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Sangue di Giuda, il vino rosso apocrifo

Il Sangue di Giuda dagli anni 70′ vive del giusto riconoscimento di marchio DOC nel mondo enogastronomico internazionale dato dal rapporto fecondo dei suoi autoctoni vigneti e l’adeguamento al palato sia dell’ultimo pasto quanto l’esser favorito del gentilsesso.

Presente tra l’area lombarda principalmente, questo vitigno si irradia fino alle zone del vicino Pinot piemontese.

Ma perché “Sangue di Giuda”?

Dietro quell’onomastica allusiva che richiama al traditore di Cristo, nome emblematico per l’ultimo canto dell’inferno dantesco, si nasconde un racconto tra il sinottico e l’ apocrifo.

La denominazione dell’Oltrepò Pavese, infatti, vitigno presente dal III Sec. a. C. detiene un flusso correlato alle storie evangeliche apocrife circolanti nel medioevo, pari a quelle dei vangeli di Pietro e Nicodemo.

Si narra che l’apostolo dei 30 pezzi d’argento, Giuda, avendo tradito Gesù Cristo abbia ottenuto il perdono perché sinceramente pentito, nonostante il suicidio.

Resuscitato, Giuda scappò nei pressi dell’area settentrionale dell’Esperia latina, vivendo a lungo finché non venne riconosciuto dagli abitanti di Oltrepò che decisero di metterlo a morte.

Tale punto va a sottolineare il gusto anche allegorico della trama, che pone Giuda come completamento del veterotestamentario Caino.

Giuda cercò di evitare la morte con la promessa di risanare i vigneti della zona di Oltrepò Pavese, con così tale cura e dedizione che questi strabordarono di grappoli.

Nonostante la diffidenza, l’esito venne premiato con l’appellativo del nettare rosseggiante di “Sangue di Giuda”.

In tal modo veniva creato un accostamento antifrastico tra la malvagità Giuda, evangelico traditore di Cristo e la redenzione resa col sangue, trasformata in vino con la morte in croce, offerto per la salvezza anche del peccatore più noto della cristianità.

Va ricordato come il rapporto con storie agiografiche correlate alla vita di santo e prodotti alimentari è tipica del sostrato antropologico del mondo medievale, come dimostra il rapporto tra il pane e San Nicola, oppure il pesce e San Biagio.

Viene a crearsi un’ armonia tra lo spirito di un mondo ancora proteso verso l’alto e i bisogni del terrestre come la fame e la sete.

 

Domenico Papaccio
Domenico Papaccio
Laureato in lettere moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II, parlante spagnolo e cultore di storia e arte. "Il giornalismo è il nostro oggi."