Da Wall Street l’onda lunga della grande depressione

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Sulle origini e sulle cause del crollo della borsa di Wall Street del 1929 sono stati scritte migliaia di pagine in tutto il mondo. Non è però certo questo il luogo dove produrci anche noi in analisi economico-finanziarie, ma ciononostante qualcosina di interessante la possiamo dire anche noi. Trainata soprattutto dal settore automobilistico, negli anni Venti l’economia americana uscì brillantemente dalla recessione seguita alla Prima Guerra Mondiale, tanto da conoscere un’importante crescita anche nei settori dell’industria metallurgica e della gomma, oltre che in quelli petrolifero, dei trasporti ed edile.

Si era innescato un vero e proprio circolo virtuoso: l’alta produttività permetteva di aumentare l’occupazione ma soprattutto di mantenere inalterati i salari ed i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo invogliava sia gli investimenti interni che quelli provenienti dall’estero; spingendo così ancor più verso l’alto la produzione. La situazione rimase sostanzialmente in equilibrio fino al 1928. Le cose cominciarono a cambiare quando la piccola e media borghesia, non potendo contare su una crescita del proprio potere di acquisto visto il permanere inalterato dei salari, smise di sostenere la domanda di beni di consumo durevole per abbandonarsi alla speculazione in borsa. Anch’essa insomma iniziò a rivendicare per sé una fetta degli abbondanti profitti che in quegli anni andava dispensando l’economia americana.

Fu una vera e propria corsa al titolo. Ed allora ecco che, a cavallo del 1929, di settimana in settimana l’andamento del mercato azionario si staccò sempre più da quello dell’economia reale. Dall’investimento azionario si passò ben presto alla pura speculazione finanziari; si acquistavano cioè azioni soltanto allo scopo di rivenderle non appena il loro prezzo fosse sufficientemente salto, senza alcuna intenzione di aspettare la ripartizione dei dividendi. Parte, se non molta della responsabilità di questa “febbre da azioni” è attribuibile ai rappresentanti delle holding che – intascando una percentuale sui rialzi dei titoli – avevano tutto l’interesse a spingere sempre più i risparmiatori all’acquisto, attraverso previsioni di guadagno troppo ottimistiche.

All’aumento del valore delle azioni industriali non corrispose però un effettivo aumento della produzione e della vendita dei beni. Il nervosismo iniziò a manifestarsi sul mercato nel marzo del 1929. Intorno alla metà del mese, si apprese infatti che la Federal Reserve – la banca centrale degli Stati Uniti – teneva riunioni quotidiane senza rilasciare però alcuna dichiarazione. La situazione era davvero seria: approfittando che il tasso di sconto praticato dalla Federal Reserve era del 5%, numerosissime banche a cominciare da quelle newyorkesi avevano prestato ingenti somme di denaro a persone che poi le avevano utilizzate per effettuare speculazioni in borsa.

Quel silenzio da parte della banca centrale americana provocò un’ondata di confusione e panico senza precedenti nel Paese. La situazione esplode in tutta la sua drammaticità martedì 24 ottobre. La crisi è iniziata di primo mattino, quando il forte volume delle vendite ha causato un primo, improvviso crollo dei prezzi. Si calcola che nel giro di poche ore furono vendute circa 13 milioni di azioni; tanto che le telescriventi non riuscirono a tenere il passo. Operatori di borsa sull’orlo di una crisi di nervi, ricevono dagli investitori l’ordine di “vendere a qualunque prezzo”. Al culmine delle trattative le azioni vengono offerte sottocosto, e i prezzi crollano anche di 10 punti tra una vendita e l’altra. A mezzogiorno i responsabili delle maggiori banche di New York si riuniscono; mentre la polizia interviene per disperdere la folla isterica radunatasi a Wall Street in attesa di notizie. All’uscita della riunione, Thomas W. Lamont, della J.P. Morgan, cerca di rassicurare la gente: il mercato, dice, è sostanzialmente solido, e ha semplicemente subito un aggiustamento dopo quattro anni di forti rialzi.

I banchieri attribuiranno il panico al sistema delle telescriventi, tecnicamente inadeguate a fronteggiare un simile volume di trattative. Intanto però i sogni di un esercito di piccoli investitori si erano rovinosamente infranti; tanto che alcuni – finiti letteralmente sul lastrico – non trovarono altra soluzione che quella del suicidio.