Senilità è uno dei romanzi più belli e allo stesso tempo enigmatici, di Italo Svevo.
Emilio Brentani, il protagonista di Senilità, è un bugiardo, un geloso e un nevrotico senza genio. Se non vogliamo accontentarci dell’entusiasmo di Eugenio Montale, che de-finì questo romanzo «quasi perfetto», perché dopo oltre un secolo dalla sua prima uscita dovremmo leggere la storia dell’amore fallito di un mediocre, per di più bugiardo? Forse è utile, per vederci più chiaro, fare un passo indietro e soffermarsi sulla complicata genesi del libro.
Alcuni capitoli di Senilità erano già stati scritti, forse, verso la fine del 1892, l’anno in cui uscì il primo romanzo di Italo Suevo, Una vita. Solo tra il 1896 e il 1898 il testo venne concluso e tra il giugno e il settembre dello stesso anno fu pubblicato a puntate sul quotidiano triestino L’Indipendente.
Senilità non ebbe immediata fortuna: quasi ignorato per anni, fu apprezzato molto dopo da lettori d’eccezione come Joyce e Montale. Nel 1927, sull’onda del successo della Coscienza di Zeno, Svevo decise di ripubbli-carlo, ma si imbatté in una serie di rifiuti da parte dei vari editori ai quali si rivolse. Solo l’editore milanese Morreale accettò.
Alla seconda edizione Svevo aggiunse una prefazione in cui lamentava il doloroso insuccesso del romanzo, assumendosene la totale responsabilità.
La prefazione del 1927, di cui sono conservate nell’archivio di casa Svevo ben cinque redazioni a testimonianza di una complessa elaborazione, si conclude con un paragrafo dedicato al titolo del romanzo che qualche critico aveva giudicato inadatto. Da una lettera alla moglie del 14 maggio 1897 si evince che in origine il titolo doveva essere un altro: Il carnevale di Emilio. A ben guardare, sia la «senilità» (ossia la malattia che affligge il protagonista) sia la maschera sono leitmotiv del romanzo che «trovano perfetta corrispondenza nella storia di Ettore Schmit.
Le affinità tra Emilio ed Ettore non si limitano certo al fatto che ambedue svolgono «impiegucci di poca importanza» e hanno alle spalle una carriera letteraria che ha procurato loro una «reputazionella triestina» e niente più. Basterà dare uno sguardo al Diario per la fidanzata, scritto per la futura sposa Livia Veneziani dal gennaio al settembre 1896, cioè proprio mentre il pensiero di Senilità doveva essere pressante, per cogliervi motivi e immagini che confluiranno pari pari nel romanzo. Gli elementi autobiografici sono numerosi: il grigiore di una vita mancata, l’instabilità dell’umore e dei propositi, l’inettitudine nel realizzare i propri progetti, insomma l’incapacità di guarire da quella malinconia congenita che Svevo chiama «senilità».
Emilio è un bugiardo di primissima qualità. Sotto la menzogna si traveste sin dall’inizio, quando dichiara ad Angiolina: “T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti». Molto cauti? Per il tuo bene? Finta premessa, per un tipo inesperto in amore come lui, che innescherà una serie infinita di ulteriori bugie culminanti nella bugia più solenne: quella che porterà la sorella del protagonista, Amalia, all’autodistruzione. A dire il vero, Senilità “è il romanzo in cui mentono tutti”, come ha osservato Daniele Del Giudice. Mente la bella Angiolina fino all’ultimo; mente Amalia; mente anche l’amico-rivale di Emilio, lo scultore Stefano Balli. Mentono in buona fede, con lo scopo di nascondere aspetti della realtà che potrebbero ferire Emilio. Angiolina, «mentitrice ostinata, benché, in verità, non conoscesse l’arte di mentire”, vorrebbe depistare l’attenzione dai suoi numerosi amanti (e mente anche sua madre, complice nell’occultamento).
Non c’è frase del narratore che non postilli, con severità o con ironia, le azioni e i pensieri del suo personaggio, soprattutto che non ne sottolinei le sfumature della simulazione o del doppiogioco. Perché Brentani è un bugiardo, un geloso, ma innanzitutto è un malato. Perché è dalla sua malattia che discendono l’abitudine a mentire e quella allucinazione mentale che diventa desiderio di possesso e gelosia.
Brentani è un nevrotico e come tutti i «malati» di Svevo non riesce a vedere altro che se stesso e la sua malattia. Sostanzialmente è un debole indifferente, come il protagonista stesso afferma: “L’indifferenza che provo per tutto mi rattrista. Credo che se anche tutte queste case sul Corso si mettessero a ballare, io non le guarderei neppure. La mia indifferenza per la vita sussiste sempre. Anche quando godo della vita a te da canto, mi resta nell’anima qualche cosa che non gode con me e che m’avverte”.





