Sperlonga: tracce di storia nella Villa di Tiberio

Dalle origini leggendarie della Maga Circe a Bonifacio VIII

Museo Archeologico Sperlonga
Museo Archeologico Sperlonga

Una volta fu Regno delle Due Sicilie, ancora prima fu luogo di battaglie tra cristiani e saraceni, ancor più indietro fu al centro del mondo romano… oggi è un’oasi ambientale e di archeologia, ma da pochi conosciuta: Sperlonga.

Abbarbicata la città odierna sorge su uno sperone di roccia, parte finale dei Monti Aurunci, che si protende nel Mar Tirreno  e nel Golfo di Gaeta  confluendo nel Monte di San Magno. Il mare che la circonda è considerato tra i più limpidi d’Italia, tanto da essere insignito, già dall’anno 1998, della Bandiera Blu. Il territorio circostante è, perlopiù, pianeggiante ma ciò che la rende speciale è la spiaggia di fine e dorata sabbia bianca, che si alterna a vari speroni di roccia che si gettano in mare, formando calette meravigliose e, spesso, raggiungibili solo in barca. Questa cittadina ha origini molto antiche, si pensa addirittura che fosse abitata sin dai tempi del Paleolitico, anche se le prime testimonianze ci riportano alla colonia greca di Amyclae fondata dai Laconi, sotto la guida dei Dioscuri e di Glauco, figlio del re di Creta Minosse. Le fu dato un nome il nome di Amyclae in onore di Amicla, figlio del fondatore di Sparta, Lacedemone.

Ma poco dopo la prima cittadina fu disabitata e secondo la leggenda Amyclae sarebbe stata abbandonata per un’invasione di serpenti o perché i suoi abitanti, legati ad una setta pitagorica votata al silenzio, si sarebbero rifiutati di dare l’allarme all’arrivo dei nemici e sarebbero quindi stati sterminati in un attacco. Soltanto con i romani verrà scoperta, alla fine dell’età repubblicana, attratti dalla bellezza del luogo e dalla mitezza del clima. In quest’epoca la romana Sperlonga (dal latino speluncae proprio le numerose cavità naturali) conobbe un periodo di grande splendore diventando una delle mete estive più frequentate dall’aristocrazia e dalla nobiltà del tempo. I grandi imperatori iniziarono a costruire le loro lussuose residenze estive delle quali rimangono ancora oggi importanti testimonianze, come la celebre Villa dell’imperatore Tiberio (42 a.C. – 37 d.C.). Egli fu il primo della gens Giulio-Claudia e a lui va il merito di aver fatto costruire una villa imponente, che inglobava anche un’ampia grotta, nella quale furono collocate pregevoli opere marmoriche che celebravano le gesta di Odisseo. In queste ville vi erano inoltre centri di produzione ittici, veri e proprie vasche per l’allevamento. Insomma Sperlonga diviene un centro florido che si autogestisce economicamente e che delizia gli Ozi dei patrizi e dell’imperatore.

