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martedì, 9 Agosto 2022

Rwanda: il massacro ignorato

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Deborah Santorohttps://www.21secolo.news
Laureanda in Archeologia e Storia delle Arti presso l’Università Federico II di Napoli, ama riportare alla luce la storia dei luoghi del passato, senza tralasciare miti e leggende, considerate parte importantissima della cultura popolare. Amante delle arti culinarie, si diletta ai fornelli. Crede nel giornalismo al servizio della verità e ad essa si presta.

Iniziano oggi, 7 Aprile, le commemorazioni del genocidio del Rwanda che nel 1994, in circa 100 giorni, provocò la morte di oltre 800mila persone.

Tutto ebbe inizio nel 1924, quando il Rwanda fu affidato, con mandato della Società delle Nazioni, al Belgio. Abitavano il Rwanda le tribù Tutsi, Hutu e Twa, gruppi etnici che convivevano da oltre cinque secoli condividendo lingua, religione e cultura. Sulla base di una mera conformazione fisica, più vicina agli standard occidentali, i belgi si appoggiarono nello sfruttamento coloniale all’etnia dei Tutsi, i quali avevano unificato il paese e instaurato un regime monarchico di tipo feudale. L’appoggio belga ai Tutsi cessò nel 1959, quando il malcontento dovuto allo sfruttamento coloniale indusse gli Hutu a ribellarsi ai Tutsi, e questi ultimi a progettare l’indipendenza del paese dal Belgio: rappresentando gli Hutu l’84% della popolazione, i colonizzatori belga decisero di appoggiare la loro rivolta. In virtù di ciò, gli Hutu deterranno il potere fino al 1994. Il 6 Aprile di quell’anno però, l’aereo che trasportava i presidenti di Rwanda e Burundi, di ritorno da un colloquio di pace in Tanzania, venne abbattuto da un missile sulla capitale ruandese Kigali. Con molta probabilità l’attacco fu organizzato da estremisti del partito presidenziale che poco avevano gradito la ratificazione dell’accordo di Arusha del 1993, che concedeva al Fronte Patriottico Ruandese, composto in prevalenza da Tutsi, un ruolo politico e militare di spicco nella società ruandese.

Il 7 Aprile 1994, i gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi, col supporto dell’esercito governativo, diedero inizio al massacro della popolazione Tutsi e di quella parte Hutu schierata su posizioni più moderate.
Il 22 Giugno i francesi intervennero con l’Operazione Turquoise, un’azione umanitaria utilizzata dai genocidari per assicurarsi la fuga dal Paese, ma è solo nel Luglio 1994 che, con la vittoria dell’RPF, può considerarsi concluso il genocidio: circa 1 milione di profughi Hutu abbandonarono il paese rifugiandosi in Burundi, Zaire, Tanzania e Uganda. Numerosi autori delle stragi rimasero impuniti, protetti da paesi come la Gran Bretagna, dove l’assenza di trattati di estradizione con il Rwanda ne rese impossibile il processo. Di fronte a tale impossibilità, nel 2000 vennero istituite le gocaca, tribunali popolari che invitavano i colpevoli a confessare le proprie colpe in cambio di considerevoli sconti di pena.

Ricordando il genocidio perpetrato in Rwanda, non può non tornare alla memoria l’indifferenza dell’Occidente dinanzi a tali atrocità. L’atteggiamento dell’ONU, in particolare, fu emblematico di tale indifferenza, avendo ignorato completamente le richieste di intervento ricevute dal maggiore generale Romèo Dallaire, comandante delle forze armate, ridotte da 2500 a 500 unità appena un mese dopo l’inizio del genocidio. Nonostante i numerosi rapporti inviati alla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza non riconobbe il genocidio in Rwanda. Inoltre, numerosi paesi occidentali inviarono contingenti al solo fine di trarre in salvo i propri cittadini, spiccano tra questi Belgio e Francia: quest’ultima contribuì considerevolmente al massacro, armando e addestrando le FAR, e fiancheggiando le milizie Hutu in ritirata in seguito all’arrivo dell’FPR. Gli Stati Uniti parlarono di genocidio solo il 10 Giugno 1994, ben due mesi dopo l’inizio del massacro.

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