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Salvatore Catanese: il Vesuvio silenzioso – INTERVISTA

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Salvatore Catanese

Napoli è una città che sa riconoscere talento e preparazione, ma non sempre lo fa subito. A volte ci vogliono anni, percorsi tortuosi, incontri decisivi. Nell’intervista a Salvatore Catanese emerge il ritratto di un attore che ha costruito il proprio cammino passo dopo passo, fino agli incontri con Peppe Iodice e il maestro Claudio Mattone. Un “Vesuvio silenzioso”, apparentemente calmo, ma attraversato da un fuoco che oggi inizia ad risaltare sempre di più.

Molti attori parlano di una sorta di “chiamata”, una sensazione che li porta verso questo mestiere. È stato così anche per te? Come è iniziato il tuo percorso?

La mia chiamata è stata di natura diversa. Non ero particolarmente interessato alla recitazione all’inizio, ma un amico mi propose di partecipare a uno spettacolo amatoriale. Accettai e mi venne detto che avevo delle doti naturali. Ma ero ancora minorenne e non ho pensato subito di fare l’attore: sapevo solo di sentire il bisogno di esprimermi. Passarono circa quattro o cinque anni prima di decidere davvero di intraprendere questa strada. Ho iniziato coi parchi divertimento, intorno ai vent’anni. È stata una palestra importante, ho imparato tanto sul ritmo, sulla presenza scenica, sulla memoria muscolare e sul rapporto con il pubblico.

Qual è stato il tuo primo spettacolo teatrale?

Il mio primo spettacolo è stato con i fratelli Gallo, Gianfranco e Massimiliano, Napoli 1799, avevo mezza battuta ed ero lì anche come cover di uno dei protagonisti, pronto a sostituirlo in caso di necessità. Sapevo la sua parte, ma non l’ho mai fatta. Durante una festa di Carnevale, alle tre di notte, Gianfranco mi disse: “Domani abbiamo lo spettacolo, fai tu questa parte”. Era un ruolo che io non avevo mai provato, mai memorizzato. Andai in scena così: entravo, dicevo poche battute, uscivo, leggevo il copione e rientravo, per l’intero spettacolo. Avevo un’ansia assurda. Dopo quell’esperienza ho continuato a lavorare, facendo pratica e mettendomi alla prova.

E il cinema quando è arrivato?

Il mio primo progetto fu un cortometraggio. Non sapevo niente della macchina da presa, non avevo mai studiato davvero. Così mi lanciai sul set e cercavo di capire in anticipo cosa fare. Andò bene e, anche lì, mi dissero che avevo un’ottima recitazione, molto cinematografica. Il cinema è un altro mezzo di espressione, diverso. Per certi versi mi piace più del teatro, per altri meno. Il teatro ha una grammatica precisa: l’uso della voce, il movimento del corpo, lo stare in scena. Il cinema, invece, è più severo perché se non senti davvero quello che stai dicendo, si vede. Gli occhi non mentono, la macchina da presa capisce subito se stai fingendo. È proprio questo che mi affascina: quella sensazione di essere quasi a nudo.

Questo approccio più “vero” ti ha avvicinato a determinati ruoli, tipo quello dell’antagonista, del cattivo?

Sì, li trovo più affascinanti. L’antagonista ha più sfumature, più tormento. All’inizio però mi proponevano spesso ruoli romantici: ero il “carino”, il Romeo. E invece io volevo tirare fuori altro, più grinta. L’antagonista ha una complessità più interessante. L’ho interpretato nello spettacolo Quartieri Spagnoli, scritto da Gianfranco Gallo. In quell’anno, Gianfranco faceva solo la regia, mentre io facevo il suo ruolo. Un personaggio, che proprio nel momento della redenzione poi viene ucciso. È lì che ho capito di avere un’indole per quel tipo di ruoli. Infatti, l’ho interpretato anche nella fiction RAI Resta con Me. Mi interessano i personaggi che hanno un’ombra. Perché, in fondo, ce l’abbiamo tutti. Carl Gustav Jung parlava proprio del rapporto con la propria ombra. Il “cattivo”, spesso, è qualcuno che non riesce ad accettarla e ne diventa vittima, lasciando prevalere quella parte su tutto il resto. È questa lotta, secondo me, che lo rende interessante da interpretare.