Resti Villa Tiberio
Resti Villa Tiberio

Dopo la caduta dell’impero romano si hanno notizie direttamente del VI secolo in cui sappiamo che i ruderi della villa imperiale, come del resto altre importanti dimore, andarono in rovina e vennero usate come rifugi per gli scontri e gli assalti pirateschi che nella zona stavano diventando sempre più frequenti. Durante il Medioevo i cittadini incominciarono a riorganizzarsi e si spostarono sullo sperone roccioso, intorno ad un castello, oggi chiamato promontorio di San Magno. Una necessità determinata non solo dalle malattie delle paludi, ma anche dalle incursioni via mare dei Saraceni. Ecco presentarsi nella storiografia il nome del castrum Speloncae nel documento del X secolo in cui si descrive il castello che comprendeva una piccola chiesa dedicata a san Pietro, patrono dei pescatori. Intorno al maniero si sviluppò progressivamente il paese per cerchi concentrici. Nell’XI secolo l’abitato fu cinto da mura, oggi non più visibile nella città, ma di cui restano due porte: la “Portella” o “Porta Carrese” e la “Porta Marina”. Su di esse si ammira lo stemma dell’aquila della famiglia Caetani. Questa antica famiglia nobiliare è originaria della città di Gaeta (Cajeta) che svolse un ruolo importante nel Ducato di Gaeta, ma anche nella Repubblica di Pisa, a Roma, nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie. È ricordata come una delle sette famiglie (fare) dei longobardi pisani. Nel XII secolo infatti avranno un discendente che salirà al soglio pontificio col nome di papa Gelasio II, e per non dimenticare del famoso Bonifacio VIII, il più controverso tra i papi medioevali, successore e assassino di Celestino V (Dante lo ricorda all’inferno nella Divina Commedia), nonché istitutore del Giubileo ed infine l’avvenimento storico dello Schiaffo di Anagni. Eppure con questi grandi personaggi, Sperlonga restò un piccolo paese di pescatori. Essa fu continuamente minacciata dalle incursioni dei pirati i quali, come ricordano i murales del paese, arrivarono a rapire molti abitanti per ridurli in schiavitù, malgrado la costruzione di una serie di torri di avvistamento in funzione di difesa costiera. Oggi ne sono rimaste poche come la Torre Truglia, edificata su uno scoglio all’estrema punta del promontorio di Sperlonga nel 1532, sulle fondamenta di un’analoga costruzione romana, e ricostruita nel 1611, di nuovo distrutta nel 1623 e rifiorita nel secolo successivo. La Torre Capovento, contemporanea della precedente, irta su uno sperone del monte Bazzano ed infine la Torre del Nibbio, che era parte di un castello baronale prospiciente la piazzetta centrale del paese e risale al 1500. La cittadina di Sperlonga venne distrutta nel 1534 dal pirata ottomano Khair Ad-Dìn, detto il Barbarossa, e subì la stessa sorte, una seconda volta, sempre ad opera dei pirati ottomani, nel 1622. La città fu ricostruita e si modificò più volte fra il XVII e il XIX secolo, assumendo la forma attuale, ovvero “a testuggine”, ma nel contempo vennero erette chiese e palazzi signorili. Sicuramente da citare il Palazzo Sabella, il più antico e importante del borgo, che fu temporanea residenza nel 1379 dell’antipapa Clemente VII, in fuga da Anagni dopo la sconfitta di Marino. Pochi sanno che da secoli la zona e la cittadina apparteneva al Regno di Napoli e poi Regno delle Due Sicilie, e rientrava nell’antica Provincia di Terra di Lavoro, in particolare nel Distretto di Gaeta. Anche dopo la sconfitta militare di Francesco II di Borbone ad opera di Garibaldi e la successiva annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna (diventato poi nel 1861 Regno d’Italia), Sperlonga continuò a far parte della sopraddetta Provincia. Nel 1927, volendo il regime fascista ridimensionare la Provincia di Terra di Lavoro, il territorio del Comune di Sperlonga venne annesso al Lazio (Provincia di Frosinone) togliendolo alla Campania, quando in quello stesso periodo veniva fondata la Provincia di Caserta, sono gli anni dell’epoca Littoria (1934). Oggi lo sviluppo di questa città, basato soprattutto sul turismo, iniziò dopo l’apertura della Via Flacca, una strada litoranea che unisce Terracina a Gaeta, realizzata e inaugurata il 9 febbraio 1958 progettata dal Prof. G. Maresca, su incarico della Cassa del Mezzogiorno. Da secolare isolamento si passò ad un paese che uscì gradualmente dall’estrema povertà che lo caratterizzava. Ma la scoperta archeologica e il ritrovamento avvenuto nel 1957 ad opera del Prof. Giulio Iacopi, delle sculture della villa di Tiberio e la campagna di scavi della Grotta di Tiberio, già nota dal 1908, furono da stimolo per un’affluenza sempre più copiosa di studiosi e di turisti.

