26 C
Napoli
sabato, 2 Luglio 2022

Scopriamo la Cappella Sansevero e i suoi misteri.

Andiamo alla scoperta di uno dei monumenti più in vista della città di Napoli, simbolo della città, luogo di mistero, di fascino.

Da non perdere

Il Museo Cappella Sansevero è uno dei più importanti musei della città, collocato in pieno centro, in piazza San Domenico Maggiore.

La struttura, risalente agli inizi del 600, è conosciuta anche come chiesa di Santa Maria della Pietà o Pietatella ed è collocata nei pressi della dimora della famiglia Sansevero. Alla cappella è inevitabilmente collegato il nome di Raimondo di Sangro, settimo principe della dinastia Sansevero. Uomo di punta, letterato, esponente dell’illuminismo europeo, mecenate e soprattutto grande inventore e alchimista. Il principe infatti, nelle zone sotterranee del palazzo di famiglia, si cimentava in studi ed esperimenti nel campo delle arti e delle scienze, raggiungendo risultati notevoli e suscitando scalpore per i suoi contemporanei. La sua maestria nel campo dell’alchimia lo ha reso un prodigio, un uomo da un grande fascino e potenzialità, tant’è che si è costruito un mito intorno alla sua figura e un alone di mistero che è vivo tuttora.

La Cappella Sansevero è nota soprattutto per la presenza, al centro della navata, di una delle opere più famose e più interessanti e suggestive al mondo: Il Cristo Velato. La statua doveva inizialmente essere compiuta da Antonio Corradini, che purtroppo morì nel 1752. Caso volle dunque che Raimondo di Sangro affidò l’opera a Giuseppe Sanmartino, un artista napoletano.

Il Cristo Velato rappresenta appunto la figura di Cristo sdraiato, con un velo sottilissimo che copre il suo corpo, che stupisce per la perfezione con cui è stato reso. La composizione è fatta interamente di marmo e, per la sua immensa bellezza, ha avuto moltissimi estimatori ed è tuttora mira di visitatori di tutto il mondo.

L’espressione del Cristo, con la vena gonfia sulla fronte, la posizione del corpo, adagiato con una delicatezza che colpisce, con i segni dei chiodi sui piedi e sulle mani, con le pieghe sinuose del velo che accompagna le forme del corpo, lo rendono un’opera da un fascino intramontabile.

Nel reparto sotterraneo della Cappella sono custodite le famose Macchine anatomiche, inserite in due bacheche. Si tratta di due scheletri raffiguranti un uomo e una donna in posizione eretta. Costruite da Giuseppe Salerno, un medico palermitano, nel 1763.

All’inizio, queste due opere si trovavano nell’Appartamento della Fenice, una stanza del Palazzo, poi successivamente sono state spostate nella Cappella per salvaguardarle e tutelarle. La particolarità di queste Macchine anatomiche sta nella loro verosimiglianza, infatti è evidente un sistema arterio-venoso sviluppato per tutto il corpo, con le ossa ed il cranio, così realistici che lasciano di stucco. Accanto alla donna vi era un piccolo feto, con annessa placenta aperta. Intorno a queste due opere si è discusso molto, tant’è che si è venuta a creare e fomentare la cosiddetta “leggenda nera” sul Principe Raimondo.

Questa leggenda è definita “nera” perché racconta che il principe avrebbe fatto uccidere due suoi servi e ne avrebbe imbalsamato i corpi, dopo di che avrebbe metallizzato il sangue per solidificarne i vasi sanguigni e avrebbe tolto tutti gli organi per far risaltare di più il sistema circolatorio. Sicuramente c’è un’aurea di mistero su come abbia fatto il principe a rendere così vivide le statue e, come se non bastasse, ricordiamo che, come già detto in precedenza, queste statue si trovavano nella stanza della Fenice, animale della risurrezione e dell’immortalità. Tutto questo crea una forte suggestione e sicuramente è uno dei segni più forti che l’inventore abbia lasciato.

Nel museo ci sono inoltre esposte dieci statue che rappresentano le virtù: Amor Divino, Decoro, Disinganno, Dominio di sé stessi, Educazione, Liberalità, Pudicizia, Sincerità, Soavità del giogo e Zelo della religione. Tutte sono collegate e dedicate alle donne della famiglia di Sangro. La prima, l’Amor Divino, è dedicata a Giovanna di Sangro, la moglie di Giovan Francesco di Sangro. La statua raffigura un giovane, avvolto in un mantello, che tiene nella mano destra un cuore fiammeggiante, simbolo dell’amore per Dio che viene sottolineato dall’iscrizione incisa sul basamento. La statua del Decoro, a cura di Antonio Corradini, va a simboleggiare il decoro delle donne della dinastia ed è rappresentata da un ragazzetto che è appena coperto da una pelle di leone. Quest’ultimo è raffigurato accanto al giovine e simboleggia la supremazia dello spirito umano sulla natura ferina. La terza, la statua del Disinganno, è sicuramente tra le più affascinanti. Fatta da Francesco Queirolo, è dedicata da Raimondo di Sangro al padre Antonio, duca di Torremaggiore che, a causa della prematura morte della moglie, perse la retta via e si diede a una vita disordinata, affidando il figlio al nonno Paolo.

La statua rappresenta un uomo che cerca di svincolarsi da una rete che lo avvolge aiutato da un genio alato. La rete, che simboleggia il peccato, si riferisce al fatto che l’uomo ha trascurato i suoi figli. Quest’ultima è così perfetta nei dettagli che si ipotizza che il principe abbia lavorato, con le sue arti, su una vera rete di pescatore, pietrificandola. Come si può notare, anche in questo caso si torna alla pietrificazione e al tutto il grande mistero che avvolge la struttura. Un’opera meritevole di essere visitata ed apprezzata in ogni sua parte.

image_pdfimage_print

Ultimi articoli