Oltre a essere attore, insegni all’Actors Lab. Qual è la tua idea di insegnamento?

L’insegnamento è una cosa che ho scoperto quasi per caso, anche se caso non è mai. Ho iniziato facendo da assistente ad Antonio Milo. Poco dopo la pandemia, conobbi Ciro Esposito e, tutti e tre insieme, abbiamo dato vita alla scuola. È qualcosa che mi ha dato tanto. Ho imparato più insegnando che essendo allievo. Ti rispecchi negli allievi, rivedi passaggi che hai attraversato anche tu. E capisci che ognuno, anche il meno preparato, può trasmetterti e darti qualcosa. Io cerco sempre di valorizzare quello che vedo di forte in una persona. Se un allievo ha una qualità, glielo dico e gli faccio capire che deve tirarla fuori. Sono stati anni molto importanti, ma prenderò una pausa dall’insegnamento per un po’. Mi ha assorbito completamente e, per questo, voglio fermarmi un attimo, riflettere e dedicarmi di più alla mia carriera d’attore e alla scrittura. Infatti, come attore sono già riuscito a portare avanti due spettacoli.

Nell’ultimo anno hai lavorato con Peppe Iodice e in C’era una volta…Scugnizzi. Come sono nate queste esperienze?

Con Peppe Iodice è nato tutto in modo abbastanza inaspettato. Mi arrivò un suo messaggio vocale, di ben 3 minuti, e pensai avesse sbagliato persona, perché ci conoscevamo appena. Invece mi proponeva di entrare a far parte dello spettacolo “Ho visto Maradona”, per il ruolo del prete. Un ruolo che, curiosamente, ho interpretato spesso. Da lì abbiamo iniziato a lavorare insieme, anche nel suo film “Mi batte il Corazon”, in cui io recito una piccola parte. Peppe è una persona molto intelligente, può sembrare leggero all’apparenza, ma quando deve andare in scena è preparatissimo. Ha una grande testa, davvero una bella mente.

Per quanto riguarda “C’era una volta…Scugnizzi” di Claudio Mattone, è stato diverso. Ho fatto un solo provino e sono stato scelto dal maestro per il ruolo del commissario. È uno spettacolo che avevo visto da ragazzo e pensavo: “Mi piacerebbe farlo”. Vivere quest’esperienza è un onore, anche per gli attori che hanno interpretato questo ruolo prima di me. Abbiamo fatto 21 repliche al Teatro Augusteo di Napoli e ora saremo in tournée in Italia, tra cui a breve al Teatro Sistina di Roma.

E cosa ti ha regalato l’esperienza di C’era una volta…Scugnizzi? Ti sei ritrovato a lavorare con molti ragazzi giovani, e tu insegni anche…

È un po’ diverso. Quando sei insegnante hai un tipo di approccio, quando sei collega devi rispettare i ruoli, quindi io ero lì come attore. Però, ogni tanto, mi chiedevano consigli, mi hanno visto come punto di riferimento per alcune cose. È bello assistere all’entusiasmo di chi comincia, è qualcosa che non dovremmo mai perdere. Io, quando mi sento più stanco o annoiato, cerco sempre di ricordarmi perché ho iniziato. È una cosa che consiglio di fare anche ai miei colleghi.

Ti è mai capitato di sentirti poco riconosciuto, poco rappresentato, in questo settore?

