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lunedì, 4 Luglio 2022

Strage via d’Amelio: Mancino in silenzio

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Deborah Santorohttps://www.21secolo.news
Laureanda in Archeologia e Storia delle Arti presso l’Università Federico II di Napoli, ama riportare alla luce la storia dei luoghi del passato, senza tralasciare miti e leggende, considerate parte importantissima della cultura popolare. Amante delle arti culinarie, si diletta ai fornelli. Crede nel giornalismo al servizio della verità e ad essa si presta.

L’ex Ministro dell’Interno Nicola Mancino, chiamato a deporre a Caltanissetta in qualità di teste al processo relativo alla strage di Via D’Amelio “Borsellino Quater“, si è avvalso della facoltà di non rispondere la quale gli è garantita dal proprio status di imputato di reato connesso.

Mancino, ex Ministro dell’Interno della Democrazia Cristiana dal 1992 al 1994, è chiamato anche a rispondere di falsa testimonianza a Palermo nell’ambito del processo riguardante la trattativa Stato-mafia. L’ex Presidente del Senato ha spiegato così la sua scelta “Ritengo di volermi avvalere della facoltà di non rispondere, non per sottrarmi alle valutazioni della Corte d’Assise di Caltanissetta ma per non interferire in un procedimento, quello di Palermo, dove non sono stato ancora interrogato. Confermo la mia scelta e dichiaro di avvalermi di questa facoltà di non rispondere”.

La strage di Via D’Amelio fu l’attentato terroristico nel quale, il 19 Luglio 1992, persero la vita il magistrato antimafia Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta. Quello stesso giorno, alle ore 16.58, una Fiat 126 contenente circa 90 chili di esplosivo radiocomandato a distanza esplose in Via Mariano D’Amelio, proprio sotto il palazzo in cui risiedeva la madre di Borsellino dalla quale il magistrato si era recato in visita. Stando alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, in seguito alla strage di Capaci nella quale il magistrato Giovanni Falcone perse la vita insieme alla moglie e a tre agenti della sua scorta, si sarebbe avviata una trattativa tra alcuni componenti dello Stato e Cosa Nostra della quale Borsellino sarebbe poi venuto a conoscenza poco prima di essere ucciso. Il testimone Massimo Ciancimino dichiarò che la trattativa era gestita da suo padre, Vito Ciancimino, che chiese e ottenne di informare Nicola Mancino il quale, tuttavia, nega di aver ricevuto tale informazione.

Il primo Luglio del 1992 si insediava il governo Amato I e Borsellino fu invitato al Viminale per incontrare il nuovo ministro dell’Interno, Nicola Mancino, incontro dal quale Borsellino tornò visibilmente turbato, stando alla testimonianza del collaboratore di giustizia Mutolo. Mancino, interpellato sulla vicenda, ha dichiarato “Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla, era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza” e di conseguenza nega di averlo convocato. Il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, ha replicato alle dichiarazioni dell’ex Ministro sostenendo che nulla di quanto affermato risulterebbe essere credibile considerata la grande visibilità mediatica di cui godeva il fratello in seguito all’assassinio dell’amico Falcone.

Il 9 Giugno del 2012 Mancino viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Palermo con l’accusa di falsa testimonianza nell’ambito del processo riguardante la trattativa Stato-mafia. Il 24 Luglio successivo la Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio di Mancino, accusato appunto di falsa testimonianza, e di altri undici indagati con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Sono coinvolti i politici Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Leoluca Bagarella, Totò Riina, Bernardo Provenzano e il collaboratore di giustizia Massimo Ciancimino accusato, quest’ultimo, anche di calunnia.

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