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Rosso gragnanese, il rubino enogastronomico “sepolto”

rosso gragnanese

Luogo comune nel riferirsi a Gragnano è focalizzarsi sulla produzione di pasta di semola e del celeberrimo “panuozzo”, ignorando quello che è un prezioso nettare, il vino rosso gragnanese.

Per cogliere la grazia del nettare baccheo del rosso gragnanese in primis andrà esteso il fulcro d’attenzione fino alla penisola sorrentina.

Questa vite rubinea, vive una rapporto bifronte, dovuto ad uno snobismo enogastronomico che è finalmente caduto negli anni 90′.

Caratteristiche quali il sapore brioso, fruttato e frizzante, la temperatura fredda consigliata che lo fa morbido, permette al rosso di accompagnare pietanze come antipasti di terra e primi piatti leggeri e fintanto la pizza.

La sua disgrazia e fortuna è una diffrazione e varietas onomastico lo troviamo citato nei massimi trattatisti del mondo latino, da Columella, Plinio il Vecchio e Strabone soprattutto per distinguerlo dal pregiato oraziano Falerno.

Successivamente, la produzione di vino rosso gragnanese ottenne successo nel mondo monastico, data anche il riferimento cristologico – evangelico della pianta pampinea.

La forte produzione in ambito monastico risponde ad una forte domanda presso il clero e il ceto notabile-feudale, che si estenderà col tempo anche al popolo.

Solo nel 600′ vi è una prima attestazione avvicinabile al “Gragnano” odierno in un motto in latino recitante : ” si vis vivere sanum bibe Gragnanum”.

Il rosso gragnanese aveva dato tanto e l’accompagnare anche nel moderno gli artisti partenopei, fece sì che costoro ne diano un posto nelle sue opere.

Il pittore magno della scuola di Posillipo, Giacinto Gigante riconobbe come il rosso gragnanese sia così capillarmente diffuso che il suo nome sovrasti anche tipologie di vino campane altre, come l’aglianico.

Il genio musicale di Giacchino Rossini, consumatore vorace dei prodotti gragnanesi, si abbona vita naturale durandi al nettare sopracitato, come documentato da certi rapporti epistolari.

Eduardo Scarpetta in “Miseria e Nobiltà” del 1887 lo mise di fronte al prototipo e maschera partenopea del personaggio piccolo borghese della sua opera, Felice Sciosciammocca.

Nel dialogo fra Felice e Pasquale “ó salassatore”, ripreso successivamente per la regia di Mattioli con Totò ed Enzo Turco, il rosso omonimo alletta la vertiginosa lista alimentare fantasticata da una fame vorace dettata dalla povertà.