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venerdì, 30 Luglio 2021

Scoprendo Napoli: il Cristo Velato

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Marco Tancredi
Collaboratore XXI Secolo. Nasce a Potenza il 23/07/1986. Formatosi dapprima a Potenza, decide di intraprendere gli studi universitari presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II, dove, a conclusione dell'intero ciclo di studi ottiene il titolo di Dottore Magistrale in Politiche Sociali e del Territorio con il massimo dei voti dopo aver discusso una tesi sulla marginalità urbana e sociale con riferimento alle persone trans.

Napoli, si sa, è una delle città più affascinanti d’Italia e del mondo. Questo fascino, però, non è solo frutto del fatto che la città è in grado di offrire paesaggi mozzafiato ma dipende anche dall’immensa ricchezza storica di cui dispone.

Uno dei tesori di Napoli è il Cristo velato, una scultura di marmo conservata nella Cappella Sansevero di Napoli e che è stata fatta da Giuseppe Sanmartino. La scultura, realizzata nel 1753, è considerata uno dei maggiori capolavori scultorei di tutto il mondo ed ebbe tra i suoi estimatori Antonio Canova che dopo aver tentato, senza riuscirci, di acquistare l’opera, dichiarò che sarebbe stato disposto a dare dieci anni della propria vita pur di essere l’autore di un simile capolavoro. L’incarico di eseguire il Cristo velato, in un primo momento, fu però affidato allo scultore Antonio Corradini che, deceduto da lì a breve, fece in tempo a realizzare solo un bozzetto in terracotta che ancora oggi viene conservato al museo nazionale di San Martino. L’incarico passò così a Giuseppe Sanmartino, a cui venne affidato l’incarico di produrre «una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua». Sammartino realizzò quindi un’opera dove il Cristo morto, sdraiato su un materasso, viene ricoperto da un velo che aderisce perfettamente alle sue forme. La maestria dello scultore napoletano sta nell’esser riuscito a trasmettere la sofferenza che il Cristo ha provato gli attimi prima della Crocefissione attraverso la composizione del velo, dal quale, si intravedono i segni sul viso e sul corpo del martirio subito. Ai piedi della scultura, infine, l’artista scolpisce anche gli strumenti del suddetto supplizio: la corona di spine, una tenaglia e dei chiodi. La magistrale resa del velo ha nel corso dei secoli dato adito a una leggenda secondo cui il principe committente, il famoso scienziato e alchimista Raimondo di Sangro, avrebbe insegnato allo scultore la calcificazione del tessuto in cristalli di marmo. Da circa tre secoli, infatti, molti visitatori della Cappella, colpiti dal mirabile velo scolpito, lo ritengono erroneamente esito di una “marmorizzazione” alchemica effettuata dal principe, il quale avrebbe adagiato sulla statua un vero e proprio velo, e che questi si sia nel tempo marmorizzato attraverso un processo chimico.  Insomma, troppo bello per essere vero!? In realtà un’attenta analisi non lascia dubbi sul fatto che l’opera sia stata realizzata interamente in marmo e questo è anche confermato da alcune lettere dell’epoca come, per esempio, una ricevuta di pagamento a Sanmartino in data 16 dicembre 1752, firmata dal principe e conservata presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, che recita: “E per me gli suddetti ducati cinquanta gli pagherete al Magnifico Giuseppe Sanmartino in conto della statua di Nostro Signore morto coperta da un velo ancor di marmo”.

Vi trovate a Napoli o state pianificando il vostro soggiorno in terra partenopea? Cosa aspettate allora? Correte ad ammorarlo!!

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