Grotta Villa Tiberio
Grotta Villa Tiberio

La Villa di Tiberio è localizzata su un’altura presso il Mar Tirreno, ai piedi di un massiccio sperone parte del Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga, a sua volta gestito dal Polo museale del Lazio. La villa si sviluppava per oltre 300 metri di lunghezza ed era costituita da diversi edifici disposti su terrazze rivolte verso il mare. Le prime strutture sono relative ad una villa di epoca tardo-repubblicana, forse appartenuta a Aufidio Lurco, nonno materno di Livia, moglie di Ottaviano Cesare Augusto. La villa conserva una serie di ambienti intorno ad un cortile porticato, tra i quali sono compresi ambienti di servizio, più volte ristrutturati, una fornace e un forno per la cottura del pane. Agli inizi del I secolo d.C. venne aggiunto un lungo portico a due navate che collega alla grotta naturale che sorgeva presso la villa, che fu inquadrata all’ingresso di un prospetto architettonico. La Grande Grotta Naturale venne parzialmente trasformata con interventi in muratura e la collocazione di sculture ed accoglieva il triclinio imperiale con una piscina interna, collegata ad altre all’esterno, le quali erano adibite ad allevamenti ittici pregiati. Questo era il luogo preferito dell’imperatore che amava passarci molto tempo, infatti era riccamente decorato con marmi pregiati e mosaici ed era arredato con una serie di gruppi scultorei monumentali. Queste opere erano dedicate alle imprese di Odisseo od anche Ulisse, e buona parte dei gruppi scultorei oggi sono esposti e conservati nel Museo. Come precedentemente detto, la grotta comprende una vasta cavità principale, preceduta da una ampia vasca rettangolare con funzione di peschiera ad acqua marina, al cui centro era stata realizzata un’isola artificiale che ospitava la caenatio, oggi una sala da pranzo estiva. La vasca comunicava con una piscina circolare, dal diametro di 12 m, posta all’interno della grotta, dove era stato collocato il gruppo scultore della scena di Scilla che assale la nave. Sulla cavità principale si aprivano due ambienti minori: a sinistra un ambiente a ferro di cavallo, con in fondo un triclinio, e a destra un ninfeo con cascatelle e giochi d’acqua. In fondo alla grotta si apriva una nicchia che ospitava il gruppo più grande dell’accecamento di Polifemo. Tra la piscina circolare e la vasca quadrata erano collocati altri due gruppi scultorei più piccoli: il Rapimento del Palladio e il gruppo di Ulisse che trascina il corpo di Achille. Di quest’ultimo la copia, mutila e frammentaria, è l’attuale statua del Pasquino a Roma. Infine una scultura con Ganimede rapito dall’aquila di Zeus era invece posta in alto sopra l’apertura della grotta. Come possiamo immaginare e come possiamo ammirare oggi nell’area archeologica e nel museo, una delizia degli occhi e del cuore. Fu in questo antro che avvenne probabilmente l’episodio narrato da Svetonio e da Tacito, quando nel 26 d.C. Luco Elio Seiano, amico e confidente di Tiberio, salvò la vita all’imperatore, proteggendolo con il suo corpo, durante un crollo di alcune rocce mentre si allietavano ad un banchetto, tragedia che porto alla morte di alcuni servi. Secondo alcuni fu questo episodio che indusse Tiberio a traslocare e a scegliere l’isola di Capri per passare gli ultimi anni del suo regno. Il luogo, come è già stato scritto, fu nel XVIII secolo riutilizzato: un piccolo anfratto a nord fu adibito come cappella, ne resta un’iscrizione, “Ave Crux Sancta”. Molte delle sculture si rivelarono essere in alcuni casi originali greci di età ellenistica (180 a.C. circa) e proprio per ospitare le sculture rinvenute venne realizzato nel 1963 il Museo. Le sculture furono frantumate in migliaia di frammenti, pazientemente ricomposti, forse ad opera di monaci che si erano installati nei resti della villa imperiale in epoca altomedioevale. La notevole rassomiglianza dei frammenti scultorei rinvenuti con il celebre Laocoonte dei Musei Vaticani, ritrovato nel 1506 nelle terme di Tito a Roma, e di un’iscrizione rinvenuta portavano ad attribuire la maestranza agli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro, gli stessi del Laocoonte.

Perché questa volontà di ricostruire nei gruppi marmorei le vicende di Odisseo? Per la storia e le leggende che avvolgevano e ancor oggi avvolgono il luogo. Fin dall’età romana si credeva infatti che il grande promontorio a nord fosse l’isola della maga Circe: qui, tenendo sempre fede alla narrazione omerica, il re di Itaca risiedette per oltre un anno prima di rinsavire, liberare i compagni e riprendere il viaggio verso casa. Il mito di Ulisse, già figurato su alcuni vasi greci del principio del VII secolo a.C., era divenuto particolarmente popolare in età ellenistica e romana. I tratti fondamentali del suo carattere racchiudevano la qualità dal fascino straordinario, come l’intelligenza e l’astuzia, lo spirito di avventura e l’attrazione irresistibile verso l’ignoto. Esse avevano peraltro rappresentato le linee guida anche per l’Eneide di Virgilio, scritta quando Tiberio era giovane. Nulla perciò di strano che anche l’imperatore fosse rimasto avvinto dal sito. Il sito odierno raccoglie dunque non uno, ma due testimoni, l’uno di Ulisse, l’altro di Tiberio. Nel Museo sono esposti altri pregevoli reperti, in gran parte scultorei, riferibili all’apparato ornamentale della villa, come immagini di divinità, ritratti, soggetti mitologici nonché suppellettili e manufatti che documentano l’ininterrotta continuità di vita del complesso fino all’età tardo-antica. Ciò che era stata una piccola fondazione greca trasformata, forse da Circe, come il luogo di ozi e delizie di Tiberio, tra calette e sabbia dorata, tra pirati e papi medioevali corrotti, è oggi una città da riscoprire, passeggiando tra ameni luoghi e archeologia roma

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Marco Fiore
Dott. Marco Fiore, laureato in Conservazione dei Beni Culturali Demoetnoantropologia all’Università Suor Orsola Benincasa. – Guida turistica nonché Agente del turismo culturale. Esercita la professione da più di dieci anni. – Curatore d’arte di eventi e vernissage. – Vincitore di alcuni concorsi di poesia. – Ha pubblicato con la Dott.ssa Assunta Mango : “ Napoli esoterica “ , “I tre decumani “ , “ Tempo e tradizioni “, “ I mestieri nel presepe napoletano “ “ L’anima che dispensa “. - Regista e sceneggiatore di commedie teatrali, Presidente e socio dell’Associazione.

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