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Quella notte, nella fontana, cambiò tutto

La storia del film “nella fontana”, che nel 1960 cambiò il cinema, rese immortale Roma e diede origine alla parola “paparazzo".

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Quella notte, nella fontana, cambiò tutto

Fellini, Mastroianni, Anita Ekberg e una Roma sospesa tra sogno e realtà: nel 1960 un film cambiò per sempre il cinema e il modo di raccontare la mondanità C’è un momento in cui il cinema smette di essere soltanto cinema e comincia a diventare qualcosa di più: un modo di dire, un’immagine che tutti riconoscono, un luogo dell’immaginario. È quello che accadde nel 1960 con La dolce vita di Federico Fellini. Ancora oggi basta pronunciarne il titolo per evocare una certa idea di Roma: le luci della notte, via Veneto, i tavolini dei caffè, le automobili che attraversano la città, le celebrità inseguite dai fotografi e quella Fontana di Trevi nella quale Anita Ekberg entra come una creatura uscita da un sogno. Ma La dolce vita non raccontava soltanto la vita mondana. Raccontava un’Italia che stava cambiando.

Roma, quando la notte diventò uno spettacolo

Alla fine degli anni Cinquanta Roma viveva una stagione irripetibile. Cinecittà era la cosiddetta “Hollywood sul Tevere” e nella capitale arrivavano attori, registi, produttori, aristocratici, giornalisti e fotografi. Via Veneto era diventata il palcoscenico di una nuova società, più ricca, più libera, ma anche più inquieta. Fellini osservò quel mondo con attenzione, raccogliendo immagini, racconti e suggestioni dalla cronaca dell’epoca. Da quella realtà nacque un film destinato a diventare uno spartiacque nella storia del cinema italiano. Al centro della storia c’è Marcello Rubini, interpretato da Marcello Mastroianni, giornalista di cronaca mondana che attraversa Roma alla ricerca di notizie, personaggi e scandali. Ma dietro il cronista c’è un uomo che sembra cercare soprattutto qualcosa che non riesce più a trovare: un senso. Marcello osserva gli altri mentre, lentamente, perde di vista se stesso. Ed è forse proprio questa la vera domanda del film: quanto può essere dolce una vita nella quale tutto sembra desiderabile, ma niente riesce davvero a renderci felici?

La scena nella fontana che divenne leggenda

Poi arriva la notte della Fontana di Trevi. Anita Ekberg, nei panni della diva Sylvia, entra nell’acqua mentre Marcello la segue. È una delle immagini più celebri della storia del cinema, diventata nel tempo molto più di una scena cinematografica. La Fontana di Trevi diventa un luogo sospeso, quasi irreale. Roma non è più soltanto una città: è un sogno. La scena, girata durante la lavorazione del film, contribuì enormemente alla mitologia della pellicola e alla fama internazionale dei suoi protagonisti. Eppure dietro quell’immagine da sogno c’era anche la fatica del set: la scena fu girata di notte e l’acqua era tutt’altro che piacevolmente calda. Il cinema, ancora una volta, faceva sembrare semplice ciò che semplice non era affatto.

Quando nacque la parola “paparazzo”

C’è poi una delle eredità più curiose lasciate dal film: una parola che oggi appartiene al linguaggio di tutto il mondo.

Paparazzo

Il nome appartiene a un personaggio del film, il fotografo Paparazzo, interpretato da Walter Santesso. Durante le riprese, il termine finì per essere utilizzato per indicare proprio i fotografi che inseguivano personaggi famosi e celebrità. Da cognome diventò così un nome comune. Una parola nata dalla fantasia cinematografica finì per descrivere una professione e, soprattutto, un’intera epoca della cronaca mondana. È difficile trovare un esempio più evidente di quanto il cinema possa modificare persino il vocabolario di una società.

Lo scandalo prima del successo

Oggi La dolce vita è considerato un capolavoro. Ma nel 1960 non fu accolto esattamente come un classico rassicurante. Il film provocò polemiche, attacchi e tentativi di censura. La sua rappresentazione della mondanità, della sessualità, della religione e della crisi morale della società italiana suscitò reazioni molto forti. E proprio questo clamore contribuì a trasformarlo in un fenomeno di costume. Il pubblico accorse nelle sale e il film divenne uno degli eventi culturali più discussi dell’Italia che si affacciava agli anni Sessanta. Fellini aveva raccontato una società che forse non era ancora pronta a riconoscersi completamente nello specchio che le aveva messo davanti.

Marcello Mastroianni, l’uomo che osservava il mondo

E poi c’era lui: Marcello Mastroianni. Con La dolce vita nacque una nuova immagine dell’attore italiano. Non il latin lover muscolare e invincibile, ma un uomo elegante, affascinante, ironico e soprattutto inquieto. Marcello Rubini attraversa feste, locali, incontri e avventure senza sembrare davvero felice. Guarda il mondo della ricchezza e dello spettacolo con curiosità, ma anche con una crescente stanchezza. È questo che rende il personaggio ancora moderno. Perché dietro le fotografie, i locali esclusivi e le persone famose rimane una domanda che non appartiene soltanto al 1960: che cosa succede quando otteniamo tutto ciò che desideriamo e scopriamo che non basta?

La “dolce vita” che è entrata nella nostra lingua

Il titolo del film ha avuto una fortuna ancora più grande della pellicola. “Dolce vita” è diventata un’espressione utilizzata per indicare uno stile di vita fatto di piaceri, mondanità, lusso e divertimento. Fellini non aveva semplicemente dato un titolo a un film: aveva trovato una definizione destinata a entrare nell’immaginario collettivo. E La dolce vita non ha influenzato soltanto il cinema. Ha lasciato tracce nella lingua italiana, nella moda, nella fotografia, nella pubblicità e nel modo stesso in cui immaginiamo la Roma delle celebrità.

Sessant’anni dopo, siamo ancora lì

Forse è questo il segreto dei grandi film: non invecchiano davvero. Cambiano gli abiti, scompaiono i telefoni pubblici, arrivano i social network, gli smartphone e le fotografie scattate in ogni momento. I paparazzi non devono più necessariamente aspettare fuori da un locale: spesso sono le stesse celebrità a raccontare la propria vita attraverso Instagram. Eppure qualcosa non è cambiato. Continuiamo a guardare la vita degli altri. Continuiamo a inseguire immagini di felicità, successo e bellezza. Continuiamo a confondere, qualche volta, ciò che appare con ciò che è. Fellini lo aveva capito molto prima dell’epoca dei social. Per questo La dolce vita non è soltanto il ritratto di una Roma ormai lontana. È il ritratto di una società che cerca continuamente qualcosa da desiderare. E forse quella fontana, quella notte, quella donna che cammina nell’acqua e quel giornalista che la segue rappresentano proprio questo: il momento in cui il cinema ci ha fatto credere che la felicità fosse lì, a pochi passi da noi, anche se non sapevamo ancora come raggiungerla.

La vera dolce vita, forse, è rimasta tutta dentro quello schermo.