTS).

Gli scienziati del King’s College London che hanno condotto la ricerca, hanno notato negli individui che si sono prestati volontariamente all’esperimento, alcuni cambiamenti nell’attività celebrale che analizza i rapporti sociali.

Infatti, l’ecstasy, agisce sui neurotrasmettitori che regolano l’umore e il comportamento.

Gli scienziati hanno cosi somministrato a 20 maschi adulti una dose di ecstasy equivalente a una dose utilizzata a uso creativo o un placebo e hanno analizzato i loro comportamenti nello svolgere alcuni test mentre si trovavano in una risonanza magnetica.

Uno dei test era rappresentato dal ” dilemma del prigioniero “,  una situazione di gioco in cui si deve decidere se collaborare o entrare in competizione con l’avversario.

I volontari della sperimentazioni credevano di interagire, attraverso l’ausilio di un computer, con una persona reale, mentre in realtà stavano sfidando un software programmato per essere affidabile, affidabile a tratti o per nulla affidabile.

I soggetti sotto gli effetti della sostanza diventavano più collaborativi con quelli che credevano essere dei giocatori affidabili, anche nel momento in cui questi, poi, li tradivano.

Secondo questi risultati, l’ecstasy non ha alterato l’opinione dei partecipanti sull’affidabilità dell’altro “giocatore”.

Quelli ritenuti inaffidabili sono rimasti tali, provando che il principio attivo non agisce sull’opinione di chi ha assunto la sostanza rendendolo ingenuo, ma aiutandolo nell’analisi del comportamento dell’altro soggetto.

Di maggior conferma anche l’evidente aumento dell’attività nella corteccia temporale superiore e delle aree che riguardano la comprensione dei comportamenti altrui, come mostrano le scansioni celebrali.

Da ciò si evince quindi l’aumento della cooperazione e la tendenza a ricostruire il rapporto.

Capire come la sostanza agisca sul comportamento sociale è importante per la sua possibile applicazione a scopo terapeutico, insieme all’ausilio di una psicoterapia.

Ad oggi, tale studio, porta la medicina di un passo più avanti verso la cura di determinate condizioni dai difficili trattamenti, i cui individui sono spesso a grave rischio di suicidio o depressione.

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