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mercoledì, 6 Luglio 2022

Vivere a Gaza

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Il giorno 25 giugno alle ore 17.00 abbiamo incontrato all’Archeobar Rosa Schiano, napoletana attivista in Palestina, per parlare della sua toccante esperienza di vita nella Striscia di Gaza. All’evento, organizzato da Nicoletta Insolvibile, hanno partecipato Mohammed Butto; Sara Moon, ragazza inglese che ha coperto con la sua bicicletta tutta la tratta da Sheffield alla Palestina per manifestare la sua solidarietà e per chiedere pace e giustizia per il popolo palestinese; e Mohammed El Bakri, Presidente della UAWC (Union of Agricolture Work Committes – ndr) in collegamento tramite Skype per una videoconferenza.

Non è la prima volta che in questo piccolo e accogliente bar letterario nel cuore del centro storico si affrontano argomenti importanti: dalla storia all’archeologia, dall’arte alla speleologia; in un mercoledì di pioggia il fulcro intorno al quale è girato l’evento è stato: “Gaza, esperienze di vita reale” e chi meglio di Rosa Schiano poteva raccontare, far toccare con mano la realtà che il popolo palestinese si trova ad affrontare ogni giorno? I bombardamenti da parte d’Israele, l’assurdità di una nazione divisa, lacerata da guerre e ribellioni. La difficoltà della vita quotidiana dei contadini di Gaza, costretti a lavorare in ginocchio per non essere bersagliati dai cecchini lungo il confine recintato. L’amarezza e i canti dei pescatori palestinesi che sono costretti a lavorare su piccoli pescherecci e a procurarsi il ‘pescato’ in soli tre miglia di distanza dalla costa: superare quel limite significa ricevere sparatorie, superare quel confine significa subire minacce, essere arrestati. «La mia missione è quella di documentare, di informare. Spesso i mass media, le Tv, i Tg non riportano, non diffondono le vere notizie, gli accadimenti reali di Gaza. Ho scelto di fare questa vita per aiutare. E’ difficile ma ho speranza» dichiara durante l’evento Rosa Schiano, prima di mostrare al pubblico un suo video che documenta l’attività della ISM (Intenational Solidarity Movement – ndr) svolta nella Striscia di Gaza.

Rosa Schiano
Rosa Schiano

L’attività degli attivisti internazionali a Gaza consiste nel creare una protezione, uno scudo umano per permettere agli agricoltori e ai pescatori di condurre il loro lavoro quotidiano all’interno dei famosi confini imposti da Israele. Cosa vuol dire raccogliere grano mentre delle mitragliatrici automatiche sparano? Cosa vuol dire uscire di notte in mare aperto per pescare pesci piccolissimi e crostacei mentre le navi della marina innalzano enormi colonne d’acqua contro i pescherecci e le piccole barche palestinesi? Rosa prova a spiegarlo con i video girati da lei stessa: «Noi internazionali, attivisti indipendenti e autogestiti, indossavamo giacchette catarifrangenti, sventolavamo bandiere della nostra nazionalità proprio per tentare di creare un deterrente; attraverso i megafoni spiegavamo in inglese che i palestinesi volevano solo lavorare per procurasi cibo. Niente di più.» Non sempre però l’attività è pacifica, quasi mai volge a buon fine; “Please, don’t shoot!” è la frase che si sente in sottofondo nei video, intervallata da spari e frasi intimidatorie. «In passato è capitato che una internazionale restasse ferita a una gamba o a un braccio. I cecchini sono precisissimi. Sanno dove e come sparare. A volte sparano in aria solo per terrorizzare, altre volte a terra; alcune volte sparano vicinissimo a noi. Inoltre, anche se non siamo a bordo, la Marina ricorda le barche dove siamo stati e spara comunque. Come se fosse una punizione, una vendetta» spiega Rosa Schiano, provata dall’esperienza.

Gaza non è conosciuta internazionalmente come uno Stato sovrano, ma viene rivendicata assieme alla Cisgiordania dai palestinesi come territorio ad essi appartenente. La Striscia confina con l’Egitto e l’Israele e la costa affaccia sul Mar Mediterraneo; 360 chilometri quadrati per quasi 2 milioni di abitanti, 2 valichi chiusi, confini serrati in una morsa, 20mila laureati senza speranza per il futuro. Un assedio che non permette a nessuno di entrare e a nessuno di uscire. Mohammed El Bakri, durante il collegamento, con un sorriso amaro, spiega che neppure i malati possono essere trasportati fuori dal paese per ricevere cure mediche, né gli studenti possono aspirare a viaggiare per lavoro. Fame, povertà, condizioni igieniche pessime, bombardamenti con F16, arresti immotivati, raid e incursioni notturne nelle case dei palestinesi, mancanza d’acqua, blocco dei commerci, conseguente rincaro dei prezzi, terrore e paura sono le caratteristiche di Gaza.

Rosa, può raccontarci almeno una cosa bella di Gaza?

«I bambini: sorridono sempre. E poi l’accoglienza. Proprio perché quel territorio è costantemente chiuso, sotto assedio, i Gazao vedono l’arrivo di uno ‘straniero’ come una speranza. Ti accolgono benissimo, ti vogliono bene. A Gaza non ci si sente mai soli, i rapporti sociali sono solidissimi e vivono la venuta degli internazionali con un’estrema contentezza. E’ difficile per tutta la situazione che si vive: un territorio dilaniato da sempre. Anche la Cisgiordania è divisa tra una parte palestinese, una parte israeliana e una parte mista. Adesso c’è la faccenda della sparizione dei 3 coloni e non so che piega prenderà questa situazione. Io vorrei ritornare lì al più presto. I palestinesi sono un popolo fortissimo, resistente. La loro storia forse li ha forgiati nella resistenza, non nella ribellione. Sono molto determinati: quando vanno a lavorare non sanno se rientreranno o meno a casa; io ancora mi stupisco di ciò. Quanto abbiamo da imparare?»

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