Penso sia una sensazione che accompagna tutti gli attori, e forse, in generale, tutti gli esseri umani. L’attore, però, vive di riconoscimento: deve piacere a un agente, a un casting, a un regista. È un lavoro esposto al giudizio continuo. Io questa cosa la sento, ma non ne sono vittima. Mi assumo anche la responsabilità che, fino a oggi, non mi sono ancora mostrato del tutto per quello che posso fare. È normale che non mi hanno dato ancora quello che penso di meritare, perché non lo sanno. Qualcuno lo sa, una cerchia troppo ristretta, e questo lavoro si fa facendosi conoscere a più persone possibili. Negli ultimi due anni sto attraversando una fase di cambiamento, di lavoro su me stesso. Oggi mi sento più consapevole, più maturo. Ho la sensazione di stare cominciando davvero adesso. Gian Maria Volonté diceva che un artista comincia a comprendere la propria identità artistica dopo vent’anni di lavoro. Infatti, ho iniziato a capire dopo ventiquattro anni di carriera chi sono artisticamente.

Parlando con te emerge anche una forte passione per la psicologia…

Si, probabilmente se non avessi fatto l’attore avrei fatto lo psicologo. È qualcosa che mi ha sempre attirato. Fin da ragazzo sono sempre stato quello a cui gli altri raccontavano i loro problemi. Anche per questo, forse, spesso mi chiamano a interpretare ruoli come il prete.

Io mi sento un po’ come il Vesuvio, all’apparenza calmo, ma con molto fuoco dentro. Cerco di gestirlo, ma capita che a volte quel fuoco va per conto suo.

Ecco perché, la psicologia per me è fondamentale anche nella recitazione. Quando costruisci un personaggio non basta dire delle battute, bisogna lavorare su più livelli: fisico, sociologico e, appunto, psicologico. Se manca uno di questi aspetti, il personaggio resta superficiale. Per questo ho iniziato a studiare da autodidatta, leggendo Freud, Jung, Adler.

Io stesso ho fatto un lavoro su me stesso. A un certo punto ho capito di avere un problema nella gestione della rabbia. Non era qualcosa di casuale, veniva da lontano. Crescendo ho imparato a riconoscerla, a gestirla e a usarla solo quando serve. In questi anni ho iniziato soprattutto ad ascoltarmi di più. Penso di aver vissuto gran parte delle mia vita guardando fuori, prendendo per vere opinioni, giudizi e convenzioni degli altri. Poi arriva un momento in cui inizi a guardarti davvero dentro e fai pulizia. È lì che nasce quella che io chiamo “crisi”, ma che in realtà considero una cosa positiva. Perché se sei in “crisi” significa che sei vivo.

C’è stato un momento in cui hai pensato “non lo devo fare questo lavoro”?

Un giorno sì e un giorno no. Però sono momenti quasi benedetti, perché ogni volta mi hanno portato a uno scatto in avanti. Ogni volta che pensavo “basta, non voglio più fare questa cosa”, succedeva poi qualcosa che mi riportava lì. Quando noi stringiamo troppo una cosa, finiamo per soffocarla, se la lasciamo libera, quella cosa poi vola. È così anche con il lavoro. Io non ne sono ossessionato, non ho mai avuto l’ossessione della fama. Il lavoro dell’attore non si interrompe quando si esce di scena o a macchina da presa spenta. È qualcosa che ti assorbe completamente. È un modo di osservare, vivere e attraversare il mondo. Io ho sempre avuto un approccio quasi “sacro” verso quello che faccio. Poi certo, alcune cose mi sono riuscite meglio, altre peggio. Però sono servite pure quelle.

Guardando indietro, c’è qualcosa che cambieresti? 


Da una parte sì e da una parte no. Quando ho cominciato avevo le idee molto chiare su quello che volevo fare, ma col tempo mi sono lasciato convincere dagli altri ad accettare cose che magari non sentivo davvero mie. Oggi, mi rendo conto che, dopo tutto questo tempo, sono tornato a quel punto lì, quasi come se avessi fatto un lungo giro per ritrovare quella parte di me. Però, questi ventiquattro anni mi hanno insegnato tantissime cose. Tutto serve. Evidentemente dovevo fare questo giro per arrivare un’altra volta qui. Quindi, alla fine, va bene così.

 

La redazione XXI Secolo ringrazia Salvatore Catanese per la disponibilità e il tempo dedicato a questa intervista.