Sì alle Unioni Civili, ma nessuna festa. Parola a Mile

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Approvato il tanto discusso decreto legge Cirinnà gli omosessuali, sostenuti dalle varie organizzazioni, tornano in piazza. Dal 5 Marzo, l’Arcigay nazionale ha organizzato una nuova protesta a Roma, contro quella stessa legge che mercoledì 24 febbraio tanto acclamavano. Ma perché?

Sono circa 30 anni che gay, lesbiche e bisessuali lottano affinché siano riconosciuti dallo Stato. Una battaglia che appare nel 2016 contro natura, dato l’imprescindibile umanità che lega e accomuna gli eterosessuali agli omosessuali. Il semplice impulso incontrollabile di amare una persona dello stesso sesso, risulta ancora dopo tanto tempo, agli occhi dello Stato, come sintomo di una vita deviata.  Eppure, dopo il voto di fiducia al maxi emendamento sulle primissime unioni civili in Italia, gli omosessuali non festeggiano, ma protestano.

 

Come si evince dal testo della giornalista Milena “La Mile” Cannavacciuolo, per il blog Lezpop  – La cultura Pop in salsa lesbica, i motivi per non festeggiare sono tanti: “dai cattodem, una zavorra che prima ha infestato l’Ulivo, poi il Partito Democratico, al dietrofront dei 5 stelle, affidabili come una promessa elettorale di Renzi”. 

La stessa giornalista, che ha seguito live la discussione sulla legge in Senato, si è dichiarata indignata per il clima omofobo che sovrasta all’interno dell’aula.

Abbiamo sentito in un’aula del Parlamento di uno Stato che si dice laico citare passi del Levitico, manco fossimo nella peggiore delle teocrazie. Abbiamo visto senatori come Gasparri, Calderoli, Giovanardi improvvisarsi moderni “femministi”, preoccupati per le sorti delle povere donne del terzo mondo che “vendono” i figli a ricchi gay bianchi pieni di soldi. Per inciso, gli stessi senatori votarono sì quando Berlusconi si inventò che Ruby era la nipote di Mubarak. Addirittura Gasparri ha tirato in ballo Cristina Comencini, alla quale vorrei dedicare un grazie speciale. Davvero, il manifesto di Se Non ora quando – Libere contro la maternità surrogata è arrivato con un tempismo perfetto. Chissà perché, fino a novembre dello scorso anno, nessuna femminista o presunta tale si era mai così interessata, e con tanto ardore, alla gpa. Non c’è stata volta in cui un oppositore del ddl Cirinnà non abbia parlato di “utero in affitto”. Espressione tanto orrenda, quanto estranea al testo che avrebbero dovuto votare. Ma va da sé, basta dare l’assist a certi personaggi che loro poi le frasi a effetto le ripetono manco fossero un disco rotto.

 

Una tristezza che va ben oltre un senso di insoddisfazione, ma una prova evidente di come lo Stato continui a discriminare le coppie omosessuali. Senza stare a fare la conta dei diritti che abbiamo acquisto o di quelli che non abbiamo conquistato, continua la Cannavacciuolo, la verità è che l’uguaglianza non conosce sfumature. È un out out. O c’è o non c’è. E va di pari passo con la dignità: non può esserci dignità se non c’è uguaglianza.

Un’uguaglianza che continua ad essere in ritardo, considerato i tempi rapidi con cui l’intera Europa ha reso simile l’uno all’altro ogni essere umano. Il maxi emendamento risulta quindi un palliativo del Padre Stato. Non più, come la democrazia vorrebbe, specchio della volontà dei suoi cittadini, ma un organo a se stante che considera gli omosessuali come estranei, dissidenti, negando loro ogni diritto.

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Redattrice del XXI Secolo, universitaria ed innamorata della comunicazione in tutte le sue forme. Coltiva tante passioni, ama viaggiare mantenendo le proprie radici ben salde al suolo e sogna l'America.

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